di Marco Simoni (per l’Unità)
Prima gli operai della INNSE sulla gru, poi gli insegnanti precari sul tetto di una scuola a Benevento e ora gli ingegneri della Nortel con le foto dei loro figli. Queste vicende hanno in comune la spettacolarità della protesta organizzata. Il tratto moderno non deve stupire, basti pensare quanto moderno fosse lo sciopero, cento anni fa. Oltre la forma, colpisce l’estrema eterogeneità sociale dei lavoratori. Operai, insegnanti e ingegneri pagano in modo simile sia la crisi economica sia le non-scelte dissennate della politica. Inoltre, si manifesta sempre più frequentemente un conflitto di interessi tra la proprietà (e la direzione) delle aziende, e chi in quelle aziende lavora. Sarebbe sbagliato parlare di lotta di classe perché il contrasto non si trasferisce sul piano delle identità sociali. Sembra tuttavia archiviata la nozione che il bene dell’azienda coincida necessariamente con gli interessi di chi nella azienda lavori.
Sarebbe altrettanto superficiale credere che tale conflitto sia destinato a produrre effetti negativi per l’economia nel suo complesso. Infatti, essendo circoscritta alla sfera produttiva, una forte dialettica tra dipendenti e capitale potrebbe anche generare un avanzamento benefico di forme di responsabilità e controllo del settore privato, con potenziali ricadute positive in efficienza e produttività. Il sindacato sembra preso in contropiede da quest’attivismo spontaneo, dalle sue forme e dalla sua frequenza. Eppure questa è la sfida che deve cogliere se vuole trovare una dimensione al suo agire nel ventunesimo secolo, quello del lavoro frammentato. Saper raccogliere istanze diverse tra loro, non pretendendo di ingabbiarle in una sintesi generale che potrebbe non esser possibile, e conquistare credibilità e forza anche in strati finora non sindacalizzati, affiancandosi ai loro sforzi, e sostenendo le loro lotte.iMille.org – Direttore Raoul Minetti




