Un ateo non le avrebbe tagliato la gola

di Giovanni Fontana

Ancora una volta, qui in Italia, un uomo mussulmano ha ucciso la propria figlia per questioni “d’onore”. Ancora una volta si rincorrono articoli come questo che, in maniera spericolata, arguiscono che quell’omicidio sia soltanto un-brutale-atto-infame, e che la religione creduta e professata da questo padre non abbia in alcun modo condizionato il suo agire.
Eppure in ogni parte del mondo centinaia e centinaia di delitti di questo genere sono perpetrati, e la larga maggioranza sono commessi nell’Islam: in Giordania, quello che dicono essere il paese arabo più moderato – e in cui, fra l’altro, la regina ha promosso una forte campagna contro questi crimini – se ne contano venticinque all’anno. Chi commette questi omicidî rimane quasi sempre impunito – nella migliore delle ipotesi ha pene non superiori ai 6 mesi di carcere – e viene accolto come un eroe dalla propria comunità.
Perché succede questo? Per povertà o descolarizzazione? Di quanti delitti d’onore abbiamo notizia in  Zimbabwe, Birmania, Malawi, Haiti, tutti paesi enormemente più poveri e meno istruiti di quelli del Golfo? Perché quelle persone sono nate geneticamente inferiori?
No. Per un’ideologia. Tutte le religioni – fuori dalla loro Rivelazione – sono ideologie: sono sistemi di pensiero fondati su alcuni assi. E non sono tutte uguali. Per quale ragione dovrebbero esserlo? Come le idee di un nazista, di un leghista e di un liberale non sono uguali, anche quelle alla base di ciascuna religione corrispondono a una diversa idea di mondo.
La giornalista del Sole cita il Corano “la misericordia che precede la giustizia”, non cita le centinaia di versi che incitano alla guerra santa, all’odio degli infedeli, all’uccisione di chi non si sottomette ad Allah. Non cita la considerazione della donna a cui Allah preferisce l’uomo (4,34) che vale metà dell’uomo (2,282) (4,11), che è inferiore all’uomo (2,228), non cita gli Hadith – i racconti della vita del Profeta da cui i mussulmani devono prendere esempio – in cui Maometto comanda espressamente l’uccisione delle donne adultere.
Tutta la teologia, e quindi l’ideologia, islamica si fonda su un’ossessione sessuofobica a carico della donna. Non è l’uomo a essere padrone delle proprie pulsioni, ma è la donna che lo “provoca”. È quel dispositivo per cui se una ragazza va in giro in minigonna e viene stuprata, la colpa è solo sua.
Ovviamente il punto non è che tutti i mussulmani odino le donne  ma che dai fondamenti dell’Islam è molto, molto facile, ricavarne l’insegnamento che le donne vadano sottomesse: e questo non è colpa delle interpretazioni dei fondamentalisti (più precisamente non solo). Ma dell’ideologia stessa. Perché quello che uno pensa, ovviamente, influenza ciò che uno fa: un giainista, per quanto fondamentalista, non ucciderà mai nessuno. Non si può dire lo stesso di un fondamentalista islamico.
Invece continua a esserci un’inaudita quantità di persone che – per travisata bontà, risultante invece in identitarismo razzista* – dice che il problema è nelle interpretazioni fallaci, che il Vero messaggio è stato inteso male. Che a ogni osservazione tira in ballo l’obiezione fanfarona presente nell’articolo: anche in Occidente non siamo messi così bene. Embè? Il fatto che altre religioni o ideologie causino o abbiano causato delle ingiustizie sconta in qualche modo le responsabilità islamiche?
Cos’è, se non quell’ideologia nefasta, che fa – a questa donna – assolvere il comportamento del proprio marito-assassino e dare la colpa alla figlia, rea di essere innamorata?
*Un giorno poi ne parliamo, anche di questo: di come credere che il problema sia in una “cultura”, cioè in un popolo anziché in un’ideologia sia – in sostanza e in aspetto – razzismo.

Ancora una volta, qui in Italia, un uomo mussulmano ha ucciso la propria figlia per questioni “d’onore”. Ancora una volta si rincorrono articoli come questo che, in maniera spericolata, arguiscono che quell’omicidio sia soltanto un-brutale-atto-infame, e che la religione creduta e professata da questo padre non abbia in alcun modo condizionato il suo agire.

Eppure in ogni parte del mondo centinaia e centinaia di delitti di questo genere sono perpetrati, e la larga maggioranza sono commessi nell’Islam: in Giordania, quello che dicono essere il paese arabo più moderato – e in cui, fra l’altro, la regina ha promosso una forte campagna contro questi crimini – se ne contano venticinque all’anno. Chi commette questi omicidî rimane quasi sempre impunito – nella migliore delle ipotesi ha pene non superiori ai 6 mesi di carcere – e viene accolto come un eroe dalla propria comunità.

Perché succede questo? Per povertà o descolarizzazione? Di quanti delitti d’onore abbiamo notizia in  Zimbabwe, Birmania, Malawi, Haiti, tutti paesi enormemente più poveri e meno istruiti di quelli del Golfo? Perché quelle persone sono nate geneticamente inferiori?

No. Per un’ideologia. Tutte le religioni – fuori dalla loro Rivelazione – sono ideologie: sono sistemi di pensiero fondati su alcuni assi. E non sono tutte uguali. Per quale ragione dovrebbero esserlo? Come le idee di un nazista, di un leghista e di un liberale non sono uguali, anche quelle alla base di ciascuna religione corrispondono a una diversa idea di mondo.

La giornalista del Sole cita il Corano “la misericordia che precede la giustizia”, non cita le centinaia di versi che incitano alla guerra santa, all’odio degli infedeli, all’uccisione di chi non si sottomette ad Allah. Non cita la considerazione della donna a cui Allah preferisce l’uomo (4,34) che vale metà dell’uomo (2,282) (4,11), che è inferiore all’uomo (2,228), non cita gli Hadith – i racconti della vita del Profeta da cui i mussulmani devono prendere esempio – in cui Maometto comanda espressamente l’uccisione delle donne adultere.

Tutta la teologia, e quindi l’ideologia, islamica si fonda su un’ossessione sessuofobica a carico della donna. Non è l’uomo a essere padrone delle proprie pulsioni, ma è la donna che lo “provoca”. È quel dispositivo per cui se una ragazza va in giro in minigonna e viene stuprata, la colpa è solo sua.

Ovviamente il punto non è che tutti i mussulmani odino le donne  ma che dai fondamenti dell’Islam è molto, molto facile, ricavarne l’insegnamento che le donne vadano sottomesse: e questo non è colpa delle interpretazioni dei fondamentalisti (più precisamente non solo). Ma dell’ideologia stessa. Perché quello che uno pensa, ovviamente, influenza ciò che uno fa: un giainista, per quanto fondamentalista, non ucciderà mai nessuno. Non si può dire lo stesso di un fondamentalista islamico.

Invece continua a esserci un’inaudita quantità di persone che – per travisata bontà, risultante invece in identitarismo razzista* – dice che il problema è nelle interpretazioni fallaci, che il Vero messaggio è stato inteso male. Che a ogni osservazione tira in ballo l’obiezione fanfarona presente nell’articolo: anche in Occidente non siamo messi così bene. Embè? Il fatto che altre religioni o ideologie causino o abbiano causato delle ingiustizie sconta in qualche modo le responsabilità islamiche?

Cos’è, se non quell’ideologia nefasta, che fa – a questa donna – assolvere il comportamento del proprio marito-assassino e dare la colpa alla figlia, rea di essere innamorata?

*Un giorno poi ne parliamo, anche di questo: di come credere che il problema sia in una “cultura”, cioè in un popolo anziché in un’ideologia sia – in sostanza e in aspetto – razzismo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. Francesco

    Fontana, ma Lei non è stato parecchio tempo in Palestina? E ha capito così poco di islam, cultura araba, cultura preislamica?
    Va bene la passione antipreti di un fiorentino, ma queste semplificazioni sul sito dei mille chi se le aspettava? Già mi basta quello che dicono i fascisti verdi azzurri e neri al potere in Italia.
    ps: all’assassino, processo rapido e pena certa, non all’italiana. Per il rispetto delle donne, in questo Paese infelice, c’è ancora molto da lavorare..

  2. Vorrei una critica puntuale caro Francesco (diamoci del tu!), non un generico “hai capito così poco”. Mi sembra di aver argomentato le cose che dico: da te mi aspetto lo stesso.
    Ah, queste cose le dicono pochissimo gli azzurri, ma davvero per nulla gli identitaristi neri e verdi, i quali predicano esattamente l’opposto.

  3. Francesco

    Ha ragione, caro Fontana, non si può rispondere senza argomentare e cerco di farlo, seppure in ritardo.
    Mi hanno lasciato amareggiato le puntuali strumentalizzazioni che questa tristissima storia di paternalismo e abisso culturale ha suscitato. La Sua, Fontana, parte da premesse diverse da quelle dei fascisti verdi-azzurri-neri, ma arriva alle stesse conclusioni: dire «un ateo non le avrebbe tagliato la gola» oppure dire «un bravo cristiano/italiano/granapadano non le avrebbe tagliato la gola» hanno molto in comune: islam=barbarie.
    La mia domanda di base è: che cosa c’entra la religione, in questo caso l’islam? È questa la “variabile esplicativa”?
    Qui mi faccio aiutare da quello che scrive ottimamente il sociologo Stefano Allievi, che sull’islam, ad esempio, ha saputo ribattere con intelligenza ai pamphlet demagogici della Fallaci e per questo si è guadagnato minacce pesanti (oltre alla mia stima).
    «Come per ogni religione, anche per l’islam l’assassinio di una figlia da parte di un padre è un atto aberrante, deviante, inaccettabile, immorale, indifendibile. Qualsiasi musulmano, qualsiasi imam, sosterrebbe questa tesi. Ma inaccettabile e indifendibile non significa purtroppo incomprensibile. Solo che la variabile interpretativa principale, per capire cosa è successo, non è la religione. Certo, c’entra la cultura. Ma quale cultura? Il padre di Sanaa non frequentava la moschea, pare alzasse talvolta il gomito, ed era diventato oppressivo man mano che la situazione gli sfuggiva di mano. Del fidanzato di Sanaa tutto sappiamo, tranne se frequentasse qualche ambiente religioso. Cosa c’entrano l’islam e il cristianesimo? Se si trattasse di un fatto religioso, dovremmo aspettarci che tutti i musulmani si comportino allo stesso modo (o magari lo desiderino, ma ne siano impediti controvoglia dalle nostre leggi, come immagina qualcuno). Se si trattasse di un fatto etnico dovremmo immaginarci tutti i padri marocchini come potenziali assassini delle proprie figlie. Ma allora perché non succede? E gli altri fattori? Classe sociale, livello di istruzione, provenienza da ambiente rurale o urbano, siamo davvero convinti che non contino niente? E i rapporti di genere, molto al di là della religione? E quelli intergenerazionali? E la migrazione stessa, il confronto tra mondi diversi, uno scintillante e pieno di promesse, l’altro tetro e malinconico anche per la situazione depressiva della famiglia d’origine? E, per finire, la psicologia individuale?
    La ‘religionizzazione’ della nostra interpretazione di questi fatti non è casuale. È figlia dei tempi, di diffuse campagne politiche e giornalistiche, di semplificazione pregiudiziale. È una costruzione sociale, non un dato. Non tiravamo in ballo la religione cattolica, ai tempi dei delitti d’onore e del «divorzio all’italiana»; né lo facciamo quando un padre padrone si sente in diritto di sterminare la propria famiglia prima di suicidarsi per un proprio fallimento individuale. E non tiriamo in ballo l’ortodossia quando cose simili accadono, ad esempio, nelle comunità immigrate dall’est.
    La religione tuttavia può servire come alibi e come complicità. Qui le comunità islamiche e i loro responsabili possono avere grandi responsabilità: in positivo (educative, di mediazione costruttiva tra genitori e figli) o in negativo (una sorta di omertosa condiscendenza, un silente consenso nei confronti delle posizioni più retrive). Perché sia la prima posizione a prevalere, è fondamentale, certo, la maturità delle organizzazioni, ma anche il ruolo del contesto. Tutto serve, tranne la strumentalizzazione parassitaria: utilizzare la cosa per tuonare un po’ contro l’islam, e poi finita lì, fino al prossimo assassinio.
    Occorre invece contribuire a risolvere il problema: urlando di meno, e agendo di più. I musulmani devono imparare che lottare contro l’uso barbaro della religione per giustificare comportamenti barbari è un loro interesse e un loro dovere, perché si ritorce contro i musulmani tutti. I non musulmani dovrebbero capire che la demonizzazione dell’islam in quanto tale non ha a che fare e non aiuta la causa della scomparsa di questi comportamenti. Parlare di “guerra di religione” è inutile e irresponsabile. Per certi versi è anzi controproducente, spingendo i musulmani a chiudersi in un ghetto. E non aiuta quindi le Sanaa di oggi e di domani».

  4. Innanzitutto una cosa: perché si fa così fatica a dire che le religioni non sono tutte uguali? Ogni religione, come ho già scritto, fuori dalla propria rivelazione è un sistema di pensiero, è un’ideologia. Perché si può criticare il liberalismo e non si può criticare il Cristianesimo, o l’Islam, o l’Induismo? Questo non è un approccio laico.

    Sul punto, dici: “Come per ogni religione, anche per l’islam l’assassinio di una figlia da parte di un padre è un atto aberrante, deviante, inaccettabile, immorale, indifendibile. Qualsiasi musulmano, qualsiasi imam, sosterrebbe questa tesi.”

    Bene. Dunque se io ti porto degli imam che dicono che, in caso di una figlia che vada a letto con un uomo che non è suo marito, questa vada uccisa, ammetti che ciò che dici è un po’ infondato? Ne ho conosciuti anche personalmente di imam così.
    Del resto è precisamente ciò che prescrive il Profeta.
    Dirai: anche nell’Antico Testamento ci sono dei passaggi così. Vero, e dunque? Che argomento è?

    E qui vengo a l’obiezione successiva che, mi sembra, tradire proprio quel doppio standard restodellecose-religione che ti imputo:
    Non tiravamo in ballo la religione cattolica, ai tempi dei delitti d’onore

    E facevamo male! Il delitto d’onore era diretta emanazione di quella concezione patriarcale portata avanti (anche) dal Cristianesimo.

    Guarda i dati sul delitto d’onore, esso – in questa fase storica – è enormemente più probabile nei luoghi dove l’Islam è forte. La soppressione dei diritti delle donne: è lo stesso. I casi di padri e fratelli che costipano le figlie in nome della loro pudicizia sono enormemente più probabili all’interno delle comunità islamiche. Del resto gli stati dove si ritrovano le peggiori violazioni dei diritti delle donne sono – con pochissime eccezioni – paesi a fortissima maggioranza islamica.
    http://freedomhouse.org/template.cfm?page=383&report=76

    Ovviamente non è soltanto l’Islam che limita i diritti delle donne, né che fa tutto il male del mondo (anzi, ne fa una piccola parte) ma la questione è che è molto, molto facile – partendo dai principî dell’Islam – considerare la castità di una donna come unico metro per valutarne il valore.
    E ignorarlo è solamente un wishful thinking: stai sicuro che un mondo in cui le religioni facessero solamente il bene piacerebbe anche a me.

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