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Istruzione

Forse la scuola è finita. O forse no

24.11.09 | 4 Comments

di Marco Campione

Giovanni Cominelli, responsabile del Dipartimento sistemi educativi della Fondazione per la Sussidiarietà, ha pubblicato recentemente per le Edizioni Guerini e Associati un volume intitolato “La scuola è finita… forse”. Il testo è indubbiamente stimolante per chiunque abbia interesse ad approfondire temi di politica scolastica. La tesi espressa dall’autore è a lui assai cara ed è qui ribadita con una particolare chiarezza espositiva: al centro di un qualsiasi possibile progetto di riforma deve essere messo il “cerchio educativo”, ovvero quello formato dalla persona (lo studente), la famiglia e l’insegnante. Ed è questo cerchio ad essere entrato in crisi, generando la solitudine dei nostri ragazzi.

Nel volume si parte da un punto fermo: tutti i dati concordano nel dire che la scuola italiana sta vivendo una profonda crisi. Come ci ha recentemente ricordato il rapporto sulla mobilità sociale della Fondazione Italia Futura, curato dalla Prof.ssa Irene Tinagli, il livello di mobilità sociale (cioè della possibilità di migliorare la posizione sociale rispetto a quello della famiglia di origine) nel nostro Paese è bassissimo. Ricordo solo tre dati di quel rapporto, a titolo esemplificativo.

Il 40% degli ultra cinquantenni dichiarava nel 2008 di avere uno stato sociale migliore di quello della famiglia di origine, mentre solo il 6% dei ventenni aveva la stessa percezione e il 20% di questi si collocava in uno stato sociale inferiore a quello della famiglia di origine (dati SWG).
In Italia la probabilità che una persona il cui padre non abbia completato gli studi superiori riesca a laurearsi è del 10%, contro il 40% in Gran Bretagna e il 35% in Francia. E non solo, mentre negli altri paesi si sono fatti notevoli progressi nel corso del tempo, in Italia tale probabilità è pressoché invariata (dati Eurostat).
Alla fine degli anni Ottanta nel nostro Paese il differenziale retributivo tra vecchi e giovani era meno del 20%; nel 2004 questo gap è arrivato al 35%. Un divario che risulta più pronunciato per i giovani laureati, che hanno perso proporzionalmente più terreno rispetto ai colleghi più anziani con lo stesso livello di istruzione. Inoltre i giovani più istruiti entrati nel mondo del lavoro a metà degli anni Ottanta riuscivano ad aumentare il proprio salario di oltre l’85% nel giro di sette anni, quelli entrati sul mercato del lavoro agli inizi degli anni Novanta dopo sette anni avevano raggiunto un aumento molto inferiore, ossia del 54% (dati Banca d’Italia).
Sono solo alcuni esempi che testimoniano come la nostra società è insieme immobile ed iniqua e che il principale strumento di ascesa sociale, l’istruzione, non funziona più a tale scopo, mentre il condizionamento della condizione sociale e familiare ha sempre più importanza.

Gran parte del dibattito pubblico di chi non vuole nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere i mali della scuola italiana, si concentra su due possibili cause, che l’autore descrive come segue. “Si tratta di una naturale e fisiologica obsolescenza di un apparato ideologico e amministrativo giunto alla fine della sua parabola secolare o di un male più profondo e più sottile che scava dentro la società, la politica, le istituzioni, dentro la civiltà?”. La risposta che Cominelli ci dà è che le due chiavi interpretative sono entrambe valide, entrambe sono necessarie e “se viene usata una sola chiave, la porta non si apre”. Da questa consapevolezza nasce anche quella che appare come una critica molto forte ad una certa vulgata passatista tanto di moda in questa fase storica. Dice Cominelli: “offrire come alternativa alla brodaglia mediatica del sapere la fuga all’indietro verso le discipline di Gentile o di Hegel è una scorciatoia fondamentalistica inefficace”. Quello che deve saltare (e chi scrive concorda) è l’idea che si possa mettere oggi nello zaino dei nostri ragazzi tutto il sapere che servirà loro fino alle soglie del 2100, fino alle quali verosimilmente la loro vita si spingerà. Quello che deve saltare è l’idea di curriculum, o meglio – si dice – ”la corrispondenza tra biografia e curriculum”.

Le proposte concrete che avanza Cominelli sono suddivise in capitoli: i genitori, gli insegnanti, il curriculum, gli assetti istituzionali. Del curriculum ho detto, per quel che riguarda gli assetti istituzionali, molto viene rimandato al Pdl Aprea, di cui ho già detto a più riprese cosa mi convince e cosa no. Mi voglio qui concentrare su genitori e insegnanti per introdurre alcune considerazioni conclusive.

Per quanto riguarda i genitori, si propone che la scelta educativa sia affidata esclusivamente alle famiglie: una scuola per ciascuna persona è l’obiettivo e questo, secondo l’autore, potrà essere realizzato innanzi tutto attraverso “robuste politiche di conciliazione” che consentano ai padri e alle madri di dedicare più tempo all’educazione dei figli nelle primissime fasi della crescita. Cominelli denuncia come le scelte di welfare portate avanti in questi anni dai governi siano caratterizzate da un eccesso di delega della funzione educativa agli asili nido; su questo personalmente dissento in modo deciso: sono in realtà ancora pochissime, soprattutto al sud, le famiglie che usufruiscono di questo servizio e non mi sembra corretto contrapporre la funzione genitoriale a quella di un efficiente ed efficace servizio pubblico materno infantile; ovviamente si dovrebbe discutere di più della qualità di questi servizi, ma questo ci porterebbe in considerazioni che esulano dal commento ad un testo come quello di Cominelli. Infine l’autore propone che le famiglie siano realmente messe nella condizione di scegliere e dunque da un lato possano accedere ad una sorta di sistema informativo sulla qualità, l’efficienza e l’efficacia dell’offerta delle scuole, ivi incluse tutte le informazioni che possano scaturire dall’implementazione di un sistema nazionale di valutazione (qui immaginata giustamente come gestita da una authority e dunque indipendente). Inoltre, perché il genitore possa essere realmente libero nella propria scelta, la famiglia di ogni ragazzo dovrà avere a disposizione una “dote” che potrà spendere dove crede, senza che – qualora opti per una scuola non statale – debba pagare di più. Mentre sulla prima proposta si deve concordare, sulla seconda ho forti perplessità: non tanto per il dettato costituzionale (se fossimo d’accordo nel merito basterebbe modificarlo), ma per la sua efficacia ed utilità, che per quanto mi sforzi di cercare non riesco ad individuare.

Per quanto riguarda gli insegnanti, si parte anche qui da una considerazione che avete trovato spesso anche da queste parti: gli insegnanti sono trattati alla stregua di qualsiasi altro impiegato pubblico, accentuandone gli aspetti impiegatizi e mortificandone l’autonomia e le responsabilità professionali. Sono bene accetti, dunque, tutti quei mutamenti che contribuiscano a valorizzare gli aspetti professionali degli insegnanti. Cominelli arriva ad ipotizzare un rapporto di natura privatistica tra la singola scuola e l’insegnante: la scuola potrebbe anche assumere, secondo lui, professionisti che “siano certificati in possesso di competenze pedagogico-didattiche acquisite in altre esperienze di studio e di lavoro”. Su questo non concordo, se non per alcuni insegnamenti molto specifici in scuole capaci di utilizzare le proprie quote di autonomia in modo virtuoso. Ma comunque la proposta di fondo di riconsegnare alle scuole autonome (o meglio alle reti di scuole) funzioni di reclutamento merita attenzione e considerazione. C’è nella scuola, non da oggi, una parte significativa di docenti che è ben cosciente di queste esigenze e che si concepisce non solo come puro esecutore indifferente al risultato del suo lavoro, ma come professionista, come progettista di percorsi formativi. Per questo vuole che gli sia riconosciuto il diritto di poter crescere (nelle mansioni e nella retribuzione) nel corso della propria carriera lavorativa, che vuole le nuove tecnologie nelle classi, che vuole stare a scuola in uffici idonei non solo per le 18 ore in cui sta in aula, che ritiene suo sacrosanto diritto che il suo lavoro venga valutato e valorizzato, premiando impegno e risultati conseguiti. Per questo non accetta più che il proprio percorso di assunzione avvenga un meccanismo anonimo ed ingiusto come l’attuale. Compito della politica è anche quello di “aiutare la scuola a cambiare” lavorando perché cresca, nella scuola e fuori dalla scuola, il consenso necessario affinché questa esigenza di cambiamento venga riconosciuta come interesse generale, strumento indispensabile di libertà e coesione sociale.

Come ho cercato di evidenziare, non ne condivido alcune delle proposte, ma il libro è indubbiamente uno stimolo importante per la discussione. In particolare è molto interessante quella sorta di ribaltamento che propone anche alla politica: smettere di pensare alla scuola a partire dalle esigenze di chi la scuola la fa e provare ad immaginare una politica scolastica per chi a scuola ci va. Molto di quanto affermato è peraltro condivisibile e non banale: tutta la parte che riguarda la ricerca delle cause della crisi attuale, la necessità di valorizzare molto di più l’autonomia scolastica, il tentativo di delineare una revisione del curriculum (a cominciare dal superamento della sua rigida scansione temporale) identificando inoltre un “core curriculum” e un “vocational curriculum”, la necessità di immissione massiccia di dosi di “negotium” nel curriculum con l’integrazione tra “artes liberales” e “artes mechanicae” e si potrebbe andare avanti. Condivisibile anche la parte che coraggiosamente va contro corrente e stigmatizza certi atteggiamenti oggi in gran voga. “Il massimo dell’innovazione che si propone – si scrive parlando di certe presunte riforme – è il ritorno ai tempi della scuola per pochi, della qualità per pochi. Sotto il velo della serietà, delle discipline, della severità sta un irriproducibile passato spacciato per futuro”.

A prescindere del dibattito su singole proposte, su ciò che personalmente ciascuno di noi condivide o meno, il grande merito del libro è quello di cogliere la fase che stiamo vivendo come fase di crisi di sistema: la fine della scuola di cui ci parla Cominelli, ha detto recentemente il Direttore dell’USR lombardo Colosio, è la fine della scuola moderna e credo abbia ragione. La classe dirigente di oggi, anche quella che – a parole – propugna il cambiamento, appare a volte rassegnata al fatto che nulla potrà mai cambiare, ma che lo vogliate o no – sembra dirci l’autore di questo testo – le cose cambieranno: “la contraddizione tra il vecchio sistema educativo e le necessità/domande educative dei ragazzi è destinata a gonfiarsi fino all’implosione del sistema”. E di fronte al futuro, conclude Cominelli, “abbiamo poche alternative: o lo costruiamo ora o ci precipiterà addosso”.

Anche per questo non si può che raccogliere la sfida del cambiamento senza temere il confronto con tutti coloro i quali hanno voglia di perseguirlo, uscendo dalla logica tutta quantitativa che caratterizza il dibattito pubblico di questi anni. Logica alla quale ci ha costretto l’approccio ragioneristico dell’accoppiata Gelmini-Tremonti, ma che è stata di buon grado fatta propria – purtroppo – anche da una sinistra, spesso incapace di cogliere la fase che stiamo vivendo.

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