Comincio dai numeri, perché è più facile: i precari che senza dubbio non avranno da lavorare nella scuola, quest’anno, sono quasi 18.000. Ma quest’anno è in realtà solo l’inizio: perché nei prossimi tre anni, i posti che dovranno essere tagliati saranno 130.000. Che è un numero grande, enorme (a proposito, quanti erano i dipendenti dell’Alitalia?). È praticamente la popolazione di una città, come Salerno, o come Ferrara, o come Rimini.
Naturalmente, però, ad aver paura in questo momento non sono in centomila persone, ma ben di più, perché la situazione è poco chiara. Ad aver paura sono tutti i precari iscritti nelle graduatorie: circa 280.000 persone, di età che si aggira intorno ai quarant’anni, abilitati all’insegnamento. Persone che hanno tenuto in piedi la scuola pubblica (dello Stato) in tutti questi anni, tappando i buchi e facendo il loro lavoro come meglio potevano (e non era facile, fare il proprio lavoro, senza sapere mai dove saresti andato a finire l’anno successivo).
E poi ci sono anche tutti i giovani, che non sono compresi in queste cifre, i ragazzi neolaureati iscritti nelle graduatorie di istituto: sono quasi 500.000, e sono quelli di cui forse ci sarebbe un gran bisogno, e tra i quali speriamo che che ce ne siano tanti che nel frattempo hanno iniziato a fare altro e che non ci sia nessuno che sente dentro di sé un’autentica vocazione all’insegnamento. Perché, vista la situazione, non sarebbe più una vocazione, ma una condanna.
E non è neppure finita: perché accorpamenti, riduzione complessiva dei quadri orari, aumenti del numero di alunni per classe faranno il resto: e a perdere la loro cattedra saranno anche molti insegnanti di ruolo. I quali non saranno licenziati, ma saranno comunque trasferiti o andranno a fare qualcosa d’altro; non si sa cosa, ma senz’altro qualcosa di inutile.
Mi premeva mettere uno di fila all’altro questi numeri perché ho letto ieri un paio di discussioni su Friendfeed (tra cui soprattutto questa) e ne ho tratto il convincimento che molti di coloro che scrivono (anche cose giuste) non hanno la percezione esatta di quel che può accadere. Qui non si tratta, insomma, di giovani e sbarbati supplenti ventiduenni a cui toccherà di cercare un lavoro come barman nel locale sotto casa. Qui si tratta di quarantenni, uomini e donne, madri e padri, a cui sta tremando la terra sotto i piedi. Ed è condizione che è bene tenere presente, quando se ne parla, magari cazzeggiando un po’ e buttandola in caciara.
Non tutti cazzeggiano, per fortuna, e non tutti hanno voglia di fare soltanto un po’ di caciara. Alcuni rilevano verità elementari, che spesso ci scordiamo. Per esempio c’è stato chi ha detto che un precario è per definizione chi sa di poter perdere il lavoro da un momento all’altro; altrimenti si chiamerebbe in altro modo. E che non si tratta di licenziamenti, visto che erano precari. Il che è assolutamente vero; e speriamo infatti che tutti costoro si siano nel frattempo organizzati con qualche altra attività collaterale.
È però altrettanto vero che la condizione di precariato è stata voluta e cercata e mantenuta, in questi anni, da chi (sindacati, politica, pubblica amministrazione nelle sue svariate forme) ha avuto molti interessi nel mantenerla; per fini elettorali ed economici. E che è diventata più o meno un habitus; e che come tale era vissuta un po’ da tutti, anche dalle scuole stesse, che sui precari ci campavano. E io mi immagino che un “precario” della scuola, in tanti anni di precariato stabile, si fosse un po’ dimenticato che la precarietà era una brutta parola e che non era stabile e che il suo destino avrebbe potuto essere terribile. E non lo biasimo, perché credo che sarebbe successo anche a me.
Poi, c’è stato anche chi ha fatto notare che essere precari è anche stato per molti l’unico vero modo per provare a fare questo mestiere, l’insegnante. Che magari era proprio il mestiere che sognava di fare. E anche questo è un dato importante, che non si può trascurare: se quella è l’unica strada, difficile rimproverare chi ha provato a farla meglio che poteva, senza cercare alternative: spesso facciamo quello che ci sembra più naturale fare, per raggiungere i nostri scopi. E il precariato è stato per anni assolutamente naturale, per tutti.
Ci sono anche altre strade, in realtà, per fare l’insegnante, ma sono assolutamente minoritarie: io, per esempio, non ho mai fatto un giorno di supplenza in vita mia. Assunto, tramite conoscenze, in una scuola privata dove ho lavorato per sette anni, ho poi vinto il concorso e sono entrato di ruolo nella scuola pubblica, di botto, senza colpo ferire. Ma diciamoci la verità, è stato soprattutto culo. E c’erano i concorsi, anche, che non ci sono più.
Ma il punto resta comunque, secondo me, un altro. Ed è qui che volevo arrivare (e scusate l’insopportabile prolissità). Perché noi possiamo discutere più o meno pacatamente sulle colpe e sui limiti di questo o di quell’altro; e possiamo anche avere ragione, quasi del tutto; ma rischiamo di non vedere il problema che in questo momento comincia a intravvedersi fin troppo bene. E cioè che questa faccenda dei precari e dei tagli alla scuola rischia di diventare una vera catastrofe sociale. (E ci ho pensato molto a questa parola, “catastrofe”, prima di scriverla, ve lo assicuro).
Noi possiamo serenamente condannare le precarie di Benevento che hanno occupato il loro Ufficio scolastico provinciale. Perché non si fa, perché è inutile, perché dovevano saperlo. Ma dobbiamo anche tenere conto che, nel frattempo, altri come loro occuperanno altri Uffici provinciali, perché saranno disperati. E la disperazione non aiuta a essere lucidi, evidentemente. E che, mentre noi saremo ancora qui a ripetere che non si fa, che non è modo, che eccetera, i sette di Benevento diventeranno prima cento e poi forse addirittura migliaia. E che quando a occupare uffici si è in migliaia, quello che un giorno si butta giù sul serio da una finestra lo si trova sempre. Spero di no, ovviamente, ma temo assolutamente di sì. E allora poi ci troveremo di nuovo a domandarci di chi è la colpa e come mai e perché; davanti a un cadavere, però.
Mentre forse qualcosa si poteva fare prima. Si poteva (e si può ancora) pensare a un sistema che non lasci proprio in mutande così tanti uomini e donne con progetti e figli e futuro; si poteva farlo (ma si può ancora) quando si sono programmati i tagli spacciandoli per riforma e parlando di grembiulini e voti in condotta e meritocrazia; si poteva farlo (e si deve farlo) mentre si contavano i bocciati e si sbagliavano i conti e si diceva che era finalmente giunta l’era del rigore.
Perché se è vero, come è vero, che bisognava in qualche modo cominciare, prima o poi, a smantellare il sistema assistenziale che da troppi decenni governa la scuola pubblica, è altrettanto vero che si poteva nel contempo cominciare anche a pensare a un sistema sociale che ne gestisse il cambiamento e che ne attutisse il costo umano. Perché tra stato assistenziale e stato sociale c’è una gran bella differenza, ed è il caso di tenerla a mente quando si fanno riforme, che in realtà sono solo sanguinosi tagli, che incidono profondamente nella carne e nel corpo di un paese. E perché chi ha pensato e programmato i tagli doveva anche sapere che sarebbe per forza finita così: se non lo sapeva, è un limite suo, troppo grande e grave per lasciare che governi un paese.
E quindi, adesso, non domani, è il momento buono per chi ha la responsabilità della scuola pubblica di lasciare perdere le interviste e i proclami, e i progetti sulle gite scolastiche in estate, e affrontare il problema riducendo più che può i rischi della catastrofe; e anche intervenendo con misure che plachino al più presto la paura e la disperazione delle persone che hanno per tanti anni lavorato nella scuola dello Stato.
Questo penso io, che non sono mai stato precario. Ma forse, anche per questo motivo, oltre che per connaturata miopia, non vedo bene come stanno le cose; ed è sicuramente per questo che sono molto molto preoccupato. Sarò grato (sul serio) a chi verrà qui a spiegarmi che non devo esserlo così tanto.iMille.org – Direttore Raoul Minetti




