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Congresso, Il portavoce de iMille

A bocce (quasi) ferme

26.10.09 | 13 Comments

di Riccardo Spezia

I dati ufficiali non sono ancora stati comunicati, ma il dato politico è oramai chiaro: Bersani è il nuovo segretario con circa il 50% dei voti, Franceschini è secondo con il 35% e Marino arriva forse al 15%. Ovviamente i numeri esatti si potranno sapere quando sarà terminato lo spoglio di tutte le schede e soprattutto il complicato conteggio dei seggi che attribuisce i delegati all’assemblea nazionale, quelli che poi eleggono (o acclamano a seconda del risultato) il segretario.
Ma percento di più o percento di meno il dato non cambia.

Bersani ha vinto, ha circa il 50% dei simpatizzanti, e poco cambia se dovesse avere il 50%+1 o il 50%-1 dei delegati. E giustamente ieri sera quando i dati davano Bersani attestarsi intorno al 50% con uno scarto enorme dal secondo, tutti hanno riconosciuto Bersani vincitore. Come succede nelle elezioni politiche di tutto il mondo e come è ancora più normale per elezioni interne di un partito. Così lo “spettro” di una situazione tipo PS francese è stato scongiurato (con Aubry segretario eletta per pochi voti contro Royal e un seguito di infinite contestazioni, accuse reciproche e naturali sconfitte elettorali e annientamento del partito) e questo ci fa sperare che almeno per un periodo ragionevolmente lungo la leadership del partito sia stabile. Una leadership che avrà speriamo onori per le vittorie e oneri per le sconfitte, che non sarà da giudicarsi nei prossimi mesi ma nei prossimi anni. Quattro anni per portare il PD a vincere le elezioni e soprattutto a formare in caso di vittoria un governo duraturo che possa incidere culturalmente e socialmente nel paese. Una presa di responsabilità speriamo nel medio periodo.

Franceschini ha perso. Diciamolo francamente. Per il segretario in carica, erede del primo segretario che aveva preso un numero enorme di voti nel 2007, erede e co-autore sia della gestione pratica si di quella “ideale” di modello di partito e di modello di opposizione, un risultato intorno al 35% è una sconfitta netta e sonora. A lui non mancavano né i mezzi (come non mancavano a Bersani ma forse un po’ a Marino), né il tempo di preparazione, né la possibilità di dettare i temi. E’ invece stata alla fine la brutta copia del veltronismo, si è fidato dell’endorsment di Repubblica restando intrappolato tra l’incudine e il martello. Ovvero tra la “sicurezza” di Bersani e la “scommessa” di Marino. E così non decolla e resta inchiodato. Abile nelle trasmissioni televisive e nei comizi, pero’ lascia alla fine ogni volta, anche dopo aver scaldato i cuori, come in occasione della Convenzione Nazionale per esempio, un senso di vuoto.

Marino, l’outsider che tutti speravamo come in un sogno vedersi imporre, non ha sfondato (né ovviamente vinto come nessuno poteva onestamente credere) ma non ha fallito. Ha avuto soprattutto, al di là di un risultato che giudicherei buono, due meriti principali. Il primo: la sua stessa candidatura ha dato vigore alla campagna, motivando i due candidati più conosciuti a mettersi in gioco, ha reso la corsa per la segreteria del PD qualcosa di più che, mediaticamente parlando, una contrapposizione tra ex-DS ed ex-margherita (o tra socialdemocratici e cattolici-popolari). Ha reso la campagna veramente una campagna per il PD. Una campagna che è stata rilanciata perché da una parte Franceschini ha dovuto darsi più slancio come innovatore per non farsi troppo scavalcare da Marino, e dall’altra Bersani ha dovuto modernizzarsi di più (pensiamo alla green economy) e soprattutto diventare più genuinamente “di sinistra”, per non farsi, paradossalmente, scavalcare da Marino. Il secondo, e più importante, merito è stato quello di aver dettato i temi della campagna elettorale: non solo laicità (ma certamente anche laicità), ma problemi energetici, del lavoro, dei diritti della persona. Ha rimesso al centro del dibattito culturale progressista la questione dell’uguaglianza e del merito. Dopo anni passati a interrogarsi su caminetti e alleanze, ha avuto il merito di portare un po’ di contenuti attuali nel dibattito politico del PD e quindi dell’Italia.

Una nota di speranza infine: vedere Romano Prodi (che ha votato online da New York) sorridente e felice per la grande partecipazione delle primarie. Perché forse saranno le ultime primarie “casarecce” ma non saranno le ultime primarie popolari. Bersani, che non è uno stupido, sa bene che la partecipazione del popolo della sinistra alla scelta del suo leader è un forte richiamo identitario, è la base di quella differenza tra il modello sociale e culturale partecipativo democratico e quello del capo unico che paga, impone e dispone della destra.

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