di Daniela Santus
L’Occidente, attualmente, si sente minacciato e indebolito. Ancor più che dalla diversità culturale dei migranti che giungono dal resto del mondo, appare minacciato dalla graduale dissoluzione dei valori che si era dato. Il relativismo culturale, continuando a legittimare come “altre culture” anche quelle che di fatto sono forme di prevaricazione, quali ad esempio le violenze fisiche e psicologiche nei confronti delle donne come l’infibulazione o l’imposizione del velo integrale, o nei confronti dei minori come la pratica della mendicità, di fatto mina le basi stesse dei valori occidentali: la democrazia, in primis, la parità tra i sessi, il rispetto della persona e via discorrendo.
Quando poi il terrorismo viene giustificato come resistenza di popoli oppressi, in base ad uno specifico indottrinamento ideologico, si nega di fatto l’accesso dei giovani ad una corretta informazione storica e quindi si nega l’accesso all’istruzione: anche questa è una forma di prevaricazione che mina alla base uno dei fondamentali diritti dell’uomo. E’ così che la perdita dei propri valori porta inevitabilmente a perdere coesione e autonomia, conducendo per contro a una chiusura difensiva nei confronti dell’altro.
Ciò che non si conosce o, ancor peggio, si conosce soltanto attraverso stereotipi e immagini deformate dal pregiudizio fa paura. Prendiamo Israele, ad esempio. Alcuni anni fa ho voluto provare a testare le conoscenze, relative allo Stato d’Israele e al conflitto israelo-palestinese, degli studenti universitari torinesi: tradizionalmente giovani, colti e tendenzialmente di sinistra.
L’elaborazione dei dati risultò essere un’operazione alquanto sconfortante. Avendo avuto a che fare con un campione statisticamente significativo, da allora non posso fare a meno di nutrire qualche sospetto circa l’idea che “l’antipatia” nei confronti dello Stato ebraico fosse e sia semplicemente dettata da antisionismo o da una politically correct avversione nei confronti del “governo di Sharon” (Kadima) o del “governo Olmert” (Labour)o dell’attuale “governo Netanyahu” (Likud”. Diventa arduo, infatti, persistere nella convinzione circa l’esistenza di una qualche forma di conoscenza dei meccanismi politici interni al governo israeliano – conoscenza talmente approfondita da permettere la formulazione di un giudizio – quando l’evidenza dei fatti dimostra che, per il 67% degli studenti universitari torinesi intervistati, Israele è bagnato dal Tigri e dall’Eufrate (fiumi che in realtà nascono in Turchia, scorrono attraverso l’Iraq e sfociano nel Golfo Persico) o si pensa, anche se qui la percentuale scende a poco meno dell’8%, che la città irachena di Nassirya sia una florida stazione balneare sul tratto di Mar Rosso che bagna Israele. Come può l’11% del campione arrivare a sostenere che Israele non ha diritto ad esistere, quando l’83% dello stesso campione non sa neppure chi sia Shimon Peres?
Il pregiudizio diviene poi palese nel momento in cui si riferisce addirittura di una invasione “israeliana” dello Stato di Palestina. Secondo il 17% degli studenti intervistati, infatti, gli “israeliani”, che ancora non esistevano in quanto ancora non esisteva lo Stato d’Israele, avrebbero invaso lo Stato di Palestina, che non è mai esistito! Altrettanto palese è il pregiudizio (26,50%) che vede gli “ebrei”, reduci dalla Shoà, dichiarare guerra ai palestinesi: tema, questo della congiura ebraica mondiale, che di fatto ritornerà più volte nelle risposte al sondaggio.
Nonostante gli intervistati fossero studenti universitari, il 76% del campione ha ritenuto che lo Stato d’Israele fosse grande quanto l’Italia e il 5,4% lo ha pensato addirittura grande quanto l’Arabia Saudita, soltanto il 2,5 % ha correttamente risposto “più piccolo del Piemonte”.
La capitale è Tel Aviv per il 48% degli intervistati, Gerusalemme per il 32%, ma anche Baghdad, Damasco, Ramallah, Il Cairo. La lingua ufficiale è l’arabo (57,5%), ma anche l’israeliano (24%), l’inglese (11,5%), il palestinese (4%), mentre soltanto il 3% ha risposto l’ebraico. La religione è l’islam (68%), seguita dal cristianesimo (17,5%) e dall’ebraismo (14,5%).
Come si può notare, i risultati dell’indagine non fanno che rafforzare l’idea di uno Stato d’Israele grande e potente all’interno del quale una minoranza spregiudicata e feroce – quella ebraica – domina sulla restante parte della popolazione. La sua capitale, Gerusalemme, non viene perciò riconosciuta, così come non vengono riconosciute la sua lingua (l’ebraico) e la sua religione (l’ebraismo).
E l’ignoranza è ancor più significativa in materia idrica (eppure quanti, tra gli intervistati, hanno poi sostenuto che “gli israeliani rubano l’acqua ai palestinesi”!). Come s’è più sopra accennato, per il 67% del campione, Israele è bagnato dai fiumi Tigri ed Eufrate, per il 4,5% circa è bagnato dall’Oronte e per il 12% dal Giordano, altri hanno risposto di non sapere.
Certo è noto che la geografia non è, tra le materie scolastiche, la preferita dagli studenti italiani e che le cattedre di geografia tendono sempre più a scomparire, nelle nostre scuole, a favore di altre materie ritenute forse più utili o più gradite, ma in realtà la confusione continua a regnare sovrana anche in relazione a domande più specificamente politiche. Viene perciò da chiedersi come ci si possa esprimere contro la politica del governo di questo o quel Primo Ministro israeliano, quando non si sa nulla di nulla.
Non avendo il 94% degli intervistati presso che alcuna idea su chi fosse l’allora laburista – attuale Presidente della Repubblica – non desta stupore che nessuno sia a conoscenza, come già abbiamo avuto modo di scrivere su questo spazio, del fatto che la barriera difensiva è stata programmata e voluta – proprio in quanto strumento pacifista e non aggressivo – dalla sinistra israeliana per combattere il terrorismo suicida palestinese. E in effetti il 100% del campione ha ritenuto che la sinistra israeliana fosse contro “il muro della vergogna”, contro “il muro dell’apartheid”, contro “il muro di Sharon”, contro “il muro nazista”, per non citare che alcune tra le più ripetute definizioni che gli intervistati hanno dato della barriera. Alla barriera la quasi totalità si riferisce non come a uno strumento passivo di difesa, ma come a uno strumento per rubare terra palestinese e per segregarne la popolazione. Dimostrazione, questa, che l’uso quasi esclusivo che i media italiani ed europei hanno fatto delle fonti palestinesi, che la manipolazione del linguaggio, dell’ordine in cui vengono date le notizie e la manipolazione delle notizie stesse, hanno creato pregiudizi e confusione difficilmente recuperabili.
Non può destare dunque stupore se il 63% degli universitari intervistati si è detto d’accordo con chi, nel sondaggio effettuato dall’Eurobarometro, ha affermato che Israele è la peggior minaccia per la pace nel mondo. La “Palestina” diviene così una sorta di luogo mitizzato: un Eden dai confini incerti (dal fiume Giordano al mar Mediterraneo?) rovinato non tanto dagli errori dei palestinesi stessi (i “tre no” di Khartum del 1967, la solidarietà offerta a Saddam Hussein per l’invasione del Kuwait nel 1991, il rifiuto di uno Stato palestinese con Gerusalemme Est quale capitale nel 2000, l’appoggio al terrorismo islamico quale forma di pressione ai danni dei civili israeliani, la corruzione dilagante nell’ANP, l’elezione di Hamas) quanto dai soprusi della potente lobby ebraica che ha scelto di “rubare” la terra ai palestinesi (nonostante la presenza ebraica pre-sionista vantasse la costante presenza di circa 800 villaggi e, almeno sino agli anni Venti, gli ebrei rappresentassero l’unica “nazione” in Palestina), di estendere i propri domini con guerre di annessione (il concetto “terra in cambio di pace”, tipico della democrazia israeliana, pare del tutto sconosciuto), di rubare l’acqua ai vicini (anche sconosciuta, per non fare che un esempio, è la decisione libanese di deviare le acque del fiume Wazzani che arriva a sottrarre da 3,5 mmc fino a 11 mmc d’acqua all’anno al lago di Tiberiade).
Civiltà e cultura possono dunque intendersi come termini paradossalmente antitetici. In altre parole ci si può chiedere se sia la cultura a produrre civiltà o viceversa. Se si intende la civiltà come l’insieme delle forme più alte della vita di un popolo, quali la religione, l’arte, la scienza e se contemporaneamente si intende la cultura – in senso etimologico come coltivazione – quale strumento per raggiungere quell’insieme, allora la cultura sarà madre e la civiltà sarà figlia. Se al contrario si intendono le componenti della civiltà come valori a sé stanti, cioè come oggetti di definitiva preferenza etica e speculativa – in altri termini valori assoluti – allora il rapporto è invertito. La cultura continuerà ad essere strumento, senza però essere madre, mentre la civiltà sarà vera madre.
Tuttavia l’Occidente – sempre più indebolito dal crescente disamore verso lo Stato-nazione (e i cori 10-100-1000 Nassyria, come le bandiere d’Israele bruciate, ne sono, in Italia, triste testimonianza) – ha incominciato a percepire se stesso come macchiato dal peccato originale: il mondo viene bipartito in vincenti e perdenti, dove il 20% dell’umanità può consumare, mentre al restante 80% restano soltanto le fantasie di consumo.
Parzialmente privati (dai media, dalla scuola, dalla vita quotidiana) di conoscenza storica, le nuove generazioni cercano la propria identità nel locale, nel tribale, nell’esotico, nel multiculturalismo il cui compito dovrebbe essere quello di riempire il vuoto lasciato dalle ideologie. Compito evidentemente non assolto, dal momento che invece i movimenti fondamentalisti si moltiplicano.
Nell’intento di mostrare che l’interconnessione globale minaccia la molteplicità culturale del mondo, ci si è forse dimenticati di provare a comprendere “davvero” quegli universi semantici che appaiono estranei o lontani. Come fare allora a realizzare un significativo progetto per il domani che non rinneghi i princìpi, ma che sappia al contempo progettare un futuro sostenibile non soltanto a livello ecologico-ambientale? Tenendo a mente che la cultura “globale” non è di fatto un mélange di culture, ma è di per sé cultura delle libertà in quanto rappresenta un sistema di categorie all’interno delle quali le differenze culturali vengono specificate al fine di giungere a una reciproca comprensione e ad un reciproco riconoscimento.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Seconde me l’autrice mette un po’ troppa carne al fuoco tutta insieme. Che gli studenti possano essere ignoranti non è una grande novità e non lo è neanche il fatto che siano tendenzialmente piu’ filo-palestinesi, questo è dovuto a un insieme di ragioni storiche e politiche abbastanza note e su cui non si puo’ sorvolare totalmente. La difesa su tutta la linea delle posizioni Israeliane è perfettamente legittima, ma non è una analisi equilibrata sulla situazione medio-orientale che vede torti e orrori assortiti su tutti i fronti.
Comunque, cosa c’entra tutto questo col multiculturalismo o il relativismo,con cui il pezzo apre e chiude, non lo capisco.
gio, cerco di capire quale possa essere il filo, tra gli studenti torinesi e il multiculturalismo/relativismo.
L’autrice parte da un assunto che vede i valori occidentali e la loro incarnazione più tradizionale come la base da cui si dovrebbe partire nei rapporti con l’esterno. E non si nasconde, quando per esempio glorifica lo stato-nazione (“l’Occidente – sempre più indebolito dal crescente disamore verso lo Stato-nazione”), la religione come una delle forme più alte della cultura e soprattutto quando richiama la minaccia del fortino dei cosiddetti valori occidentali (“appare minacciato dalla graduale dissoluzione dei valori che si era dato”).
E’ una visione conservatrice, appunto, della questione. Legittima, ci mancherebbe altro. Ma profondamente di destra. E quindi gli studenti, intrisi di cultura di sinistra, sbagliano, sono stati traviati dai loro insegnanti “ideologizzati”. E’ proprio qui che secondo me scade nella banalità. Ovvero se apertura e chiusura del brano possono trovare una giustificazione concettuale in una visione del mondo basata sulla tradizione (che io non condivido e che meriterebbe più dello spazio di un commento di un blog per discuterne), la parte centrale ha il sapore di quelle banalità per cui gli insegnanti sono tutti ex-sessantottini ideologizzati che traviano le nuove generazioni.
Glorificare Israele? Mah! Nel mondo vivono poco più di un miliardo e mezzo di islamici (49 sono gli Stati a maggioranza assoluta islamica e una persona sua quattro, al mondo, è di fede islamica) e circa due miliardi di cristiani (102 sono gli Stati a maggioranza assoluta cristiana), tra questi poco più di un miliardo sono cattolici (65 sono gli Stati a maggioranza assoluta cattolica). Gli ebrei nel mondo sono poco meno di tredici milioni e un solo Stato (di ampiezza inferiore al Piemonte) è a maggioranza ebraica: lo Stato d’Israele. Una stretta striscia di terra, priva di petrolio e per il 60% desertica, in cui convivono poco più di cinque milioni di ebrei e un milione e mezzo di arabi con cittadinanza israeliana. Credere che Israele sia “il” problema significa, ahimé, credere alle favole. Ad esempio a giugno, in Italia (Pescara), si sono svolti i Giochi del Mediterraneo, una manifestazione sportiva riservata agli atleti dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Unici atleti esclusi? Gli israeliani. Non fa riflettere tutto ciò? Sino a che non si sradicherà l’antisemitismo nel mondo, la convivenza non sarà mai realmente tale. Fino a che non si sradicherà l’ignoranza non potrà esserci pace!
Quanto agli insegnamenti scolastici che i nostri giovani ricevono… Lo scorso anno, per fare un esempio, il mio figliolo più piccolo frequentava la prima media. Sul testo di storia (Paolucci, Signorini, Il corso della storia, Zanichelli) il capitolo dedicato agli ebrei era fortissimamente fazioso. La terra che Dio promise ad Abramo è definita sempre e soltanto Palestina, salvo poi identificare i filistei con gli “antichi palestinesi” che si stabilirono lungo la fascia costiera “del moderno Stato d’Israele”. Non una parola su Canaan, non una parola sulla reale nascita del termine Palestina, non una parola sull’origine non araba e men che meno islamica dei filistei (i quali erano di origine greca!). In pochissime pagine il termine Palestina compariva ben 11 volte eppure agli autori non venne in mente di spiegare che si tratta di un nome dato dai romani proprio nell’intento di de-ebraicizzare Eretz Israel (imperatore Adriano, 135 d.C.)
Che dire poi del testo curato dal gruppo Geoidea, Il mondo. Le regioni nella prospettiva globale, De Agostini, in cui si afferma: “La vittoria d’Israele impedì la formazione di uno stato palestinese” e “nel 1967 gli israeliani conquistarono la Cisgiordania (della Giordania) e la Striscia di Gaza (egiziana)”. In altre parole gli autori suggeriscono che fu l’autodifesa israeliana e non l’aggressione araba a non permettere la nascita di uno Stato palestinese e mi sembra anche si possa evincere che la Cisgiordania e Gaza – territori destinati alla Stato palestinese e, dopo la guerra d’indipendenza, occupati da Giordania ed Egitto – fossero in realtà territori di proprietà dei due rispettivi Stati. Un falso clamoroso! Sempre in riferimento alla Guerra dei Sei Giorni si fa riferimento alla conquista della città di Gerusalemme (non si dice la parte est!) da parte degli israeliani e si dice che, soltanto in seguito, divenne capitale d’Israele… lasciando intendere che, fino ad allora, fosse stata Tel Aviv. Del 1950 nessuna traccia. Di tono analogo sono i testi Bompiani, parte di una collana per la scuola secondaria superiore diretta da Giuseppe Dematteis. Nel testo Geografia dei paesi extraeuropei, di Natale Garrè e Giovanna Merlo (1993) si attribuisce la mancata formazione di uno stato palestinese nel 1948 alla vittoria delle guerra d’indipendenza da parte d’Israele. Gli stessi autori, ne I sistemi economici mondiali (del 1998) sostengono che in Israele le attività economiche industriali sono gestite unicamente dagli ebrei. Niente di più falso: è una casualità? Allo stesso modo è una casualità che gli autori scrivano che gli arabi che vivono in Israele sono in situazioni estremamente problematiche poichè ricevono la cittadinanza, ma sono di fatto esclusi dalle cariche politiche? Cosa può ingenerare tutto ciò negli studenti? Anche questi autori, tra l’altro, indicato Gerusalemme come capitale solo dal 1967.
Ancora più estremo è il testo curato da Gianni Morelli e Alfredo Somoza, La nuova geografia dei continenti, Mondadori 1998: in esso si legge infatti che Tel Aviv è la sede del governo. A p. 246 gli autori sostengono che: “La vendita di armi all’estero costituisce la voce più importante dell’economia del piccolo Stato”. Cosa vogliono suggerire? Dulcis in fundo… un testo universitario a cura di Dagradi e Farinelli intitolato Geografia del mondo arabo e islamico, Utet Libreria 1997. In esso, l’autrice del capitolo su Israele, M.L.Scarin, scrive che “nel 1947 nella regione della Palestina furono istituiti due Stati: uno ebraico…e uno arabo” (come fanno a capire, gli studenti, che in realtà furono soltanto proposti e non istituiti?). “Iniziarono le guerre arabo-israeliane: la prima fu quella del 1956″ (e quella per la sopravvivenza del 1948?). “Gerusalemme venne proclamata capitale dello Stato nel 1980 (…perchè non l’altro ieri?). “Gli ebrei oltranzisti vorrebbero la distruzione di tutti gli edifici che ricordano la fede musulmana”. Parlando di economia, l’autrice dimentica il terziario e il terziario avanzato e sostiene che l’agricoltura è uno dei settori più sviluppati. Parlando dei kibbutzim scrive che i bambini vengono educati in maniera ferrea e raramente si permette loro di compiere gli studi universitari.
Se i ragazzi vengono sottoposti a bombardamenti continui di informazioni faziose (e i media fanno la parte del leone), come potrebbero poi capire che tutto ciò su cui si fondano le loro certezze sia un falso? Se sin dalla prima media si insegna loro che la patria ebraica si chiamava “Palestina” e che i filistei altri non erano che gli “antichi palestinesi” questi poveretti iniziano a pensare che l’islam è sorto prima di Cristo in Palestina! E che gli ebrei hanno rubato la terra ai palestinesi: che è esattamente quanto i disinformatori vogliono.
La mia riflessione – che non credo sia di destra o di sinistra – vuole solo dire che, senza andare al di là di ciò che ci viene propinato e a cui crediamo acriticamente, non si potrà diventare aperti al mondo e si finirà sempre chiusi in noi stessi, con l’ulteriore conseguenza che l’accettare acriticamente tutto (compresa l’infibulazione ecc.) non ci renderà multiculturalmente migliori. Ci renderà soltanto schiavi.
Daniela Santus ha ragione da vendere su Israele e sui pregiudizi di “sinistra” verso Israele e gli eberi (ma è bene non dimenticare mai anche quelli, spesso ben più gravi, che vengono da destra). E anche sull’ignoranza diffusa sul tema. Ho spesso e volentieri litigato su questo tema con i mie compagni sia all’epoca del PCI sia ora…
Tuttavia, chi ha scritto qui sopra che l’idea di fondo è il recupero puro e semplice dei “valori ocidentali”, coglie un punto problematico vero. E’ davvero difficile trovare un equilibrio fra una visione aperta della globalizzazione come accettazione multiculturale dell’altro, e la capacità di mantenere alcune scelte e alcuni valori come “non negoziabili”.
In particolare, mi colpisce molto il discorso sul senso di colpa di noi 20% ricco. Perché è indubbio che illuminismo, democrazia, tolleranza sono valori nati nella ricca Europa. Ma è altrettanto vero che il colonialismo non sia stato proprio la diffusione di quei valori e che, tuttora, la cifra dello sfruttamento delle risorse dei paesi poveri è mica una invenzione. Ed infatti, in fondo a Copenhagen il problema è proprio trovare il modo di compensare i “guai” prodotti dall’Occidente.
Insomma, è purtroppo difficile far camminare le nostre buonissime e nobili idee sulla punta delle armi o delle “baionette virtuali” del commercio diseguale…
chi ha mai detto “glorificare israele”? io ho detto “glorificare lo stato-nazione”, ovvero il concetto di stato-nazione in sé, citando il passaggio ”l’Occidente – sempre più indebolito dal crescente disamore verso lo Stato-nazione” che non si riferisce appunto a israele ma al concetto di stato-nazione che è un concetto ben chiaro, con un significato storico, politico e ideale ben preciso.
La sinistra e il socialismo europeo ha tra i suoi cardini il tanto dimenticato “internazionalismo” che è forse uno dei valori più dimenticati ma che andrebbero ripresi per leggere e indicare in modo progressista la politica sia estera sia verso un’integrazione basata sulle persone e non su ideologie o religioni.
Io penso che la situazione sia di una banalità semplicissima:
L’occidente ha torto nelle sue vesti di sperperatore. Combattere l’occidente che ogni giorno trasforma in inquinamento più risorse mondiali del giorno prima, è giusto e sacrosanto.
Ma piaccia o no, ha ragione Daniela Santus quando in sostanza afferma che siamo la punta di diamante della civiltà. Nessun altro al mondo ha prodotto di meglio in fatto di civiltà. La mia non è un affermazione d’orgoglio, ma solo una constatazione. Un tempo questa palma è toccata ai Sumeri, poi agli Egizi, ai greci. Ed infine. sommando la classicità, la civiltà giudaicocristiana, l’illuminismo, l’ideale socialista, il risultato è stato la civiltà che viene definita occidentale. Un domani sicuramente verremo superati da altri. Ma fino a quel giorno, dobbiamo amarla e difenderla. Non perché è nostra, ma perché è un bene per l’umanità, un bene che ci sarebbe d’augurare che si diffonda in tutto il mondo, sia pur arricchito di ciò che di buono c’è nelle altre civiltà.
Se sparisse, torneremmo indietro di secoli.