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Recensioni

Il silenzio degli intellettuali

15.11.09 | 2 Comments

di Alessandro Iovinelli

Alberto Asor Rosa, Il grande silenzio – Intervista sugli intellettuali, a cura di Simonetta Fiori, Bari, Laterza, 2009, 179pp., 12,00 euro.

La figura di Asor Rosa occupa un ruolo di primo piano nell’ambito degli studi di letteratura italiana degli ultimi cinquant’anni, a partire da Scrittori e popolo (1964) fino alla recentissima Storia europea della letteratura italiana (2009). Ma chi ha seguito l’intera sua produzione sa bene che il ruolo tout court di studioso gli sta stretto, avendo da sempre giocato le sue carte non soltanto nell’ambito delle ricerche letterarie, ma anche su quelli della cultura e della politica con il conseguente intreccio dei due campi. Basta dare un’occhiata alla sua bibliografia per ritrovare titoli che hanno segnato il dibattito culturale alla loro apparizione: Intellettuali e classe operaia (1973), Le due società (1977), Fuori dall’Occidente (1992), La sinistra alla prova (1996) – solo per limitarci a quelli più famosi e che più provocarono reazioni, discussioni e polemiche.

Asor Rosa ha incarnato quindi le vesti dell’intellettuale italiano del secondo Novecento in una delle forme più riuscite e con le quali sarebbe stato e sarà impossibile non fare i conti in sede di riflessione storica. Ha dunque tutti i titoli per parlare degli intellettuali nella società di ieri e di oggi. E per diagnosticarne la sostanziale estinzione.

Lo aveva dichiarato il giorno della sua ultima lezione alla Sapienza nel 2003: Asor Rosa disse di considerarsi ormai come un dinosauro e chiuse la cerimonia degli addii incoraggiandosi ad uscire di scena con un inequivocabile «È ora».

Non inganni l’autoironia dell’apologo, espressione dello spirito romano che gli appartiene e che non ha aspettato Weber per guardare alle umane cose con un l’inevitabile disincanto – fosse stato siciliano, gli avremmo sentito parafrasare il discorso del principe di Salina, riecheggiandone il triste vaticinio sull’avvento di una nuova era popolata da iene e sciacalli. In realtà, lo humour di Asor Rosa era venato da malinconia. Lo stesso sentimento che pervade pure le pagine di questa lunga intervista, tutte le volte che l’analisi dei processi storici in atto lascia un po’ di spazio alla memoria dell’esperienza personale vissuta in passato.

Naturalmente, questo è un secondo livello di lettura del testo, giacché l’autobiografia intellettuale non ne costituisce lo scopo primario, essendo lo sguardo di Asor Rosa rivolto a segnalare ed interpretare i fenomeni che sono oggetto della sua ricognizione.

Incalzato da un interlocutore di prim’ordine, qual è Simonetta Fiori, tutt’altro che puro e semplice registratore del pensiero altrui, ma lei stessa intenta a cogliere i problemi e rilanciarli con una fitta serie di quesiti, Asor Rosa non si tira indietro davanti al compito di darci la sua testimonianza che è, al tempo stesso, una diagnosi e una critica dello stato delle cose – nel senso più marxiano della categoria filosofica.

Tutta la prima parte del dialogo ricostruisce la genesi e la storia degli intellettuali – dai savant del XVIII secolo ai maître à penser del Novecento: un’epopea con luci ed ombre, splendori e miserie, successi e disfatte, ma senza la quale la cultura moderna non sarebbe stata quella che conosciamo. O meglio: quella che abbiamo conosciuto. Infatti quella società non esiste più – di conseguenza il ruolo degli intellettuali è cambiato e la loro funzione si è esaurita. Da questo assunto si muove la seconda parte del libro, che si incentra sull’osservazione dei caratteri dominanti della società occidentale di oggi e che Asor Rosa chiama la “società montante”. Insensibile al valore della cultura – a meno che non sia misurabile in termini mercantili – la società contemporanea è figlia del cosiddetto “pensiero unico”. Da questo punto di vista il berlusconismo rappresenta la via italiana di questo processo storico più globale. Si potrebbe dire che non solo il potere non sa che farsene degli intellettuali, ma talvolta non ha neppure bisogno di schiacciarli (come Pinocchio con il grillo parlante nella pagina così cara ad Asor Rosa e da lui spesso ripetuta), perché il loro peso specifico è vicino allo zero. Fossero vivi ancora oggi Sciascia e Pasolini, probabilmente potrebbero scrivere le stesse cose, ma il loro impatto non sarebbe affatto paragonabile a quello che ebbero trenta o quarant’anni fa.

La locuzione “silenzio degli intellettuali” (ripresa da Eugenio Garin) è molto efficace in termini di provocazione editoriale, ma non rende giustizia alla complessità del ragionamento di Asor Rosa. Quando parla del silenzio degli intellettuali, egli intende anche l’indifferenza, l’inefficacia e l’inutilità della categoria sociale. Qui il discorso si sposta intorno alle cause – tra le varie proposte dall’autore, due sembrano per lui le più importanti, se non quelle decisive. La prima è epocale: la fine della galassia Gutenberg. La seconda, se non epocale, ha certo marcato la storia politica recente: la fine del partito comunista italiano e, più in generale, del quadro politico scaturito dalla Seconda Guerra Mondiale e la nascita della Repubblica. Proprio quest’ultima causa è quella sulla quale ci può dire le cose più originali e significative. Asor Rosa non ha mai avuto un rapporto facile con il PCI: è entrato, uscito, rientrato ed alla fine ha perfino rotto con i suoi liquidatori. In termini quantitativi le pagine critiche surclassano quelle positive – non solo nell’intervista odierna, ma in tutta la sua produzione saggistica. Eppure, lui che non è mai stato gramsciano, sa bene e non dimentica quale straordinario interlocutore fosse per gli intellettuali il partito comunista, un soggetto storico nel quale e con il quale trovarsi, ritrovarsi, litigare e rompere, ma che nella sua stessa natura politica valorizzava non solo l’importanza degli intellettuali (organici e no), ma era esso stesso un intellettuale (appunto l’intellettuale collettivo di cui parlava il dimenticato, ma fondamentale, Gramsci).

Il confronto con il tempo presente è desolante – e non solo per colpa dei gruppi dirigenti del PD e di altri partiti della sinistra, basta leggere un po’ di forum in rete per renderci conto del livello diffuso nella cosiddetta base. E infatti il bisturi di Asor Rosa affonda anche su questo terreno. Diversi sono gli esempi da lui indicati per argomentare a sostegno della sua tesi. Fra l’altro, non paventando il rischio di essere arruolato nella schiera dei laudatores temporis acti, la sua critica non risparmia la situazione del mondo universitario. Qui vi sarebbe molto materiale per discutere, anche perché il problema non nasce con la riforma Berlinguer. Sarà il caso di ritornarci sopra in uno post interamente dedicato all’argomento.

Il libro non si conclude con un messaggio di resa e di sconfitta. Le ultime pagine che si richiamano apertamente al finale eroico del Principe («A ognuno puzza questo barbaro dominio») indicano la possibilità e la necessità di non mollare e di tenere accesa la fiamma della conoscenza pur nei tempi bui che stiamo attraversando. È molto significativo che Asor Rosa ci lasci con un tale viatico, laddove la speranza coesiste accanto alla coscienza della realtà effettuale per quella che è.

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