L’effetto combinato dei provvedimenti del Governo, delle delibere degli Atenei e delle lobbies accademiche sta mettendo a grave rischio il futuro di una generazione di ricercatori precari. La “tempesta perfetta” che vediamo inesorabilmente approssimarsi è figlia dei tagli al Fondo ordinario per le Università, del sostanziale e prolungato blocco dei concorsi a ricercatore, del ritardo nella destinazione di importanti fondi per la ricerca e dell’ostinazione da parte degli atenei di non bandire concorsi per posizioni che già sono state sbloccate.
In tempi di blocchi e definanziamento, le Università e gli Enti di ricerca italiani ha fatto un uso distorto dei contratti a termine, facendo crescere il numero dei precari della ricerca, si stima, a decine di migliaia. La crisi della ricerca in Italia è anche misura del fatto che oggi moltissimi di questi precari hanno superato o stanno per superare i limiti temporali sul rinnovo di posizioni come l’assegno di ricerca, limiti sui quali il Ministero dell’Istruzione ha deciso recentemente di imporre il ferreo rispetto nell’interpretazione più restrittiva possibile della legge senza parallelamente offrire alcuna alternativa che non sia una retrocessione verso contratti ancora più precari o l’abbandono definitivo della ricerca e la disoccupazione. La naturale soluzione per rinnovare con forze fresche e migliori l’Università e la Ricerca sono, nell’Italia di oggi, i concorsi per ricercatore, ma dei 4000 stanziati ormai nel dicembre 2006 non ne sono stati messi a concorso nemmeno la metà e di questi pochissimi hanno concluso il loro iter e sono sfociati nelle effettive prese di servizio. Una soluzione al problema non può certo essere intravista nella presentazione del Ddl di riforma più volte annunciata dal Ministro e sistematicamente rinviata.
E’ infatti prevedibile che tale Ddl non potrà produrre effetti prima di almeno tre anni, mentre le scadenze dei precari sono questione di mesi: com’è possibile prospettare al rinnovamento della ricerca solo una remota possibilità e fra così tanto tempo? Se le Università e gli Enti di ricerca italiani fossero, per esempio, la Fiat o la Telecom, a fronte delle mancate entrate ricorrerebbero ad una profonda ristrutturazione del personale. E qualunque amministratore delegato scoprirebbe con piacevole sorpresa che un terzo del personale delle Università (20.000 docenti) potrebbe essere mandato in pensione di qui al 2015 avendo superato i 65 anni di età, 10.000 già dal 2010!
Da una parte c’è quindi l’esigenza, addirittura l’urgenza sociale, di salvare la ricerca italiana e coloro che oggi la portano avanti, in condizioni di precarietà e in assenza di prospettive concrete; dall’altra, 20.000 professori a fine carriera che potrebbero andare in pensione con invidiabili assegni mensili. Ebbene la scelta che fanno gli atenei (tenendo in servizio persino gli ultrasettantenni!) e il Ministero (non prendendo nessun provvedimento) è esattamente l’opposto di quella che farebbe un saggio capitano d’azienda: buttano al macero i giovani (e il futuro) e si tengono gli anziani.
Tempi difficili esigono misure impopolari ma certo imporre il pensionamento degli over-65 è molto meno impopolare che, ad esempio, mandare allo sbando i 35-enni. Quello che chiediamo è il coraggio di prendere per una volta la decisione più saggia, socialmente sostenibile ed economicamente e produttivamente più conveniente, e che proprio in questi giorni, sebbene con forme diverse e discutibili, la stessa maggioranza di governo sta ipotizzando per la scuola: mettete a riposo per legge tutti i ricercatori e i professori associati e ordinari che superino i 65 anni di età, a partire dal primo gennaio 2010. Le risorse così liberate saranno più che sufficienti per garantire nei prossimi anni:
a) la stabilità economica degli atenei al netto dei tagli imposti al Fondo ordinario per le Università
b) un ricambio generazionale profondo, nel periodo di transizione che porterà infine alla riforma che si progetta tramite Ddl
c) un ingresso costante e significativo di nuovi ricercatori selezionati con le nuove regole introdotte dalla legge 01/09, che rispetto a quelle del passato offrono maggiori garanzie di una reale selezione dei migliori.
E’ inoltre necessario che per il 2010-2011 si consentano nelle attuali condizioni di emergenza i rinnovi dei contratti precari, assegni in primis, in modo da garantire un adeguato e realistico sostegno economico a coloro che potranno concorrere per le posizioni liberate dalle messe a riposo. Il tempo delle decisioni non può più essere rimandato: il futuro della ricerca, e con esso una generazione di giovani ricercatori, è in serio pericolo e, potete scommetterci, non lo lasceremo sacrificare alle ragioni dei potentati accademici senza lottare.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Faccio due premesse e due osservazioni.
prima premessa. Sono un ex assegnista. nel senso che ho mollato l’assegno di ricerca (precario) non piu tardi di 2 mesi fa ed ho preso un posto sicuro in un autorità. Dovrei essere quindi una di quelle figure che tu descrivi. Ricercatore precario fatto fuoriuscire dall’università per gli stenti (a cui magari avrei potuto contribuire con chissa quale ricerca scientifica) mentre una manica di baroni da dentro depreda quel poco che rimane (e non vuole andarsene). Eppure nella descrizione non mi ritrovo. In primo luogo perchè ovviamente tutto sommato non ho la pretesa di dare questo grande contributo alla ricerca con le mie idee. In secondo luogo perchè non ho optato per qualcos’altro a causa della precarietà.
seconda premessa. Chiariamoci su un punto, l’obiettivo dell’università è fare ricerca e didattica. sembra banale ma va chiarito anche nei confornti di chi vuole dire che l’università deve occuparsi conto dei precari a prescindere. L’università non è un ammortizzatore sociale, ne per gli studenti, ne per i ricercatori.
La precarietà (e qui sono alla mia prima osservazione) non è il problema dell’università. Se ci guardiamo intorno a livello internazionale è piuttosto la figura del ricercatore a tempo indeterminato che abbiano noi ad essere l’anomalia. Uno a 30 anni con magari neanche una pubblicazione all’attivo puo prendere un posto a vita. Pagato male, ma dall’università non lo schioda piu nessuno. In molti altri paesi, lo sai, funziona al contrario: si inzia con contratti a scadenza, e la “precarietà” è compensata da paghe ben piu altre degli stipendi da fame che abbiamo qui.
In alcune università italiane (luiss, bocconi trento, bolzano per quello che so io, ma ce ne saranno sicuramente altre), si usano dei contratti introdotti nel 2004 dalla moratti che ricalcano queste linee. secondo me sono contratti buoni, per i ricercatori, ma anche per l’università perche offrono la possibilità di valutare la bontà dei ricercatori.
seconda questione. Pensionare tutti gli ultra 65enni. Qui ci dobbiamo mettere d’accordo. O diciamo che l’età pensionabile va alzata perchè senno è insostenibile per le finanze (lo ha detto giusto ieri draghi, se ce ne fosse bisogno) oppure crediamo ancora alla favoletta che il problema dell’occupazione (in questo caso nella università) si risolve mandando a casa i vecchi. io ovviamente sono per la prima. Soprattutto nel nostro ambiente (ops ancora dico nostro… dovrei dire vostro ormai), a 70 anni una persona puo essere ancora produttiva. Insomma, insegnare non è un lavoro usurante. Certo c’è un calo di produttività legato all’età e certo c’è un calo di produttività dovuto alla lunga tenure (il posto fisso). ma occupiamoci allora di questi due aspetti e facciamo in modo che un professore che vuole rimanere in cattedra anche a 70 anni debba dimostrare di essere ancora utile all’università. Facciamo anche in modo che le risorse finanziarie siano legate a questa produttività mettendo buona parte dello stipendio ancorata alla ddattica ed alla ricerca prodotta in modo tale da disincentivare i vecchi tromboni che rimangono in università solo per i lauti stipendi.
Vorrei rispondere a Matteo con 2 semplici osservazioni.
1. Dici che la precarietà non è un problema dell’università. Beh, mi spieghi perchè nel privato non è consentito l’instaurarsi di rapporti di lavoro in cui sia reiteratamente “utilizzato” lo stesso lavoratore? Forse perchè altrimenti diviene sfruttamento? Questo non significa forse che la precarietà è un problema di tutti, di qualsiasi datore di lavoro/lavoratore in senso lato? O vogliamo che il pubblico sia autorizzato a fare uso indiscriminato di lavoratori ricattabili?
Anzi ancora meglio, il pubblico può sfruttare lavoratori precari per lustri e poi ad un certo punto lavarsene le mani e scaricarli.
2.I contratti a tempo determinato servono a valutare l’idoneità del ricercatore???? Beh c’è gente, inclusa la sottoscritta, che è stata valutata evidentemente idonea se ha visto rinnovato/ribandito il proprio contratto di lavoro 6,7,8,9,10…financo 15 volte, per 6,7,8,9,10…financo 15 anni. Che ne facciamo ora? Il gioco dell’uva? Chi ha valutato tutti coloro che sono strutturati attualmente?
Forse sei fortunato a non aver avuto “la pretesa di dare questo grande contributo alla ricerca con le tue idee” e quindi a non esserti trovato costretto “optare per qualcos’altro a causa della precarietà”…però qui si parla di altre persone, che pure esistono,nè migliori nè peggiori…che non “pretendono” in senso di presunzione come sembri sottointendere, ma sono semplicemente reali, come reale è stato il loro lavoro di questi anni. Qui si parla di quelle che tutti i giorni si impegnano perchè pensano che le loro idee possano aiutare la ricerca di questo Paese, di quelle che tutti i giorni senz’altro aiutano a formare i laureati e dottorandi di questo Paese, di quelle per le quali scegliere una strada diversa dalla ricerca e dalla didattica sarebbe un ripiego -sul piano personale- ed un grosso spreco nonchè un tragico errore strategico sul piano del sistema Paese.
Chiara io non mi sento in contrapposizione con quanto dici. voglio solo che sia chiaro l’ordine del ragionamento che bisogna fare.
dobbiamo partire dalla domanda “a cosa serve l’università?” spero che siamo tutti d’accordo nel dire che serve a fare ricerca e didattica ad alti livelli (e non a fare da ammortizzatore sociale). La domanda conseguente è quindi “come questa struttura deve regolare i propi rapporti di lavoro al fine di conseguire al meglio il proprio scopo?”
Non serve molta fantasia per rispondere, basta guarda cosa fanno le università milgiori in giro per il mondo. Ai giovani si offrono contratti a tempo determinato pagati bene. Solo se sapranno dimostrare di essere all’altezza, in termini soprattutto di ricerca, dopo qualche anno verrà offerta loro la tenure. Se non sono all’altezza, ci dispiace, ma l’univerità ha bisogno solo del meglio. Per gli altri ci sono cmq ottime opportunità con un dottorato in mano ad esempio nella scuola o nel privato. Ora, se questo è il modello di università a cui vogliamo arrivare prima o poi dobbiamo avere il coraggio di affrontare alcuen questioni (e mi sembra che i contratti RTD della moratti in sostanza lo facciano).
1) dopo il dottorato si accede ad un unica forma di contratto e non la miriade che ci sono ora. Questo contratto prevede uan scadenza massima. puo durare o 3+3 o 4+4 anni. dopo di che l’università deve scegliere.. o quella persona è utile all’università oppure non lo è. nel primo caso concorre per diventare professore, nel secondo caso arrivederci e grazie.
2) Ovviamente questa incertezza sul futuro va ricompensata bene come è giusto che sia. con stipendi all’altezza e non gli anemici 1.300 euro che oggi prende un assegnista.
3) finisco con un commento alla tua ultima frase sulle motivazioni intrinseche di chi fa ricerca. Le ho anche io, credimi. E profonde. Penso sicuramente che il lavoro che faccio attualmente non è lontanamente paragonabile a quello che facevo fino a 2 mesi fa in termini di motivazione personale e financo divertimento. Perche devo dire la verita che io mi diverto come un matto a fare ricerca fino a notte e nei weekend. Detto questo non spetta a me valutare il mio contributo. Questo era il senso della mia frase. Io alcune pubblicazioni le ho fatte e se sono rilevanti lo vedremo da li. non dal grado di impegno che ci ho profuso io. Quindi quando tu dici che prendere altre strade sarebbe per le persone un ripiego sul piano personale, sono consapevole di quello che tu dici. Ma questo non può essere un problema dell’università ne un ostacolo a tenere all’università solo i migliori.
Bene, rispondo ad alcune obiezioni, e provo a farlo sinteticamente.
1) L’Universita’ non e’ un ammortizzatore sociale: come non essere d’accordo! Purtroppo pero’ l’universita’ e’ divenuto uno dei principali generatori di precarieta’degli utlimi anni. Gli Atenei si affidano infatti per didattica e ricerca a 60.000 strutturati e, si calcola, 50.000 non strutturati. I 50.000 sono precari non tanto per il fatto di essere non strutturati, quanto perche’ quelli che si trovano ad avere stipendi e diritti non dico maggiori ma almeno paragonabili a quelli degli strutturati sono forse un paio di migliaia. Tutti gli altri hanno retribuzioni medie di 800 euro al mese, non hanno generalmente diritto a disoccupazione, maternita’, assicurazione contro gli infortuni, asili aziendali, mense (mi fermo qui). Inoltre la funzione di ammortizzatore sociale non deve essere praticata ne’ “verso il basso”, ne’ verso l’alto. Per usare un’efficace descrizione che ho trovato sul blog ricercatoriprecari.blogspot.com, “gran parte degli over-60 fa 6 ore di lezione a settimana per 3 mesi l’anno, prende cappuccini al bar, telefona in giro per l’Italia per taroccare concorsi o spartire qualche fondo, si riempie la panza in qualche ristorante di zona e alle tre, massimo alle quattro va a casa. Il tutto per 4000 euro al mese e intanto chi lavora per davvero 8, 9, 10 ore al giorno o anche più piglia 800 euro e manco sa se fra tre mesi percepirà pure quelli”.
2) E’ vero, urge valutare tutti, giovani e vecchi, e discriminare in base al merito. Pero’, anche qui: nella situazione attuale, non c’e’ tempo per valutare chi mandare in pensione e chi no. Fra un anno tutte le universita’, se Tremonti non tira fuori due soldi, pagheranno piu’ del 90% del budget in stipendi. Con quali soldi la facciamo la ricerca, assumiamo i giovani, promuoviamo i migliori, innalziamo la qualita’ della didattica? Un’azienda ristrutturerebbe, e il primo passo, da sempre, e’ mandare in pensione chi si puo’ (e spesso si forza la mano con scivoli fino a 7 anni, remember Telecom?): un Marchionne si fregherebbe la mani al pensiero di togliersi dalle scatole 20.000 dei lavoratori piu’ costosi. E, si badi, mi riferisco solamente a quelli che di qui al 2015 compiranno 65 anni.
3) L’eta’ pensionabile e’ auspicabile che aumenti. Io sto in Olanda e qui hanno deciso che aumentera’ a 66 anni dal 2015, a 67 dal 2025. Non so fino a che punto vogliate spingervi, ma credo che fare meglio (meglio?) dell’Olanda sia poco probabile. La proposta che faccio non ha quindi nessuna implicazione da quel punto di vista. A meno che non si voglia mandare la gente in pensione a 70 anni a partire dal prossimo anno. Ma ho come l’impressione che questa NON e’ la proposta del PD, o sbaglio?
Ammortizzatore sociale o no, mandando via in blocco i precari della ricerca si elimineranno sicuramente quei migliori che non solo meritano di rimanere ma che è un enorme spreco regalare ad altri Paesi…Se vogliamo far finta di non vedere il problema sociale rappresentato da x0000 persone che già lavorano in queste strutture, rendiamoci conto che probabilmente messe alle porte queste persone andranno a portare il loro know-how altrove, ed il nostro Paese non ne uscirà certo arricchito. Pertanto la strada delineata nell’articolo mi pare estremamente condivisibile e sostenibile.
E poi…torniamo alla questione centrale del merito e dei migliori. Siamo tutti perfettamente d’accordo sulla meritocrazia e sul tenere all’università solo i migliori…ma, per favore, indicami un solo ateneo o ente di ricerca, che anche in un solo settore disciplinare o in una tematica, abbia davvero tenuto il migliore! Non fingiamo che il sistema di reclutamento e quello delle progressioni sia virtuoso! Sappiamo bene che sfugge sistematicamente a qualsiasi tentativo di correzione.
Allora, dopo esser per anni stata fervente credente nella valutazione rigorosa dei curricula, assistendo per l’ennesima volta alle distribuzione dei pochi rarissimi preziosissimi posti di ricercatore secondo criteri che ignorano le regole base della valutazione dei curricula, comincio veramente a vedere questi discorsi da un altro punto di vista. Questa estrema mancanza di coerenza circa il merito perpetrata sistematicamente da chi gestisce concorsi non può che farmi pensare che il merito venga sempre e solo strumentalmente invocato come un anatema dagli strutturati per dipingere un’immagine del precario-tipo che è un volgare bracciante della ricerca, indignus, dal quale il barone del feudo deve avere lavoro sì, certamente, ma anche proteggersi, in modo da impedire che questi vada ad occupare una posizione che di fatto già occupa! Io mi sono veramente stufata di questo status quo. Soprattutto perchè è proprio vero che molto spesso “gran parte degli over-60 fa 6 ore di lezione a settimana per 3 mesi l’anno, prende cappuccini al bar, telefona in giro per l’Italia per taroccare concorsi o spartire qualche fondo, si riempie la panza in qualche ristorante di zona e alle tre, massimo alle quattro va a casa. Il tutto per 4000 euro al alla faccia degli 800 euro incerti del precario.
Fra coloro che sono attualmente strutturati, poi, la selezione del merito è stata così stringente? Sono davvero così degni? Siamo così sicuri che se c’è davvero un surplus di personale dedito a ricerca e didattica e si deve usare la mannaia per ridimensionare questa debba cadere necessariamente sui giovani? Mi pare che nelle realtà estere in cui i giovani sono precari e devono dimostrare di valere, non solo la precarietà è compensata da stipendi “maggiorati” che la rendono transitoria e non permanente, ma anche gli strutturati devono riconfermarsi e dimostrare di essere all’altezza. Se vogliamo giocare al Monopoli, le regole devono essere le stesse per tutti.
Chiara, se vuoi convincermi che il sistema attuale faccia largamente schifo, sfondi una porta aperta. Anche se per onestà devo dire che nel mio settore disciplinare (economia politica) i bravi che vogliono restare in università alla fine piu o meno ci restano. (questo non esclude che qua e la abbia visto anche io porcherie…)
Dopodiche la domanda diventa: vogliamo riparare questo sistema continuando a metterci le pezze? Ed allora al problema degli ordinari poco produttivi rispondiamo con i prepensionamenti ed al problema della precarietà e bassi salari dei giovani ricercatori rispondiamo con la stabilizzazioni coatte generalizzate.
io credo che siano strade che non ci portano lontano, ecco.
Ricordiamoci poi che non é che la classe dei giovani ricercatori italiani sia cosi qualitativamente eccelsa. Accanto a bravissimi ragazzi che se la battono a livello internazionale ci sono anche tante mediocrità perchè ormai un dottorato non lo si nega a nessuno (soprattutto se amico parente o in qualche altro modo utile), soprattutto in quelle università dove esso é diventato l’ennesimo strumento di potere baronale.
Ecco, per quanto anche queste storie personali siano da rispettare, io non mi sento di arrivare al punto di dire che l’università dovrebbe ora stabilizzare tutti indiscriminatamente.
Ma nessuno si e’ mai sognato di sostenerlo!
L’equazione “pensioniamo gli over 65=stabilizziamo i precari” la stai facendo tu, Matteo. Io chiedo che gli over65 vadano tutti in pensione per liberare risorse da dedicare in primis alla sopravvivenza delle Universita’ (che stante la politica del taglio indiscriminato operata da tremonti andranno a pagare solo stipendi nel giro di un anno), secondariamente a liberare risorse per la Ricerca, infine per indire un numero ragionevole di concorsi, che le nuove regole stabilite dalla 1/2009 tendono a rendere piu’ meritocratici. Ragionevole rispetto a cosa? RIspetto ai 3000 stanziati da Mussi e ancora nemmeno banditi, che sono quanto e’ dato di qui a, come minimo, il 2013, sempre che riescano afarli questi benedetti concorsi. Lo sappiamo tutti che l’alternanza di blocchi di molti anni e poi sblocchi improvvisi e’ uno dei responsabili della generazione dei precari e delle infornate “tutti dentro”. E qui non si chiede affatto questo: io prevedo che con il pensionamento a 65 anni della fascia peraltro piu’ costosa degli stutturati si libereranno 3000 posti l’anno per i prossimi 10 anni, e quindi ci sara’ un ricambio costante e diluito in tutto quel priodo di transizione che e’ necessario affinche la riforma organica dell”universita’ che tutti, a destra e sinistra, invocano prenda realmente piede. Lo scenario alternativo e’ la crisi economica degli Atenei, il definanziamento completo della ricerca in favore degli stipendi di un esercito di over65, e l’espulsione del 95% e piu’di quella forza lavoro (precari odierni e futuri, stranieri, espatriati) che potrebbe, in un sistema aperto, giocarsi agevolmente le sue chance, ma che nello scenario di blocco sostanziale dell’accesso a condizioni di lavoro non precarie, verra’ selezionata solo in base alla possibilita’ di “potersi permettere” di essere precari per lunghi periodi, invece che sul merito.
Frrancesco siamo d’accordo quasi su tutto. solo non vorrei introdurre una regola (second-best) che imponga il pensionamento a 65 anni per-se (che come ti ho detto mi sembra in contraddizione con altre questioni non meno importanti), ma piuttosto lavorerei ad una regola che imponga a chi supera i 65 anni di dimostrare di essere in gradi di dare ancora un contributo di ricerca all’università per poter mantenere il posto.
Per il futuro (ovvero quando una VERA riforma del sistema sara’ operativa), d’accordissimo. Per i prossimi 5-10 anni, data la condizione di assoluta emergenza, bisogna ricorrere a misure di emergenza. Altrimenti non e’ solo la fine di una generazione di ricercatori, ma della Ricerca e dell’Universita’ pubblica: vale la pena il sacrificio di un po’ di over65?