di Marco Simoni (per l’Unità)
Per onorare fino in fondo il valore dei nostri militari caduti in Afganistan bisognerebbe cominciare col dire la verità. Smettere di usare efumesimi. Perchè cadere in guerra è una cosa terribile, resa ancora peggiore da chi grida al ritiro il giorno dopo, come se quegli uomini fossero lì per caso, o per il capriccio di un politico distratto. Perché la guerra è la cosa peggiore, anche quando non si vedono – e forse non esistono – alternative. Ma è anche peggio distrarre lo sguardo, confondere la realtà, affabulare davanti alla tragedia. E’ importante ricordare perchè abbiamo deciso di fare la guerra in Afganistan, di rischiare la vita dei nostri militari, di chiedergli di andare ad uccidere il nemico, il regime Talebano, forse il più efferato dalla caduta delle dittature sudamericane. Ricordo bene il giorno dell’invasione dell’Afganistan, poche settimane dopo l’11 settembre. Ricordo che per la prima volta, in maniera chiara e con sgomento, non riuscivo ad oppormi ad un atto di guerra, guerra aperta senza eufemismi che, tirando in ballo la parola “pace”, annacquassero il senso collettivo di quel che succedeva. L’Afganistan aveva trovato spazio sui giornali occidentali anche prima dell’11 settembre. Arrivavano notizie abberranti sulla condizione delle donne, che a migliaia si suicidavano per essere state imprigionate dai Talebani in un apartheid feroce.
Donne abituate a lavorare e vivere, diciamo, normalmente, costrette dal regime a rimanere in casa, a uscire solo completamente coperte di nero, a diventare fantasmi nella società, gradino basso da calpestare senza problemi. Ancora più della condizione delle donne, non abbastanza spettacolare forse, grande clamore e commozione suscitò la distruzione delle grandi statue di Buddha, nel marzo 2001, che confliggevano coi principi dell’islam fondamentalista. Come era accaduto nella Germania nazista, le prime vittime della paranoia dei regimi totalitari sono i cittadini non conformisti, chi volesse ascoltare musica ad esempio, vietata anch’essa. E, nel caso dei Talebani, tutte le donne. L’immobilismo dell’occidente davanti a quel che avveniva nei confini di quello Stato, è la radice colpevole di quel che accadde dopo. La paranoia ha bisogno di fonti sempre nuove per alimentare il suo potere, e l’Afganistan diventò naturalmente porto sicuro delle frange violente dell’Islam, finanziate dall’eroina e da alcuni principi sauditi, re assoluti, padroni e despoti, come da noi non esistono ormai da secoli. Le torri gemelle, le bombe di Madrid e Londra, la mutilazione delle nostre democrazie che ora convivono con odiose leggi speciali per contrastare la violenza internazionale, i nostri morti sul campo, sono la moneta amara con cui l’occidente e tutti noi siamo ripagati per gli anni di immobilismo, in cui abbiamo lasciato fare, in cui ci siamo girati dall’altra parte fino a quando, dalle donne afgane, la mano violenta si è spostata sulle nostre strade. Abbiamo sbagliato, e gli errori li pagano oggi, nel modo più estremo, gli uomini a cui abbiamo chiesto di rischiare la vita. Nel ringraziarli, dovremmo riconoscere il valore militare e repubblicano del loro lavoro. Riconoscere il fatto che la nostra democrazia – nel mondo di oggi – non può fare a meno di combattere una guerra. E mentre la combatte, la odia, come odia tutte le guerre, amando e piangendo gli uomini che la combattono e muoiono. Si dovrebbe imparare da questi uomini a non distogliere mai più il nostro sguardo, a non girarci mai più dall’altra parte.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Mi pare una ricostruzione un po’ discutibile: la guerra all’Afghanistan l’hanno voluta gli USA di Bush in risposta all’attentato dell’11 settembre. Era in atto un’escalation e chi scese in piazza allora lo fece per scongiurare proprio quella perversa spirale che lega economia e guerra. Una spirale che poi ci ha portato in Iraq. Non condivido l’idea che si possa “usare la guerra per fare politica” (D’Alema dixit) e che quindi, per ribaltare un regime indigesto, si possa invaderlo in spregio al diritto internazionale. E ad ogni modo l’Italia ripudia la guerra e quindi rende impossibile questo genere di “azioni politiche”. Mi paiono considerazioni più pesanti di qualsiasi valutazione (condivisibile, ci mancherebbe) della brutalità del regime talebano. Solo che la Costituzione dell’Italia impedisce di usare la guerra persino contro i talebani.
Per cui, davanti alla morte dei nostri soldati, la cosa migliore è il silenzio e il rispetto per chi è morto facendo il proprio dovere. Nulla di più e nulla di meno. Speculare sul fatto che si combatta amando o odiando la guerra mi pare un po’ inutile.
Però la Costituzione non andrebbe citata a caso. Dall’articolo 11:
“consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
La memoria dei fatti che furono e dei fatti come “sono” oggi, ovvero anche degli errori, quelli compiuti durante la guerra stessa, combattuta troppo spesso a colpi di paternalismi, di bellicismi gagliardi ma imprecisi, di strategie “balcaniche” poco attuabili in certi contesti tribali, di colpi mediatici per uso interno e di sostegno alla parte in causa piu’ filo-occidentale certo ma anche piu’ corrotta e invisa a gran parte del paese.
La memoria dei fatti come sono stati, come lei li cita Prof, e come sono oggi, alla luce della storia recente che dovrebbe guidare il filo delle nostre azioni e che dovrebbe avere almeno lo stesso peso di quella trascorsa … per non lasciare che un senso di inutilita’ scenda su queste vite spezzate e, cessato l’abuso che la retorica ne sta facendo in questi giorni, avvolga nell’oblio il servizio che questi uomini hanno prestato con convinzione, scegliendo di combattere si una guerra (e non una pace!!) ma, come ha detto Saviano la scorsa settimana, dalla parte del giusto.
Saluti.
Ottimo pezzo.
A tal proposito non riesco a capire come tante persone possano chiedere il ritiro dei soldati in nome della pace. La pace di chi? Non certo dei cittadini afgani.
La sinistra che vorrei per l’Italia e’ una sinistra adulta e responsabile. Una sinistra che non volta lo sguardo dall’altra parte quando ci sono genocidi in corso. Questo valeva per il Kosovo e sicuramente vale per l’Afganistan.
Bravo Marco.
Premessa: non sono un pacifista.
Marco, sono pienamente d’accordo con te che non bisogna aver paura di combattere una guerra giusta. Una guerra per portare libertà ed eradicare il male.
E quindi mi trovo in totale accordo con Andrea che dice: “La sinistra che vorrei per l’Italia e’ una sinistra adulta e responsabile. Una sinistra che non volta lo sguardo dall’altra parte quando ci sono genocidi in corso.”
Pero’ il problema con la guerra in Afghanistan e’ che non e mai stata una guerra per la liberta’ e contro il male.
La guerra in Afghanistan e’ nata come un guerra che e’ stata dettata dalla voglia di vendetta della America post 11 Settembre 2001 e da una serie d’interessi economici che non possiamo fare a meno di prendere i considerazione (vedi “Central Asia pipeline deal signed” – BBC – 27/12/20202). Poi non dimentichiamo che quando si trattava di cacciare i Russi dall’Afghanistan, Stati Uniti, Gran Bretagna and Co. non si sono fatti il minimo problema a finanziare i Talebani. Quindi, oggi sono meno credibili quando parlano di voler aiutare il popolo Afghano.
E’ per questa ragione che la guerra in Afghanistan fatica a trovare una giustificazione tra l’opinione pubblica. E’ ovvio che parlare di ritiro oggi – dopo un evento che fa parte di una guerra, la morte – sia sbagliato e sciocco. Ma e’ arrivato il momento di pensare cosa vogliamo – noi Italiani – fare in Afghanistan?
Cos’e’ la strategia medio termine. Otto anni in guerra hanno un costo elevato. Con questi risultati vien da chiedersi se sono soldi spesi bene.
O diventiamo seri e aumentiamo l’offensiva via terra contro i talebani e facciamo in modo che la guerra finisca in tempi brevi o bisogna ammettere che abbiamo perso.
Le guerre non possono durare per sempre.
Ad ogni modo, caro Marco grazie mille per il tuo pezzo. Da vita ad un riflessione importante sulla guerra in corso.
JFK
Ho iniziato il mio commento alcune volte, e altrettante l’ho cancellato, non posso scrivere un libro in un commento. Provo a dare qualche stimolo.
1) Se mandiamo i soldati da qualche parte, è idiota gridare “ritiro” al primo morto. Li mandiamo lì armati perchè c’è gente che gli spara. Se è sbagliato mandarli, o inaccettabile che ne muoiano, allora non bisogna mandarceli.
2) I motivi della missione sono chiari? Andiamo in Afghanistan per liberare un popolo oppresso? Per stanare dei terroristi? Per “normalizzare” una regione importante per i nostri interessi? Se non è chiaro (e credibile) il perchè, le nostre vulnerabilità si evidenziano alla prima difficoltà. E i morti, effettivamente, sono una grande difficoltà.
3) Ci vuole coerenza. Se riteniamo che sia giusto stare là, allora che la missione sia sostenuta, forte, attrezzata, che i nostri uomini siano difesi e messi in condizione di fare il loro lavoro. Non mandare armamenti adeguati (ricordate gli elicotteri Mangusta) per non ingenerare l’idea che sia una missione “troppo aggressiva” è una str… un errore.
4) Se ci sono popoli oppressi da qualche altra parte, andiamo anche là? Iniziamo a stabilire dei criteri?
5) La democrazia si può imporre? Ce n’è una sola? Invadere un paese e a un certo punto indire le elezioni, può funzionare?
Non c’è ombra di retorica nelle mie domande. Non ho le risposte, ma sarà megilio iniziare a cercarle.
Cristiano.