Da cinquecento a cinquecentomila

di Ivan Scalfarotto

Vabbè, finalmente mi sono fermato. Mi sento un po’ come il coniglietto della Duracell, quello col tamburino, le bacchette e la pila a vista nella schiena. Toc toc, toc toc, battito dopo battito, sulla pelle del tamburo sono passati esattamente quattro mesi da quel giorno del Lingotto, il 27 giugno. C’era una marea di gente, una cosa incredibile, assolutamente inaspettata, e noi: Paola, Sandro, Pippo, Debora, Marta, Oleg, Grazia, Samuele, a far fronte alle aspettative di quella massa di persone che arrivava da tutta Italia. Tutti convenuti lì senza pullman del partito, arrivati in macchina o in treno, pagando di tasca propria, a dire che bastava così, che bisognava cambiare, che c’era bisogno di un Partito Democratico tutto nuovo, occhi chiari e puliti per far fronte al disastro morale, civile, economico davanti al quale c’eravamo nemmeno troppo improvvisamente trovati.

“L’oro del PD”, titolava il giorno dopo L’Unità, giocando sul doppio senso del Lingotto e dei lingotti ma attribuendoci alla fine senza troppo scherzare la responsabilità di provare a scartare lateralmente ed inventarci una soluzione che non ricalcasse i meccanismi di cooptazione tipici delle classi dirigenti in decadenza. A me toccò chiudere, quel giorno, e quello che dissi fu che sebbene in quel momento non ci fosse ancora un leader precisamente individuato tutti noi avevamo chiara la responsabilità di dover rappresentare, da quel momento in poi, le persone che erano venute lì quel giorno e la loro inestinguibile esigenza di cambiamento: “Tantissimi ci hanno chiesto di esprimere un nome, di esprimere una candidatura. Voglio dire anche questo in modo molto chiaro: noi non ci sottrarremo alla responsabilità di esprimere una candidatura, se sarà necessario, ma non è quello che ci interessa particolarmente… Quello che davvero ci importa è che le voci e il contributo che abbiamo raccolto quest’oggi non vada disperso, che le nostre, le vostre voci siano presenti e siano ascoltate durante il congresso, e dopo, e in questo senso ci impegnamo con voi”. Eravamo 500, in quella sala. L’altro ieri, solo quattro mesi dopo, siamo stati quasi 500 mila a votare per Ignazio Marino. La missione, mi pare di poter rilevare senza tema di smentita, è stata sicuramente portata a termine con un successo imprevedibile e assolutamente clamoroso.

Sarò un leale sostenitore del nuovo segretario ma devo dire con grande sincerità che l’elezione di Bersani mi pare l’ennesima scelta di conservazione fatta da un paese impaurito (la paura, si sa, è un formidabile moltiplicatore della conservazione). Non è tanto la rispettabilissima persona di Bersani che mi preoccupa, devo dire, ma il gruppo dirigente che rappresenta e si porta dietro, fatto di notabili ormai inesorabilmente decaduti e di giovani cooptati, cloni di quegli stessi notabili. Io non credo, e mi auguro di tutto cuore di essere smentito, che il nuovo (ehm…) gruppo dirigente abbia una sola speranza di portar via una vittoria elettorale a Berlusconi e di riportare i democratici al governo. Basterebbe aver visto la puntata di Ballarò di ieri, con la Bindi che dice cose sensatissime da un lato, Berlusconi che pontifica per telefono come un dittatore sudamericano dall’altro, ma che alla fine può dire (confermato da Floris) che i sondaggi sono tutti con lui e che la sua coalizione di governo è oggi vicinissima al 50% dei consensi degli italiani. Eppure, nonostante tutto questo, leggevo ieri su La Stampa che Marcello Sorgi propone Walter Veltroni come unico candidato possibile alla Regione Lazio: non resta che riflettere sulla ragione per cui nessun giornalista negli Stati Uniti proporrebbe Jimmy Carter come governatore della Georgia o Helmut Kohl a presiedere la Renania-Palatinato senza essere ricoverato d’urgenza al più vicino ospedale psichiatrico mentre invece in Italia è tutto un eterno ritorno, finché non sopraggiunge la morte biologica (ma si sa: le terapie per tenerti in vita oltre la vita, anche politicamente, in Italia possono essere molto efficaci).

Per fortuna, come sottolineava Lucia Annunziata anche lei su La Stampa di ieri, è arrivato Marino con il suo gruppetto di pazzi a scompaginare il tristo copione già scritto e a portarsi dietro i giovani e le aree metropolitane con un voto che non è stato “il terzo” in senso ordinale, ma “terzo” nel senso di diverso. Nonostante la restaurazione, questo è l’elemento che mi rende ottimista sul risultato, perché credo che il ruolo di contaminazione che Marino potrà esercitare con il suo quindici (più o meno) per cento è potenzialmente dirompente per il futuro. Io credo che tra il prima e il dopo ci sia questa precisa differenza: che un cuneo è stato solidamente e inequivocabilmente inserito nel muro.

Un’ulteriore dimostrazione dell’ineluttabilità del cambiamento è che l’unica di noi che era al Lingotto quel 27 di giugno a non schierarsi con Marino è anche l’unica persona che si sia salvata dal tracollo della mozione Franceschini. Debora Serracchiani prosegue nel suo trionfale cammino e il pensiero che continua a girarmi nella testa è che alla fine Debora ha aiutato Dario assai di più di quanto Dario abbia aiutato Debora. Questo forse significa che Debora avrebbe effettivamente potuto correre da sola e che la sua corsa sarebbe stata un grande successo. Lei sa benissimo che se avesse deciso di lanciarsi nella sfida avrebbe potuto contare su tantissime persone, e la competizione che ci siamo appena lasciati alle spalle ce la rende viva e io sono convinto anche più forte, perché la mia sensazione è che lei oggi sia più libera senza aver dovuto compromettere la sua integrità venendo meno – come forse avrebbe anche potuto legittimamente fare, a un certo punto – ad un debito, magari nemmeno esplicito, con chi aveva così fortemente creduto in lei.

Come andranno le cose, lo diranno i prossimi giorni. Certo è che Marino porta negli organismi dirigenti del partito – assemblea nazionale e assemblee regionali – una marea di persone nuove, tutte selezionate sull’adesione ad un’idea, nessuna spinta dall’attesa di ottenere un posto (figuriamoci: nella maggior parte dei casi aderire alla mozione è stato un rischio, un segnale di eccentricità politica o un pericoloso sintomo di anticonformismo), tutte legate tra loro né da un’appartenenza comune né da una storia pregressa ma solo da una mozione fatta di contenuti chiarissimi e di idee molto forti. Queste idee e questi contenuti possono essere un collante molto forte anche per il futuro: il nostro compito, io credo, sarà quello di rappresentare nel Partito e nel Paese nei prossimi anni l’esigenza di rinnovamento, di coinvolgimento dei circoli, di ricordare al PD e nel PD che un 10% degli iscritti e un 15% degli elettori hanno detto chiaramente dei sì e dei no. No al nucleare, sì alle energie rinnovabili, sì alla flexsecurity, sì alla tassazione delle grandi rendite, sì alla cittadinanza per i bambini nati in Italia, no ai respingimenti, sì all’uguaglianza tra le persone, sì all’autodeterminazione, sì alla laicità dello Stato, sì alle Civil Partnership, sì alle adozioni ai single, sì alla parità uomo-donna: tutte queste cose sono un programma politico in potenza deflagrante che ha contaminato il DNA di questo partito e che continuerà a crescere nel lavoro di tutti coloro che hanno aderito alla mozione in tutta Italia.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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3 Commenti

  1. Gianni

    Scalfarotto e’ ormai anziano, e scrive cose fa vecchio. E’ legato alla logica delle correnti, e non si accorge nemmeno che il congresso e’ finito. Se Costa ha un attimo di tempo gli faccia leggere il suo, di articolo, e gli spieghi che identificarsi da “mariniani”, dopo il 25 ottobre, piu’ che politicamente assurdo e’ umanamente patetico.

  2. MP

    Insomma l’unica dei “mariniani” (come idee) che ha vinto è Debora Serracchiani che stava con Franceschini?

    Ignazio Marino: portato in parlamento da D’Alema, scrive saggi per la fondazione ItalianiEuropei… D’Alema dichiara di averlo esortato a non candidarsi, ma non fa nulla per osteggiarlo (e conoscendo Max Baffino la cosa è sospetta) .

    Che il 27 giugno qualcuno al Lingotto fosse li apposta per dividere il fronte del cambiamento? Domanda legittima.

  3. Luca

    Credo che la forza delle idee che stavano nella mozione Marino e non nella persona di ignazio Marino, sia entrata nel partito, credo che a leggerle bene siano le idee del lingotto a parole, ma solo a parole, espresse da veltroni ed alla base del PD. credo che quelle idee fino ad oggi non siano state rappresentate da nemmeno uno dei dirigenti del partito con enorme tradimento della fiducia degli elettori e conseguenti perdite di consenso.
    Adesso, il 15% dei dirigenti del nostro partito le ha. E’ inevitabile che rappresentando le idee del corpo elettorale, tenderanno ad espandersi, sia contagiando gli altri dirigenti sia conquistando la fiducia di tanti elettori. Sarà un percorso pieno di ostacoli ma non credo neanche tanto lungo.
    Chi poi ritiene che D’alema non abbia frapposto ostacoli, si vada a vedere i risultati ottenuti in puglia calabria e campania, quelli che hanno permesso a Bersani di superare di qualche punto il 50%.

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