Corrente o non corrente? Questo è il problema. Poco di Shakespeare, molto di Democratico. I dubbi post primarie di tanti che si sono ritrovati nella candidatura Marino e ora guardano al futuro. Era inevitabile che dopo l’e-mozione del risultato, arrivasse il tempo delle scelte.
E’ un fatto di salute politica. Perché in un partito, il PD, che ha ereditato certe tare genetiche comunista e democratico cristiana, fra correnti e spifferi si fra presto ad ammalarsi di settarismo.
Cerchiamo di riassumere. C’è chi pensa quel patrimonio di idee e passione che la proposta ha mobilitato, fuori e dentro il partito, debba essere capitalizzato in forma organizzata. Un “conto”corrente, insomma, per investire il credito incassato fra tante persone, persone come me ad esempio, che non avevano nemmeno la tessera del PD fino a pochi mesi fa. E sarà, che sta arrivando il Natale, ma anch’io mi sento addosso un po’ di questo spirito alla Ebenezer Scrooge by Dickens, o se volete alla Ugo Sposetti by Bersani: il timore di dilapidare qualcosa di importante, “se sciogliessimo le righe”.
Ma poi, credo che sia anche importante guardare fra le righe di Scalfarotto, di Civati, di Costa, di quanti ci ricordano in queste ore che sarebbe un errore rinchiudersi nel club di Marino. Al contrario – come si è fatto sin qui – occorre rompere gli schemi, mischiarsi e parlare a tutti i democratici. Nel pieno rispetto, di quanto Marino ha detto per l’intera campagna congressuale: “voglio una sola corrente, quella dei circoli.”.
Mi sta bene. Anzi, direi, andiamo oltre. Dobbiamo parlare a tutti, ma proprio a tutti. Queste idee non portiamole solo nei circoli, queste idee mettiamole in circolo ovunque, negli uffici, nelle scuole, nella vita di tutti i giorni. Perché qui il problema non è redimere i compagni che hanno sbagliato (candidato alle primarie). Qui, per innovare davvero, occorre convincere quelli che al momento hanno smesso di votarci, o quelli che ancora non ci hanno votato.
Io non chiedo a nessuno di farsi corrente di partito. Ma pretendo da me stesso e da tutti quelli che hanno creduto in questa battaglia, davvero, di non perdere il filo e di non perdersi di vista. Di farsi corrente di pensiero, corrente elettrica, scarica di tensione ideale ovunque, dentro ma soprattutto fuori dal PD. So che molti di noi, i più sperimentati come direbbe il titolare della ditta, già lo fanno. Dico, cerchiamo di farlo sempre di più.
E, a quanti , ritengono che per farlo sarebbe bello anche prendere qualche impegno reciproco, dico facciamolo, ma non per un vincolo eugenetico di razza pura, facciamolo per le cose in cui crediamo. Ogni giorno, purtroppo, questo paese ci offre nuovi motivi di disagio, di indignazione, di mobilitazione. Ecco, ognuna di queste brutte storie può diventare un’occasione non per contarci, ma per provare a contare uno sull’altro. E per cercare uno di più da coinvolgere.
Perché non dobbiamo cadere in quello stesso errore che da quindici anni perseguono le nostre classi “digerenti”. Quelli che hanno scambiato il cinismo per lucidità d’analisi. Quelli che hanno barattato la moderazione con l’immobilismo. Quelli che sono stati così delusi da se stessi, che non riescono a credere più negli altri.
Ecco contro tutto questo dobbiamo batterci. Andare contro-corrente.
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Ti ringrazio per questo post. Chi, come me, ha preso una tessera da pochi mesi, una tessera “a progetto” (come il lavoro dei precari… per verificare se, dentro il PD, ci fosserp quegli spazi, anche minimi, per un rinnovamento di politiche e classe dirigente), non può che farsi domande sul futuro.
I primi passi degli ex-mariniani, dopo le primarie, sono stati confusi e contraddittori, e soprattutto hanno lasciato poco sperare in questo rinnovamento.
La parola “corrente” fa paura, ma intendiamoci: una corrente è un sistema di potere che mira alla spartizione del potere stesso. E’ cosa diversa una “corrente di pensiero”, che è forza creativa, dà spazio ad idee divergenti, porta aria nuova all’interno di una struttura asfittica. Purtroppo, pur predicando che “non siamo corrente”, come tale ci si è comportati, accettando la cosiddetta “gestione plurale” di Bersani (sostituto, solo terminologico, della “gestione condivisa” di antica memoria). Si è accettato di spartire posti, dunque.
Ma come “corrente di pensiero” non si riesce a trovare un agire collettivo, che ci porti ad essere identificabili ed identificati come agente di rinnovamento, anche attraverso la critica verso le politiche e le classi dirigenti del “secolo scorso” (che tali sono rimaste anche nel sedicente nuovo corso bersaniano). Tranne che non si pensi che l’ingresso di qualche “mariniano” negli organismi dirigenti possa di per sé essere una presenza salvifica per tutti.
La difficoltà dell’agire collettivo la si è vista benissimo nella mancanza di qualsiasi reazione alla sentenza della Corte Europea sul crocefisso e alle frasi risibili di Bersani (che, per essere “segretario di tutti” non è immune dal dire sciocchezze), o alla mancanza di sostegno alla proposta di Civati sulla mobilitazione contro la “riforma della giustizia” di mister B.
Nonostante le mie sollecitazioni, per esempio, l’ex comitato Marino della mia città, che pure predica “non perdiamoci di vista”, non ha mosso un dito per chiedere una mobilitazione dei circoli; il ché dimostra, secondo me, che il solo essere individualmente nei circoli, scioglierci dentro il partito per mantenere vive le nostre idee, ecc. non è sufficiente ad ottenere risultati. Del resto, le idee che abbiamo trovato ben sistematizzate nella mozione, erano idee già ben presenti in molti iscritti e non iscritti al PD, e gli iscritti certamente già le proponevano nelle poche occasioni di discussione all’interno del partito, a tutti i livelli. Quello che mancava era proprio il catalizzatore che potesse far diventare quelle idee agire collettivo, capace di operare dentro il partito, allargandone gli spazi di rinnovamento. Questo è possibile solo ad una minoranza interna, che opera come tale: interessata non alla spartizione di posti, ma ad una battaglia politica che abbia come centro una nuova idea di partito e di paese. Con lo scopo di conquistare a questa idea la maggioranza del partito, nei tempi e nei modi dovuti, e dichiarandolo in modo trasparente. Credo che la “gestione plurale” sia un modo per mantere in essere le correnti nella loro peggiore accezione, e di uccidere qualsiasi possibilità di gestione davvero democratica, in cui maggioranza e minoranza si confrontano e si affrontano sulla base delle idee, e si assumono le relative responsabilità: quella di governare, questa di proporre idee alternative.
Scusa la lunghezza, ma mi sembra che il tema meritasse qualche riflessione articolata.
Al di fuori di tutte queste considerazioni, l’incapacità di agire in squadra da parte di una “corrente di pensiero” anche maggioritaria nel partito, fa sì che anche una “corrente di potere” organizzata seppur minoritaria nel pensiero abbia la meglio.
Questo comporta che la classe dirigente del partito non rappresenta la base.
Meditate su questo cari mariniani, o ci si organizza per il bene del PD, o il PD finisce per tradire se stesso.
@Manuela
grazie a te del commento, così ricco di riflessioni. Io, ti giuro, ho più dubbi che certezze, ma mi ritrovo in una cosa che ha detto Giuseppe Civati. In un partito di “schierati” per interesse, chi non si schiera è comunque identificato come “altro” e dunque, anche se non volesse, si ritrova in una “contro-corrente”. Il rischio di perdersi c’è, indubbiamente, ma anche le possibilità di “contagiare” postivamente altri democratici (soprattutto fuori dal PD) rimane intatta.
Grazie per la risposta, Marco. Anch’io ho molti dubbi, e per questo credo che sarebbe importante un confronto senza rete su questi temi; voglio solo aggiungere che, secondo me, il rischio peggiore è proprio quello di non riuscire a parlare fuori di noi, perché incapaci di identificarci come opposizione interna. Sono molto preoccupata dalla condivisione di responsabilità – senza avere una vera possibilità di incidere sulle politiche del partito, data l’esiguità della nostra minoranza – che deriva da una “gestione plurale”.
Il fatto che stiamo su questo blog a scambiarci e a condividere soprattutto riflessioni significa che di fatto un legame c’è, messo in luce dalla mozione Marino. Non parlo dei molti, e molti Mille, che da tempo discutevano e si confrintavano, e per i quali Marino è stato un’occasione in più. Parlo degli iscritti per marino, che ora ci sono e sono entrati in contatto tra loro e con gli altri.
Allora, per come la vedo, la questione corrente o non corrente è mal posta o meglio, si risolve su, implica due livelli: quello fattuale, costituito da luoghi come questo blog, in cui ci si conosce e riconosce, inevitabilmente, proprio nella volontà di discussione comune e nella condivisione dei ‘principi’. Luoghi come questi esistono già e funzionano già molto bene.
E poi c’è il livello di metodo, che riguarda l’esportazione, per così dire, di quei principi nella realtà allargata dei circoli, degli altri iscritti, del territorio, della società civile. Là si agisce in base a un’identità non di partito, ma di metodo appunto, nel come fare le cose (quelle che volta per volta emergono come urgenti o importanti) secondo i principi, quelli sì, “identitari”.