Gheder hafrada: la barriera di sicurezza israeliana. Un nuovo muro di Berlino?

di Daniela Santus

(foto: Magneh)

Il 9 novembre è stato celebrato il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. L’occasione ha di fatto permesso anche il rilancio, da parte dei pacifisti “equivicini” di mezzo mondo, della campagna contro la barriera di sicurezza israeliana.

Soprattutto in Europa – e particolarmente a sinistra – la barriera difensiva è infatti percepita come una sorta di Muro di Berlino costruito dalla destra israeliana dell’allora Primo Ministro Ariel Sharon per far vivere i palestinesi all’interno di una specie di gabbia a cielo aperto. Il che ha creato un consenso piuttosto vasto attorno alla richiesta di azioni che portino alla caduta anche del “muro israeliano”.

A fronte di quest’attacco globale, appare dunque necessario chiarire alcuni concetti che, in teoria, dovrebbero essere del tutto ovvi e conosciuti, anche se molti preferiscono ignorarli.

Ed è bene innanzi tutto ricordare che il “muro” d’Israele – come lo definiscono i pacifisti equivicini – è stato progettato dalla sinistra israeliana di Barak e fortemente sostenuto da intellettuali laburisti come Yehoshua. Il primo breve tratto della sua esistenza cominciò nel giugno 2002: non si trattava, come tuttora non si tratta, di un vero e proprio muro, bensì di una “barriera” metallica il cui obiettivo principale consisteva, e consiste, nella prevenzione degli attacchi terroristici palestinesi contro i civili israeliani. Fu questo il motivo che convinse il Primo Ministro israeliano Sharon, nel corso del suo mandato, seppur all’inizio apertamente contrario al progetto, a intraprendere i lavori di costruzione. “A ogni nuovo attentato suicida, infatti, pesanti critiche e accuse piovevano da ogni direzione sul governo Sharon, che veniva accusato di essere prigioniero dei coloni e di mettere a rischio, per poche migliaia di irriducibili, la vita di milioni di israeliani, opponendosi alla costruzione di quella che ormai era vista come l’unica soluzione possibile allo stillicidio di attentati suicidi” (Burgaretta, “Il recinto di separazione secondo gli israeliani”, LiMes, 2003, p. 206).

Contrari alla costruzione erano e sono tuttora i coloni della West Bank, i quali vedono nella barriera la reale possibilità di rimanere isolati, unici bersagli degli attentatori palestinesi non più in grado di raggiungere le città israeliane. Contrari alla costruzione sono anche i palestinesi che, confondendo forse la causa con l’effetto, hanno sempre descritto la barriera di sicurezza come uno strumento di oppressione razzista teso a rinchiuderli in una prigione a cielo aperto, dimenticando che la barriera è esclusivamente nata quale risposta al terrorismo islamico-palestinese. Più significativamente si può ritenere che la vera motivazione per l’opposizione palestinese alla barriera sia ascrivibile alla volontà di impedire una separazione fisica e politica tra Israele e i territori cisgiordani. Eppure qualsiasi iniziativa che muova nel verso di una divisione tra i due territori dovrebbe essere considerata come un passo significativo verso la creazione di uno Stato palestinese indipendente e separato da Israele, anche se – com’è ovvio – non “al posto” d’Israele.

Da sempre, tuttavia, le principali agenzie di stampa internazionali, come AP e Reuters, diffondono immagini, puntualmente riprese da molti organi di stampa in tutto il mondo, che ritraggono la quasi ultimata barriera difensiva fra Israele e Cisgiordania come un’imponente muraglia di cemento. Si tratta di casi di foto-giornalismo che distorcono la realtà sul terreno. Carta alla mano si può notare infatti che, su 728 km di barriera difensiva progettati da Israele, meno del 3% sia effettivamente costituito da una struttura in cemento, mentre tutto il resto è composto da un sistema difensivo composto da reti e piste di pattugliamento, con telecamere e sensori di sorveglianza. Nonostante ciò agenzie e mass-media non mostrano praticamente mai immagini che documentino in cosa consista realmente il 97% della barriera.

I tratti di vero e proprio “muro”, complessivamente 8,3 km, sono stati infatti costruiti esclusivamente lungo zone ad alto rischio, dove sono state registrate non soltanto infiltrazioni di terroristi, ma anche numerose imboscate di cecchini palestinesi che hanno aperto il fuoco su veicoli civili in transito su strade israeliane. Gli stessi disagi causati dalla costruzione della barriera avranno infatti termine nel momento stesso in cui, con la cessazione del terrorismo e il raggiungimento di una vera pace, verrà meno la necessità di una barriera ed essa potrà essere rimossa.

A questo proposito si può ricordare che, negli anni successivi alla guerra dei Sei Giorni (1967), le forze armate israeliane edificarono un baluardo difensivo lungo la sponda est del Canale di Suez (la cosiddetta Linea Bar Lev) costituito da bunker e trincee, interamente in territorio egiziano, molto più massiccio e costoso della recinzione attualmente in costruzione. Di fatto, con la firma degli accordi di disimpegno, prima, e dell’accordo di pace fra Israele ed Egitto (1974-79), poi, la Linea Bar Lev venne totalmente smantellata e i territori egiziani interamente restituiti. Coloro i quali – pur non avendo sollevato cori di protesta contro le peace lines (muri altissimi e imponenti) che i britannici eressero e mai smantellarono nell’Irlanda del Nord, per suddividere fisicamente le comunità protestanti da quelle cattoliche – descrivono la barriera difensiva israeliana come una sorta di irremovibile muraglia cinese, o peggio ancora come un novello Muro di Berlino, o come un vergognoso muro dell’apartheid, non fanno che mettere in atto, più o meno consapevolmente, un’attiva campagna di disinformazione. Come già anni fa ebbe modo di sostenere Yehoshua: “La linea di demarcazione tra Israele e la Palestina vuole prevenire l’infiltrazione di coloni israeliani in territorio palestinese e quella di terroristi palestinesi in territorio israeliano. Soltanto così si rafforzerà la sovranità e la coesione dei due popoli. Uno stato senza confini è come una casa priva di porte. Chiunque creda in una soluzione equa, in uno stato sovrano per i due popoli, deve auspicare che tale confine venga stabilito” (Yehoshua, La Stampa, 11 agosto 2003, p. 9).

Tuttavia persino l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ebbe più volte modo di sostenere che la barriera difensiva, che Israele stava costruendo per proteggere la propria popolazione dagli attacchi terroristici, avrebbe potuto irrimediabilmente far deragliare il processo di pacificazione in Medioriente. La sua tesi si fondava sull’idea che la barriera violasse la convenzione di Ginevra del 1949, in materia di protezione della popolazione civile in territori occupati in tempo di guerra. Prescindendo dal fatto che non è corretto considerare i territori cisgiordani come “occupati”, in quanto essi non sono stati sottratti ad una sovranità straniera, vale tuttavia la pena di ricordare che, se la Cisgiordania è ancora in mano israeliana, ciò va fatto risalire ai famosi “tre no” con i quali Arafat a Karthoum, dopo la guerra del 1967, respinse sdegnosamente l’offerta di un ritiro di Israele dai territori in cambio di pace. Sarebbe dunque più corretto rivolgersi agli stessi come a territori “contesi” e rileggere con attenzione gli articoli della convenzione stessa. Innanzi tutto la Convenzione di Ginevra non vieta la confisca di terre neppure nei “territori occupati”. Essa vieta la “distruzione e l’appropriazione di beni non giustificate da necessità militari” (art. 147) e, anzi, permette esplicitamente alla potenza occupante di “assoggettare la popolazione del territorio occupato a disposizioni che siano indispensabili per permettere di garantire la sicurezza della potenza occupante, dei membri e dei beni delle forze o dell’amministrazione d’occupazione, nonché degli stabilimenti e delle linee di comunicazione da essa utilizzate” (art. 64).

E’ pertanto difficile sostenere che proteggere la propria popolazione civile da attentati terroristici non sia un legittimo obiettivo militare. L’argomento è ancora più debole se si considera che una delle principali “rientranze” della barriera entro la Cisgiordania ha lo scopo di tenere l’aeroporto Ben Gurion, da cui passa il 99 per cento del traffico aereo israeliano, fuori dalla portata di terroristi armati di missili anti-aerei da spalla.

Di fatto, il 22 febbraio 2004, ovvero il giorno precedente la prima riunione della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, invitata a decidere in merito alla legalità della costruzione di una barriera difensiva in Israele, il terrorismo palestinese (evidentemente sicuro dell’appoggio internazionale alla propria causa) compì l’ennesima strage di civili israeliani su un autobus nel centro di Gerusalemme, dove la barriera ancora non esisteva. Allo stesso modo, un altro attentato venne perpetrato – il 10 luglio 2004 – il giorno successivo al verdetto di condanna dell’Aja con il quale 14 giudici contro 1 (lo statunitense Thomas Buergenthal) chiesero la distruzione dell’opera difensiva, respingendo le motivazioni israeliane che fondavano il proprio diritto sull’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite: “Nulla che sia presente in questa Carta potrà inficiare l’intrinseco diritto, individuale e collettivo, all’autodifesa in caso di attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite”.

Purtroppo, per alcuni, “un ebreo caduto, militare o civile, è un grande successo”. In queste parole – pronunciate da Walid Jumblatt, membro del parlamento libanese e presidente del Partito Socialista Progressista (druso) – riportate dal quotidiano libanese Al-Nahar il 19-01-2004, sta la risposta più significativa a quanti ancora si chiedono a cosa serva la recinzione difensiva tra Israele e territori palestinesi.

Proprio a causa di questa tragica consapevolezza (vi sono state più di mille vittime israeliane a partire da settembre 2000 sino a fine gennaio 2004 – quando la barriera fu quasi del tutto ultimata – oltre a migliaia di feriti orrendamente mutilati), la barriera di sicurezza gode di ampio consenso tra l’opinione pubblica israeliana. Secondo un recente sondaggio ripreso da Gerald Steinberg in un articolo pubblicato dal Jerusalem Centre for Public Affairs, più del 70 per cento degli israeliani sostiene la costruzione della recinzione. Opinioni differenti sono riscontrabili soltanto sul tracciato e sulla funzione.

Coloro i quali si identificano con i partiti della destra vorrebbero infatti una barriera capace di includere e proteggere anche gli insediamenti ebraici nei territori cisgiordani, mentre i laburisti preferirebbero una recinzione che seguisse la cosiddetta linea verde, ovvero quella linea che demarcava il provvisorio cessate il fuoco tra Israele e Giordania dalla fine della prima guerra arabo-israeliana sino alla vigilia della guerra dei Sei Giorni (1967).

Esiste tuttavia anche un parziale disaccordo anche sul significato della barriera di sicurezza. Per quella parte della sinistra, che l’ha progettata e sostenuta, essa dovrebbe rappresentare un meccanismo di separazione politica unilaterale e diventare quindi un confine permanente, con o senza pace. Dovrebbe inoltre essere il preludio allo smantellamento unilaterale di parte degli insediamenti e al ritiro israeliano dai territori. In questo senso il “muro” diventerebbe uno strumento di pressione politica contro i palestinesi: in caso di mancato sblocco del negoziato, Israele procederebbe a demarcare il suo confine orientale e lascerebbe i palestinesi al loro destino, in grado di creare uno Stato, ma privi dell’accesso al mercato israeliano, senza accordo su Gerusalemme e senza compromesso su confini, risorse idriche e profughi. Un’altra parte della sinistra, quella che ha avuto più riserve in merito alla costruzione della barriera, fa notare che oggi la creazione dello Stato palestinese è inevitabile e che l’unica alternativa esistente è tra uno Stato palestinese ostile a Israele e uno disposto a convivere e cooperare con lo Stato ebraico. Meglio quindi mantenere i territori come “merce di scambio” e negoziare un confine definitivo, riconosciuto sia dai palestinesi che dalla comunità internazionale, e parte di un accordo che offra garanzie di sicurezza a Israele, rendendo quindi la recinzione un elemento superfluo.

La destra che, come si è detto, ha accolto l’idea della barriera proprio sulla base di un’effettiva necessità di difesa, preferisce sottolineare il ruolo puramente difensivo della recinzione, ignorandone volutamente la valenza politica.

Due fattori, a nostro avviso, dettano tuttavia cautela sulla natura politica di “confine” che la barriera potrebbe acquisire: il precedente del ritiro dal Libano e il costo ideologico dell’abbandono degli insediamenti (si pensi all’evacuazione di tutti i coloni ebrei dalla Striscia di Gaza). L’esperienza del ritiro dal Libano nel 2000 e da Gaza nel 2005 viene infatti indicata, da molti esponenti sia della destra che della sinistra israeliana, come molto negativa per aver danneggiato la deterrenza israeliana: nel mondo arabo il ritiro è stato interpretato come la dimostrazione che sotto pressione violenta Israele rinuncia a ciò che non cederebbe in un negoziato. Una separazione che diventasse un confine politico comporterebbe un ritiro unilaterale: in questo caso ci pare legittimo il dubbio che un tale passo possa essere letto tra i palestinesi come una vittoria del terrorismo, a dimostrazione di come la lotta armata, e non la diplomazia, serva a costringere Israele alle concessioni. Una barriera che lasci la maggior parte degli insediamenti ebraici a est significherebbe per la destra, soprattutto quella religiosa, la rinuncia al sogno dell’Israele biblica sotto sovranità ebraica.

Ma è sulla questione demografica che la sinistra, sia favorevole sia contraria, ha gli argomenti più significativi. Esiste infatti un fattore demografico nel conflitto spesso ignorato, che sta diventando cruciale e che è il cavallo di battaglia della propaganda palestinese che si oppone alla barriera. Se si ignora l’esistenza di un confine de iure – la linea verde – che separa Israele dai territori, e si guarda invece all’insieme territoriale de facto – cioè l’area compresa tra il Giordano e il mar Mediterraneo – esiste oggi una fragile maggioranza ebraica: dei circa nove milioni di abitanti compresi tra fiume e mare, il 55 per cento sono ebrei. Senza contare il possibile afflusso di immigrati ebrei o di rifugiati palestinesi che un accordo di pace potrebbe produrre, secondo i trend demografici attuali entro un decennio: i palestinesi dei territori e i cittadini arabi con cittadinanza israeliana diventerebbero la maggioranza. Al contempo, la mancanza di un confine politico che separi le due etnie e la continua espansione degli insediamenti che renderebbero una separazione sempre più difficile ridurrebbero di fatto la fattibilità del progetto politico di spartizione – due Stati per due popoli – su cui tutte le realistiche soluzioni di pace dal ’37 a oggi si fondano.

I palestinesi sono assolutamente consapevoli del fatto che, se saranno in grado di far perdurare il conflitto per qualche anno ancora, l’idea di divisione sarà sempre meno praticabile. Complice la simpatia internazionale per la loro causa e la generale avversione europea per l’idea dello Stato-nazione che Israele rappresenta, si farà strada allora la proposta, da sempre sostenuta dai palestinesi, sin dalla promulgazione della Carta nazionale dell’Olp, di uno Stato unico con una minoranza ebraica alla mercé di un governo arabo. La barriera rappresenta forse, in mancanza di un genuino processo diplomatico e di una sincera volontà palestinese di riprendere i negoziati, l’ultima possibilità per Israele di sancire una separazione fisica e politica tra ebrei e palestinesi. Israele è nato come Stato ebraico, democrazia a maggioranza ebraica in grado di attuare i valori dell’Occidente all’interno di uno Stato-nazione, rifugio dalle persecuzioni e strumento di rinascita nazionale, spirituale e culturale. Soltanto preservando il suo carattere di Stato-nazione Israele potrà continuare ad adempiere al suo compito storico, senza pregiudicare le premesse morali di democrazia che gli conferiscono legittimità agli occhi del mondo libero. Per questo motivo i palestinesi denunciano, pretestuosamente, il “muro” che, lungi dall’imprigionarli, li libererebbe dall’occupazione israeliana, privandoli però dell’unica arma a loro rimasta per imporre agli ebrei la rinuncia del loro sogno di indipendenza: l’arma demografica, la più grande minaccia alla sopravvivenza di Israele.

La barriera appare oggi come l’unica risorsa rimasta a Israele per sopravvivere alla mancanza di un processo negoziale o allo spettro di un abbraccio mortale di uno Stato binazionale, dove prima o poi Israele dovrebbe condividere la stessa sorte dei cristiani libanesi: sottomessi da una guerra civile e dall’intervento di una forza straniera, la Siria, che ha imposto loro la supremazia islamica, permettendo altresì l’ingresso del fondamentalismo, e privando la minoranza dell’autonomia politica che soltanto uno Stato nazionale avrebbe potuto offrire loro. Questo è il motivo per cui i palestinesi si oppongono ad una separazione fisica dallo Stato d’Israele. Questo è il motivo per cui i pacifisti “equivicini” chiedono l’abbattimento della barriera, novello Muro di Berlino, ben sapendo che mentre il Muro teneva separati i membri di una stessa nazione che aspiravano a riunirsi in un’unica struttura politica, la barriera israeliana segna – più o meno – quello che potrebbe divenire il futuro confine fra due nazioni che, almeno a parole, dichiarano di voler vivere entro i confini di due Stati separati.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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5 Commenti

  1. Luca Gras

    “Pretestuosamente”… se il Muro fosse sulla Linea Verde non ci sarebbe molto da dire… ma in questo caso il Muro toglie centinaia di chilometri quadrati ai territori palestinesi, mentre altre centinaia sono occupate dagli insediamenti illegali dei coloni… tutto questo in spregio al diritto e alla volontà della comunità internazionale.
    Perché l’articolo non parla chiaramente anche di questo, quasi che il tracciato del Muro sia una questione ingegneristica o accademica?

  2. Daniela Santus

    La linea verde NON è un confine: si tratta della semplice linea del cessate il fuoco lungo la quale si sono fermati gli eserciti alla fine della guerra d’indipendenza d’Israele, quando i Paesi arabi attaccarono il neonato Stato d’Israele otto ore dopo la sua nascita. Si tratta, tra l’altro, di una linea iniqua che – proprio in quanto non risultante da un trattato di pace – finì col tagliare in due molti villaggi palestinesi e la stessa Gerusalemme. Da un lato i soldati israeliani e dall’altro lato i soldati giordani che avevano appena occupato parte di quei territori sui quali avrebbe dovuto nascere lo stato palestinese.

    I coloni, in sè, non costituiscono un problema. Ariel Sharon, nell’agosto del 2005, ha mandato l’esercito ebraico a sgomberare i coloni ebrei dall’intera striscia di Gaza. Quelle persone sono state buttate fuori dalle loro case, sono state private del loro lavoro, delle loro serre… c’è chi dice che soldati ebrei abbiano deportato altri ebrei e li abbiano lasciati marcire in tendopoli nel deserto del Negev privandoli di tutto. In parte è ancora così. Ma quelle case, quelle serre, quelle spiagge su cui nidificavano le tartarughe Caretta Caretta, non sono diventate il primo nucleo del nuovo stato palestinese. Tutto è stato distrutto da Hamas che ha preferito piazzare le rampe missilistiche per colpire l’israeliana Sderot piuttosto che impegnarsi in un’operazione politica vincente: far nascere lo Stato palestinese.

    Quanto alla barriera difensiva, se ho dato l’impressione di trattarla come una questione “accademica”, beh, me ne rammarico: non si tratta di una questione accademica, ma di uno strumento che ha salvato e sta salvando centinaia di vite ebraiche (non più vittime di attentati) e di vite palestinesi (non più vittime delle ritorsioni dell’esercito israeliano).

    Un po’ meno ideologia e il desiderio di fare un viaggio per guardare i fatti con i propri occhi sarebbe per certo un atteggiamento più costruttivo!

  3. carlo

    Bell’articolo, imparziale e corretto. Fa piacere che si possa essere di sinistra senza essere per forza degli alleati del terrore.

  4. Stefano Cattaneo

    Finalmente 53 anni dopo la forzosa svolta filoaraba del 1956, imposta dall’Unione Sovietica, nella sinistra può ricominciare ad aver voce la verità sul medioriente.

  5. francesco

    Io non so la Sig.ra Santus sia un’attivista del PD, un’elettrice oppure una semplice frequentatrice di questo blog. Comunque sia, se le sua interpretazione del conflitto israelo-palestinese e della relativa questione del Muro – e non è che “un sistema difensivo composto da reti e piste di pattugliamento, con telecamere e sensori di sorveglianza” mi dia l’idea di essere molto meno ghettizzante di quanto lo sia un muro di cemento – dovessero, ora o in futuro, costituire l’opinione di larga parte dell’apparato del partito, mi domando come potrei entusiasticamente dare il mio voto al PD. E quando Mr B avrà finalmente fatto il suo tempo e il bisogno di arginare le sue ambizioni neo-cesaristiche sarà svanito, mi chiedo come potrò dare il mio voto al PD…punto!

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