Contro l’omofobia? Certo non per i gay

di Elena Tebano

Alle associazioni glbt gli spot contro l’omofobia della ministra Mara Carfagna sono piaciuti. Il ministero delle Pari opportunità, il 9 novembre scorso, li ha presentati come una grande conquista: è “la prima campagna contro l’omofobia organizzata da un governo in Italia”, ha spiegato orgogliosa la Carfagna, che in passato aveva definito “costituzionalmente sterili” gli omosessuali. Dopo l’affossamento (con voti bipartisan e argomentazioni assurde) del disegno di legge sull’omofobia, questa è la prima risposta concreta del governo alle ripetute aggressioni dei mesi scorsi contro omosessuali e trans. E agli impegni sottoscritti dall’Italia con il trattato di Lisbona. “Un primo segno”, l’ha definito il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso.

A me, invece, sembra l’ennesimo segno dell’omofobia dilagante in Italia. Gli spot, infatti, confermano e convalidano la mentalità che dovrebbero combattere. Tanto per cominciare, non hanno neppure il coraggio di nominare l’omosessualità. Nelle immagini i gay, le lesbiche e i trans non esistono. Si vedono, all’inizio, solo un uomo e una donna, che in qualche modo fanno pensare a una coppia etero. La parte migliore della campagna è quella che segue: paragona l’orientamento sessuale ad altre caratteristiche (fisiche) personali: la somiglianza con i genitori, la grandezza dei piedi. Un messaggio giusto: l’omosessualità è una delle varianti naturali della sessualità umana, una caratteristica come altre delle persone.

Eppure anche questo brandello di messaggio positivo è ambiguo: l’omosessualità viene tacciata di irrilevanza e confinata nel privato. È il trito luogo comune (molto di destra) del “non mi importa quello che fate a letto, l’importante è che non me lo facciate vedere”. Trascura il fatto che l’orientamento sessuale diventa rilevante nel momento in cui qualcuno ti discrimina, o ti accoltella, in suo nome. Fa a pugni con decenni di conquiste dell’orgoglio omosessuale. Rinforza il divieto di esistenza sociale per chi è gay, lesbica o trans.

Per capire la distanza di questa posizione dalle battaglie culturali del movimento glbt, basta confrontare questa campagna con quella della Regione Toscana dell’ottobre 2007, realizzata con la consulenza di Alessio De Giorgi (fondatore di gay.it).

Lì lo slogan era “L’orientamento sessuale non è una scelta”. Quel manifesto aveva fatto discutere, dividendo i sostenitori della teoria secondo cui l’orientamento sessuale è innato da quelli (tra cui molte associazioni lesbiche) che vedono la sessualità come una scelta. Ma in ogni caso rivendicava con chiarezza la differenza e la legittimità della condizione omosessuale.

Lo slogan scelto dalla Carfagna recita: “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”. Sottintende, cioè, che essere diversi è sbagliato. Oltretutto “diverso” è l’epiteto pruriginoso usato per gli omosessuali. Non dice: essere gay, lesbiche e trans va bene. Ma che l’omofobia – un concetto piuttosto remoto per la maggioranza degli italiani – va rifiutata.

La presentazione della campagna sul sito del ministero è ancora peggio: “Capita ancora troppo spesso che gli omosessuali vengano giudicati non in quanto persone capaci come altre di aiutare e di amare il prossimo, ma in base a un aspetto privato: il loro orientamento sessuale. Vittima di questa superficialità discriminatoria non è solo l’omosessuale, è la società intera. Siamo tutti noi. Perché siamo costretti ad assistere ad aggressioni e molestie contro innocenti, gesti che consideriamo estranei alla vita civile”.

Un’infiorata di pregiudizi: si sente il bisogno di riassicurare tutti che le persone glbt possono aiutare e amare gli altri. Perché? È quello il dubbio che fa impugnare i randelli agli omofobi? Si parla dell’affettività come di un aspetto privato. Si riduce la violenza omofobica a “superficialità”. Si dice che va evitata perché le aggressioni non sono belle da vedere. Presupposti tutti molto discutibili, anche a volersi mettere dalla parte del senso comune.

In tutto ciò le persone glbt sono sempre vittime senza volto. Anche le immagini dello spot rimandano a questa idea: è ambientato in un’ambulanza, fa pensare a qualcuno che è vulnerabile o ferito. E nessuno dei protagonisti è identificabile come gay, lesbica, trans. Non c’è orgoglio, non c’è neppure il diritto di esserci.iMille.org – Direttore Raoul Minetti