France Télécom, lavoro e suicidi

di Raffaella Petrilli

I media italiani si sono occupati della catena di suicidi dei dipendenti di France Télécom tra la metà  di agosto e settembre, quando i casi erano saliti al numero impressionante di 24 in un anno e mezzo, (senza contare i 13 tentati suicidi andati a vuoto). Il fatto è che anche i media francesi si sono accorti del fenomeno praticamente nello stesso periodo. Prima di raggiungere la ventina, i suicidi di France Télécom erano sembrati evidentemente fatti isolati, fisiologici, segnali di nulla.

Per ragionare sul fenomeno, a cominciare proprio da questa cronologia ristretta, è necessaria qualche piccola messa a punto.

La prima: l’ondata di suicidi non è una novità. A France Télécom erano stati 28 nel 2000 e  ben 29 nel 2002. Rivelandolo a settembre, i dirigenti erano quasi soddisfatti: i 24 morti del 2008 non solo rientrano “nella media”, ma segnano quasi un miglioramento della situazione. D’altra parte, è il momento che è difficile: dal 1997 al 2004 l’azienda ha subito una ristrutturazione profonda, che ha visto la partecipazione statale scendere dal 50 al 38 per cento. Tra gli effetti della ristrutturazione, oltre a licenziamenti e mobilità interna, c’è anche la tremenda regola della mobilità obbligatoria ogni tre anni per i quadri. In questa situazione, i suicidi si spiegano bene! E tuttavia in settembre, Didier Lombard, presidente del gruppo, ha ritenuto utile dire qualcosa: il problema è clinico, è stress da lavoro, perciò ha chiesto ai quadri dirigenziali intermedi di «rafforzare la vigilanza e di fare attenzione a tutti i segni di turbamento dei colleghi più prossimi». Inoltre, ha  incaricato la società di consulenza ‘Technologia’ di elaborare un questionario per gli impiegati del gruppo.

Una seconda messa a punto ci viene proprio da ‘Technologia’: la società è ben preparata al compito,  perché nel 2008 è già intervenuta per conto di Renault, colpita un anno prima dallo stesso fenomeno dei suicidi. Evidentemente, non siamo di fronte a una novità esclusiva di France Télécom.  Solo adesso, però, cade sotto l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica.

A capire perché, ci aiuta la terza messa a punto: in Francia è prevista da tempo una nuova grande ristrutturazione, che dovrà portare le Poste francesi alla privatizzazione. Ma questa volta i sindacati sono in agitazione, e annunciano un referendum popolare per tentare di bloccarla.

Riassumendo, il caso France Télécom appare essere solo un elemento in un quadro molto più complesso, che riguarda la politica (o non politica) del lavoro che si è andata manifestando in Francia almeno a partire dagli anni ’80 (almeno!): da una parte, si è imposto il tema della ‘gestione del lavoro’, cioè l’idea che la fonte della ricchezza non è il lavoro, ma «la gestione delle riserve e delle risorse umane», come pensa Christophe Dejours  (Suicide et travail: que faire?, PUF 2009); dall’altra, è mancata la riflessione sulle caratteristiche del lavoro collettivo e sulle strategie della sua difesa rispetto all’idea lo si possa facilmente misurare e valutare. Si deve davvero credere alla proporzionalità diretta tra lavoro e risultato del lavoro? Chiudo con una coincidenza singolare. Proprio nel 1980 usciva il film Mon oncle d’Amérique, di Alain Resnais, che narra di un quarantenne, di origini contadine, che riesce con intelligenza a diventare dirigente di un’industria tessile. Ma nella riconversione che l’azienda subisce alla morte del fondatore, sarà costretto prima a  trasferirsi in una sede lontana, mettendo in pericolo l’armonia familiare, poi a subire un declassamento al quale non sa reagire se non con il tentativo di suicidio. Un «instabile pericoloso», un caso clinico, lo qualifica il dirigente, licenziandolo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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