di Michele Boldrin (per noiseFromAmeriKa)
L’altro mattina ricevo la telefonata d’una giornalista italiana che lavora per una rivista di larga diffusione e con la quale avevo avuto contatti in precedenza.
Mi chiede un’opinione sul seguente fatto: sembra che al liceo classico Parini gli studenti abbiano deciso di firmare una promessa. La promessa, come confermano i giornali, è la seguente: non copierò e non lascerò copiare gli altri. Qualcosa di simile, mi dice, sta avvenendo in Bocconi. Apparentemente l’iniziativa degli studenti del Parini ha sollevato un certo dibattito, financo delle perplessità. La giornalista mi chiede un’opinione visto che gli studenti del Parini sostengono di ispirarsi al modello di uso comune nelle scuole e nelle università USA.
Io confermo: il codice d’onore (honor code) c’è. Gli studenti lo sottoscrivono all’ammissione ed esso richiede, fra le altre cose, di non copiare, non lasciare copiare e, anche, di denunciare chi copia. È pratica comune ed esiste, da quanto ne so, da tempo immemorabile. Certo che viene applicato, confermo: non è che diventiamo matti a sorvegliarli, anzi. Proprio grazie all’honor code si sorveglia relativamente poco, specialmente nelle classi più avanzate e meno massificate. Quando qualcuno viene beccato a copiare ed esiste prova inequivoca del fatto, sono guai seri. Si può arrivare all’espulsione, nei casi più gravi. Ne so bene qualcosa io, aggiungo, che nel mio primo semestre negli USA, mal abituato dai miei trascorsi italici, venni coinvolto in un episodio di copiatura nel quale io facevo la parte di quello che fa copiare i compagni di studio per “aiutarli”. Venni, appropriatamente e pesantemente, redarguito. Appresi al volo la lezione, spiego, intendendo che, in effetti, ciò che stavo facendo non consisteva nell’aiutare i miei compagni di studio ma danneggiarne invece degli altri (oltre a non aiutare, probabilmente, quelli che pensavo di aiutare). Non è un caso che il verbo che si usa per descrivere questi atti non sia tanto “to copy” ma, più usualmente, “to cheat”: lo stesso che si usa per indicare il tradimento (soprattutto matrimoniale, ma non solo) e la truffa. A “cheater” è una “very bad person” da queste parti.
Qui la conversazione si trasforma un po’ in un monologo, perché la giornalista è chiaramente sorpresa (così a me sembra, posso sbagliarmi) dalle mie affermazioni. Argomento, allora, che in un sistema di tipo meritocratico, in cui “chi fa bene a scuola” riceve premi sia professionali, sia in denaro, sia, soprattutto, si guadagna l’opportunità di essere ammesso a università di grande prestigio dove è molto difficile entrare (posti come Yale, Princeton o, for that matter, WUStL, accettano circa il 10% delle persone che fanno domanda d’ammissione al college). Poiché quasi tutte le grandi università private fanno le ammissioni “ciecamente” rispetto alla capacità di pagare (need-blind admission), questo implica che si viene ammessi essenzialmente in base al merito accademico. Se, una volta ammessi, si accetta l’iscrizione l’università di impegna a finanziare sia le tasse che i costi di residenza. Insomma, per una persona di famiglia poco abbiente fare bene, o benissimo, a scuola può fare tutta la differenza del mondo. Altrettanto ovviamente questo NON implica che qui ci sia il paradiso, né che tutti i meritevoli vadano a Cornell o a Columbia, eccetera. Ma il merito conta, eccome.
Siccome il merito è, alla fine, relativo (i posti a disposizione sono quelli, quindi se non sei nei primi cento, mille, diecimila … l’ammissione non la ricevi) ecco che far copiare colpisce due volte. Da un lato fa guadagnare un voto alto ad una persona che non lo merita e, dall’altro, spinge in basso nella classifica chi ha fatto bene da solo ma magari non benissimo come chi copia. E questo, spiego, giustifica il fatto che gli altri studenti si impegnino sia a non far copiare sia a denunciare chi copia o fa copiare. Così facendo difendono se stessi ma, allo stesso tempo, preservano l’integrità del sistema meritocratico. Almeno di quel poco (o tanto) che di esso ancora rimane. Perché, ovviamente, anche qui come in tutto il mondo, la gente cerca di copiare e, specialmente negli esami e nei compiti che si fanno a casa, la tendenza ad usare internet per fregare il sistema è forte e crescente. Sì, aggiungo, qui si danno gli esami da fare a casa. Io lo faccio sempre per le classi del secondo anno di PhD ed anche in alcune classe undergraduate. Mi aspetto che gli studenti rispettino l’honor code e che chi non lo fa venga denunciato dagli altri.
A questo punto la mia gentile interlocutrice è chiaramente perplessa e mi chiede “Ma questo vuol dire fare la spia!”, e mi racconta che anche lei, messa di fronte ad una situazione con sua figlia (non conosco l’età della figlia) le ha consigliato di permettere che la compagna di banco copiasse, visto che altrimenti sarebbe stata discriminata dal resto della scolaresca. E di “fare la spia”, neanche parlarne, ovviamente. Bel posto l’Italia, penso fra me e me: non si rendono conto che queste sono esattamente le radici culturali dell’evasione fiscale massificata, della corruzione e dell’impenetrabilità di tutte le caste, insomma del sistema mafioso? E sto parlando con una persona d’alta cultura che vive a Milano … E mi rendo conto che anche io vedevo le cose esattamente nella medesima maniera tre decadi fa, quindi inutile che mi stupisca. La gentile giornalista con cui sto parlando non è un’eccezione, è una persona normalissima.
La sua osservazione mi fa venire alla mente un’esperienza di circa 15 anni orsono con mio figlio e la scuola italiana di Madrid. La racconto anche a lei. Quarta elementare, arrivato da due mesi: torna a casa scazzatissimo e ci spiega che la maestra gli ha detto di non fare lo spione. Anzi, l’ha punito perché aveva riferito che quello che aggrediva gli altri causando liti era X, mentre Y e Z non c’entravano nulla. Essendo cresciuto sino allora negli USA a lui tutto questo sembra semplicemente assurdo e non si capacitava. Andiamo, va mia moglie, dalla maestra, ed ovviamente gliene dice quattro. Questa, che era anche una brava ragazza e faceva il suo lavoro decentemente, messa sulla difensiva non riesce a dire niente di più che “ah, certo, il controllo sociale”, stile Toni Negri per capirsi, e che capisce ma che se, per favore, spieghiamo a nostro figlio di lasciar stare perché per lei è molto difficile fare altrimenti … La conversazione con la giornalista milanese finisce qui con dei cordiali saluti. Non so cosa scriverà, e fa lo stesso. Il caso personale è scarsamente rilevante, anzi è irrilevante.
Conta il punto di fondo. A cui ora vengo. No, anzi, non vengo al punto: mi fermo anche io qui, perché il punto credo di averlo già fatto. Le radici della questione morale stanno anche, e soprattutto, in pratiche culturali come queste. O no?iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Quindi, dato che esiste il reato di clandestinita’, e’ giusto che i medici o i semplici cittadini denuncino gli immigrati clandestini.
E’ uno di quei casi in cui un po’ di sano relativismo morale non guasta.
Quale dei due?
Trovo i commenti alquanto deludenti. Secondo me nella questione ci sono due aspetti:
* la meritocrazia
* il rispetto delle regole
Sul primo punto si può trovare l’impostazione statunitense eccessivamente competitiva, ciò non toglie che l’impostazione italiana non abbia il difetto opposto.
Sul secondo punto. La collettività nel suo complesso stabilisce che alcuni comportamenti sono dannosi per se stessa e li inibisce o con la repressione o con il biasimo. Io sono utente dei mezzi pubblici. Se qualcuno mette i piedi su un sedile mi danneggia in più modi:
), ma l’accettazione dell’idea di base che lo stato siamo noi e che chi lede le regole tendenzialmente ci danneggia è ciò che distingue le democrazie sane dalle altre.
* diminuisce in maniera sensibile la probabilità di trovare un sedile pulito
* aumenta le tasse necessarie per pulire
* nuoce in maniera indiretta (per e. dissuadendo i turisti dal venire in un posto sporco)
Io ho il diritto/dovere di dirgli di togliere i piedi dal sedile perché la sua libertà finisce dove inizia la mia. Se il biasimo non funziona la multa non è qualcosa di bieco e repressivo, ma semplicemente qualcosa di socialmente sano.
Certo che il principio va temperato caso per caso (non posso trasformare i miei ritorni a casa in delle battaglie!
Per evitare osservazioni ovvie ribadisco. Il PRINCIPIO della percezione del “bene comune” inteso come bene anche mio NON inibisce affatto considerazioni del tipo (per esempio): la attuale normativa sulla proprietà intellettuale è sbagliata perché nessuno di fatto riesce a rispettarla. La specifica legge è sbagliata. Ciò non toglie che in genere il rispetto della legge e degli altri sia un bene per la società
Mi dispiace di aver letto solo ora, con ritardo, questo interessantissimo post. A me sembra che, oltre agli aspetti messi in rilievo da Andros, col quale in generale concordo, ci sia anche un’altra contrapposizione dialettica di cui tener conto: la tensione fra libertà dell’individuo e sopravvivenza del gruppo.
Una società che si preoccupa, soprattutto, di mettere in condizione gli individui di esprimere tutte le loro potenzialità, produce sistemi che tendono ad esaltare la meritocrazia e l’apporto che ciascuno può dare alla società. Nei suoi aspetti migliori produce libertà, ricerca creativa, ricambio generazionale, mobilità sociale. Nei suoi aspetti peggiori deriva facilmente in un darwinismo sociale in cui vincono non i più bravi ma i più forti, e i meno dotati o i meno fortunati sono lasciati al loro destino.
Le società che privilegiano vincoli solidaristici hanno prodotto un alto livello di welfare, sindacati, cooperative. Nei loro aspetti degenerativi, il vincolo diventa di gruppo, di casta, di famiglia: ne derivano le raccomandazioni, ubbidienza alla legge familiare prima che a quella generale, e così via.
Non c’è da stupirsi se la delazione è vista in un caso come un valore nell’altro come un disvalore; e in fondo hanno ragione sia la madre che la mestra, entrambe del tutto oneste nel loro scandalizzarsi l’una dell’altra (permettetemi l’OT: in una società familistica come la nostra la delazione è un valore se diretta a “corpi estranei”, come gli extracomunitari, se diretta all’interno del gruppo di appartenenza è “tradimento”, ed è contrastata con l’omertà).
In fondo la storia sociale non è che un progressivo equilibrarsi e ri-equilibrarsi di questi due aspetti, di volta in volta correggendo l’uno con l’altro. Obama sta cercando, adesso, con la proposta di riforma sanitaria, di immettere nella società americana quegli aspetti solidaristici finora troppo marginali, della cui assenza paga le spese la parte più debole della popolazione.
La società italiana avrebbe un gran bsogno di una correzione in senso opposto, mettendo gli individui in condizione di esprimerre liberamete le loro potenzialità (penso ai diritti cvili, alla meritocrazia, ecc.) e liberandosi da caste e corporazioni, famiglie e familismi.