Internet e l’opinione pubblica

di Raffaella Petrilli

Quando si riflette sull’opinione pubblica si rischia di incorrere in due omissioni, che rendono la discussione viziata e la costringono, spesso, a girare a vuoto o a trarre conclusioni inadeguate allo stato delle cose. La prima omissione riguarda la caratteristica che identifica l’opinione pubblica e permette di misurarne lo stato di salute. La seconda riguarda il ruolo dell’opinione pubblica rispetto alla società politica, ruolo ambiguo che andrebbe chiarito meglio di quanto non si faccia di solito. Per ragioni di spazio parlo solo della prima, che emerge riflettendo sull’origine dell’opinione pubblica.

Sappiamo tutti che si è formata in Europa tra il Seicento e il Settecento, quando la borghesia ricca e istruita, ma tenuta lontana dalla gestione dello stato monarchico assolutistico, ha preteso di partecipare attivamente alla cosa pubblica. La richiesta dà luogo a un dibattito, che si concretizza, vive e si diffonde attraverso la carta stampa. Commercianti, imprenditori, medici, notai o letterati trovano nelle ‘gazzette’ o nei ‘fogli’ il luogo pubblico in cui avanzare rivendicazioni, richieste, idee, in breve, in cui esprimere la propria opinione sulla cosa pubblica. Ovviamente, la condizione imprescindibile perché questo fosse possibile è stata l’alfabetizzazione. Non il semplice leggere e scrivere, ma la capacità di farne strumento di comunicazione effettiva, in ricezione e in produzione, di usarli attivamente (per ricevere o formulare, per esempio, progetti politici) è stato il requisito per lo sviluppo e il successo dell’opinione pubblica e della democrazia.

Ma è proprio la coincidenza tra opinione pubblica e alfabetizzazione a essere omessa o quanto meno sottovalutata quando ci si interroga sulla condizione ‘di massa’ dell’opinione pubblica attuale. Si dice infatti che la comparsa della radio e della tv accanto ai giornali ha allargato l’opinione pubblica, trasformandola da opinione pubblica borghese a opinione pubblica di massa. Stiamo attenti però a non sovrapporre fenomeni diversi: la diffusione e la maturazione della democrazia, l’estensione universale del diritto di voto, che permette a tutta la società civile di partecipare in modo rappresentativo al governo dello stato, costituiscono un indubbio allargamento della ‘sfera pubblica’.

Ma la sfera pubblica allargata non implica affatto anche un’opinione pubblica allargata, perché la capacità di formare e esprimere opinione pubblica resta legata al solito, antico e ben noto requisito dell’alfabetizzazione. Al saper leggere e scrivere.

Possiamo dire davvero che nella società contemporanea la cultura alfabetica si sia diffusa così come si è ampliata la società civile? Per rispondere servono i dati, che per fortuna ci sono. Il 19 novembre, per citarne solo alcuni, il Censis ha diffuso l’ottavo Rapporto sulla comunicazione in Italia, dove si trovano due cose interessanti: che in Italia i lettori “abituali” dei giornali – il luogo dove si presentano e si discutono informazioni, programmi, idee ecc. – sono pochissimi (il 34,5 per cento, ma il numero comprende anche chi legge solo i giornali sportivi). Il Rapporto, che andrebbe letto e commentato con molta attenzione, collega la familiarità con i giornali con il grado di istruzione. In sostanza, legge chi sa leggere-e-capire, cioè usare la lettura per formare opinioni. Non è una novità, rispetto a quanto è accaduto tre secoli fa, alla nascita dell’opinione pubblica.

Il Rapporto dice poi un’altra cosa importante, che riguarda Internet: il fatto che la rete abbia effettivamante allargato la sfera del pubblico dibattito, che contribuisca alla formazione e dalla manifestazione di un’opinione pubblica di massa è molto discutibile. Per esempio, il 48,7 per cento dei cittadini italiani, specie i giovani, “ha accesso a Internet” almeno una volta a settimana. In altre parole: conoscere la rete è una cosa, ma usarla è tutt’altra questione.

E usarla per fare/discutere è ancora meno frequente: chi la usa lo fa soprattutto per partecipare ai social network, come facebook (il 25 per cento) e inviare messaggi personali. Messaggi personali, cose private, come in una conversazione a voce tra amici, per la quale non serve altro che la lingua frammentata e informale di tutti i giorni (ci sono oramai molti studi interessanti su questo aspetto della rete).

E non basta: di quel 25 per cento che usa facebook solo la metà “fa parte di gruppi di interesse”, e solo il 10 per cento ne fa un uso pubblico (come partecipare a manifestazioni conosciute grazie alla rete ecc.). In numeri assoluti, 10 % non è poco. E tuttavia le percentuali che misurano l’opinione pubblica informata sono praticamente simili a quelli di tre secoli fa: la pubblica discussione su argomenti di interesse collettivo è ancora oggi affare limitato alla cerchia ristretta della società colta. Internet non ha cambiato la situazione più di tanto e d’altronde anche Internet richiede di saper leggere e scrivere cioè leggere e capire, scrivere e farsi capire. Altrimenti, fa comunicazione, certo, ma non opinione pubblica.

Chi osserva che l’opinione pubblica odierna è “passiva”, accusa la massificazione prodotta dalla tv e spera che Internet invertirà la tendenza dimentica di notare che se la tv agisce in senso negativo è perché è mancata e manca completamente un’alfabetizzazione di massa capace di aumentare il grado di cultura sociale. Finché non si risolve questo gravissimo problema non c’è Internet che tenga: a usarlo saranno i soliti noti.

La cultura del merito inizia, credo, dall’affrontare seriamente questo retroterra, il problema dell’alfabetizzazione reale di massa. Senza di che ‘merito’ è (anzi, resta) una parola disponibile per la sinistra come per la destra, cioè è una parola vuota.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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