Ambiente – Copenhagen FAQ

Inauguriamo oggi una serie di post dedicata alla conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici. Di seguito trovate alcune FAQ su politica e riscaldamento globale. Il tema è curato da Giorgio Gualberti, Corrado Truffi, Filippo Zuliani e Gianluca Baccarini. Potete contattarci  su energia.imille@gmail.com. Sono benvenuti anche i commenti ai post, diciamo.
1430970635_a1a746d7fd
(foto: Olafur Eliasson)

Che cos’è la conferenza di Copenhagen?
E’ il 15mo meeting (COP 15) della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), siglata nel 1992 a Rio de Janeiro. E’ inoltre il 5° meeting da quando il protocollo di Kyoto è entrato in vigore (MOP – 5).

Come funziona il protocollo di Kyoto?
I paesi del mondo sono divisi in due liste. I paesi industrializzati (Annex-I) e quelli in transizione/via di sviluppo (non Annex -I). Il protocollo di Kyoto vincola i paesi industrializzati firmatari (Annex-I) a ridurre le emissioni di gas serra del 5.2% (in media, dell’8% nel caso dell’UE) rispetto al valore del 1990. La riduzione deve avvenire entro il 2012 e segue il principio di responsabilità comune ma differenziata. Una parte delle riduzioni può essere ottenuta attraverso progetti che riducono le emissioni in paesi in via di sviluppo o in altri paesi industrializzati (progetti CDM e JI).

Perché è particolarmente importante?
Perché siamo nel 2010. Il protocollo di Kyoto “scade” nel 2012 e ancora non è stato trovato un accordo riguardo l’estensione degli impegni sulle riduzioni delle emissioni di gas serra.

Quali gas sono compresi nell’accordo?
I cosiddetti Gas Serra, ovvero quelli la cui maggiore presenza nell’atmosfera dovuta alle attività dell’uomo ha provocato e sta provocando – secondo un consenso scientifico largamente condiviso – un innalzamento “artificiale” della temperatura della terra e un cambiamento climatico antropogenico. Sono soggette a riduzioni le emissioni dei seguenti gas:

  • CO2 – Anidride Carbonica (biossido di carbonio)
  • CH4 – Metano
  • N2O – Ossido di diazoto
  • PFC – Perofluorocarburi
  • HFC – Hidrofluorocarburi
  • SF6 – Esafluoruro di zolfo

Va notato che differenti gas hanno un potere di riscaldamento globale diverso. Al fine di avere una misura comune, i gas sono espressi nella misura di “CO2 equivalente”. Per esempio, le emissioni di metano producono un effetto serra 21 volte superiore a quelle di CO2. Le attività legate alla produzione di energia sono globalmente responsabili per il 26% delle emissioni di gas serra, l’industria per il 19%, la deforestazione per il 17%, l’agricoltura per il 13.5% e i trasporti per il 13.1%. (fonte: UNFCCC, Climate Change 2007: Fourth Assessment Report, Synthesis, pag 36)

E la deforestazione?
Deforestazione e agricoltura hanno un peso molto importante nel bilancio dei gas serra. Insieme contribuiscono per circa il 31% delle emissioni totali (fonte: UNFCCC, op. cit). Tra il 2000 e il 2005 più di 7 milioni di ettari ogni anno sono stati deforestati. Questo tipo di attività è compresa negli inventari delle emissioni del protocollo di Kyoto alla voce LULUCF (Land Use, Land Use Change and Forestry). Sfortunatamente, Kyoto non ha messo in campo strumenti efficaci per combattere la deforestazione.

Le emissioni sono diminuite?
In parte. Le emissioni dei paesi industrializzati firmatari sono effettivamente diminuite (-5,2%). L’EU in particolare ha fatto un grosso sforzo (ma non l’Italia – che ha aumentato di piu’ del 7% invece di diminuire del 6.5% promesso). Tuttavia una gran parte delle riduzioni dei paesi industrializzati è dovuta alla dismissione dell’industria pesante obsoleta dei paesi ex-socialisti (-42%). Se escludiamo le economie ex-socialiste, gli altri paesi industrializzati hanno invece aumentato le loro emissioni del 12,8%.
graph

fonte: http://unfccc.int

Legenda:

VIOLA – Annex I non – EIT Parties= paesi industrializzati (escluso ex socialisti)
VERDE – All Annex I Parties = Totale paesi industrializzati
BLU – Annex I EIT Parties = paesi ex socialisti

Va notato che questi dati comprendono anche le emissioni degli Stati Uniti (+16%) ma non comprendono le emissioni dei paesi in via di sviluppo: Cina, Indonesia, India, Brasile etc. Le emissioni totali del mondo sono certamente aumentate, anche se una stima precisa è difficile.

Quindi Kyoto ha fallito?
No. Il merito di Kyoto è quello di avere fatto un primo passo. Il Protocollo di Kyoto ha definito degli obiettivi di riduzione di emissioni solo per i paesi industrializzati. Il secondo passo spetta al trattato che uscirà da Copenaghen o, piú probabilmente, dal trattato che sarà firmato nel 2010 sulle basi di un accordo politico raggiunto a Copenhagen.

Quale è la situazione attuale delle discussioni? Quali sono le forze in gioco?
Vi sono schematicamente due gruppi: paesi industrializzati da una parte e paesi in via di sviluppo dall’altra. I paesi che “contano” sono EU, Giappone, USA per i paesi industrializzati, Cina ed India per quelli in via sviluppo. Questi ultimi vogliono che i primi, responsabili storici del riscaldamento globale, prendano degli impegni di riduzione massiccia delle proprie emissioni. Per fare un esempio, la Cina chiede un -40% ai paesi industriali nel 2020, rispetto al 2000. I paesi industriali accettano questo principio, ma vogliono che i paesi in via di sviluppo limitino l’aumento previsto delle loro emissioni, e sono disposti a fornire trasferimenti tecnologici e finanziari a questo fine. Vi sono peró ancora grandi divergenze e trattative sia sugli obiettivi di riduzione che, ahimé, sui trasferimenti finanziari. L’EU è stata fino ad ora la forza motrice dei negoziati internazionali e ha già annunciato ulteriori riduzioni per il 2020. Riduzioni ambiziose (meno 20% rispetto al 1990) che possono essere aumentate fino al 30% in caso di accordo internazionale. Anche il Giappone sembra essere su una traiettoria virtuosa: il nuovo premier Hatoyama e’ stato infatti eletto su un programma che prevede un obiettivo di riduzione delle 25% delle emissioni nel 2020 rispetto al 1990.

Il problema viene dagli USA.

Già, gli USA.
Gli USA Sono il centro della questione. In primis perché insieme alla Cina sono il paese che inquina di più al mondo. Poi perché, per decisione dell’amministrazione Bush, non hanno ratificato il protocollo di Kyoto. Ma soprattutto perché stanno oggi bloccando la possibilità di un nuovo accordo per loro questioni interne. Obama è infatti rimasto ingarbugliato sull’approvazione della riforma sanitaria e la legislazione domestica sulle riduzioni di emissioni non sarà votata da Congresso e Senato prima del 1° trimestre 2010. Senza un compromesso forte e chiaro da parte degli USA, gli altri partner internazionali difficilmente considereranno opportuno definire i propri obiettivi (e questo è comprensibile).

Altro ostacolo importante per l’ammistrazione Obama è la difficoltà “congenita” che hanno gli USA ad accettare una perdita della propria sovranità nazionale, derivata dalla firma di trattati internazionali. In questo caso gli americani stanno insistendo molto anche sul fatto che una riduzione delle emissioni statunitense sarebbe inutile se non fosse accompagnata anche da misure nella stessa direzione dei paesi di nuova industrializzazione, quali la Cina.

Cina, ma non solo.
Secondo alcune stime la Repubblica Popolare Cinese è oggi il primo paese in termine di emissioni totali. La popolazione cinese, comunque, ammonta a circa quattro volte la popolazione degli Stati Uniti. Considerando anche la deforestazione, le emissioni di Indonesia, Brasile, India sono molto forti. Secondo alcune stime, infatti l’Indonesia è addirittura il terzo paese per emissione totali e il Brasile il quarto (PEACE. 2007. Indonesia and Climate Charge: Current Status and Policies). Pur nella incertezza delle stime è chiaro che un approccio globale al problema clima non può più ignorare questi fattori. Senza dimenticare che una parte delle emissioni dei paesi in via di sviluppo e emergenti è poi anche esportata nei paesi industrializzati sotto forma di merci. D’altra parte, i paesi in via di sviluppo hanno storicamente una responsabilità molto minore rispetto ai paesi industrializzati. La ripartizione dei costi, degli incentivi e il trasferimento delle tecnologie pulite sono dunque i punti centrali dell’agenda politica. Nel corso delle negoziazioni degli ultimi mesi il peso diplomatico della Cina è apparso in crescita pronunciata. Le posizioni cinesi sono spesso sostenute anche da gran parte dei paesi Africani e da molti altri paesi in via di industrializzazione.

Cosa ci si puó attendere da Copenhagen?
Con il fallimento del round di preparazione di Barcellona a inizio novembre, le aspettative degli esperti di arrivare ad un trattato a Copenhagen erano già drasticamente ridotte. L’annuncio di Obama dello scorso 15 novembre dell’impossibilità di arrivare alla firma di un trattato a Copenhagen non ha fatto che confermare queste aspettative. Quello che ha colpito è stato il fatto che questo annuncio del presidente americano ha avuto luogo durante l’Asia Pacific Economic Co-operation Meeting in Singapore, senza la presenza degli europei. Ora la EU è stata la forza trainante di Kyoto, ed il meeting è programmato a Copenhagen, capitale della Danimarca, Stato simbolo degli sforzi dell’EU. Quindi un vero schiaffo diplomatico all’EU, da parte del cosiddetto G2 (USA + Cina). La speranza più ottimista per Copenhagen è ora quella di un accordo politico dettagliato, che dovrà poi essere tradotto in un trattato con validità giuridica nei prossimi mesi. Anche questa speranza sembra al momento abbastanza irrealista ed è purtroppo possibile che si arrivi solo ad una dichiarazione di principi. In ogni caso, seguiremo gli sviluppi da vicino. Stay tuned.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

5 Commenti

  1. Alle fredde e razionali FAQ qui sopra, tocca subito aggiungere notizie più da “guerra del clima”: si sta scatenando quello che i negazionisti climatici già chiamano climate-gate.
    Qui il post di realclimate, qui una discussione italiana sul tema.

  2. Antonio

    Bel post. Schematico ed esaustivo. Quel che non capisco e’ quale sia la posizione politica degli autori, a riguardo.

  3. La posizione politica degli autori arriverà pian piano coi prossimi post. Come scritto in cima, è il primo di una serie di post. Una volta tanto, crediamo sia il caso di tentare di approfondire e non saltare subito a più o meno facili conclusioni. Ma le nostre opinioni le abbiamo eccome – e qualcuna pure divergente fra i quattro autori….

  4. Giorgio Antonello

    Esiste in giro una tabella semplice semplice con le emissioni pro-capite negli anni 1990, attuali e proiezioni 2020? Dire che il Brasile o Indonesia inquina più di noi senza confrontare la pooplazione può essere fuorviante; ad esempio la popolazione cinese è 4,5 volete quella USA, non quasi 4 volte; se la Cina inquina come gli USA significa che un cinese inquina 100 e un americano 450.
    Anche perchè, diciamocelo, il punto di arrivo al 2050 (anzi prima) sarà che ogni cittadino del pianeta dovrebbe avere la stessa quota di CO2.

Trackbacks / Pings

Lascia un commento

Subscribe without commenting