La colpa è non aprirsi al Paese

di Ivan Scalfarotto (per l’Unità)

Ieri Filippo Penati è uscito su L’Unità con un articolo nel quale rivendicava i successi nei circoli della mozione Bersani dicendo “Beh, non è che adesso perché gli iscritti scelgono Bersani noi pensiamo che sia una colpa essere iscritti al PD”. Sul numero di oggi gli rispondiamo Fassino, per la mozione Franceschini (“Non c’è contrapposizioone tra iscritti ed elettori”) ed io, con l’articolo che segue.

Gli iscritti al PD hanno finora largamente votato per Bersani e per il suo sforzo di costruire un partito dall’identità forte per poi “riaprire il cantiere dell’Ulivo”, come l’ex ministro ha recentemente dichiarato. Tutto il contrario del partito che nasceva intorno al “cittadino elettore” e che voleva dialogare con tutta la società innescando quella “vocazione maggioritaria” che è stata fino ad oggi la nostra parola d’ordine. La costruzione di un’identità forte è un messaggio rivolto tutto all’interno, che compatta i militanti ma che rende più intricati due nodi fondamentali: scava un fossato tra iscritti e “società civile” e rimette in discussione la stessa missione del PD. Il tentativo di rendere più piccolo e agile lo scafo per meglio far fronte ai marosi è tattica comprensibile ma per definizione rinunciataria, adatta più al piccolo cabotaggio che al perseguimento del sogno di un cambiamento radicale.

Compattare le truppe nell’orgoglio identitario invece di farsi capire da milioni di elettori è il modo di reagire alle crisi che questo gruppo dirigente ha sempre privilegiato e che ha raggiunto il sublime con la repentina elezione di Franceschini alla segreteria: davanti alla già avvenuta fuga di milioni di elettori dalla stalla democratica si decise allora di sigillare ermeticamente le porte della stessa evitando qualsiasi forma di riflessione sulle ragioni di una così drammatica e repentina diserzione. Quanto alla missione del PD è chiaro che incaponirsi nel fortificare il confine tra gli iscritti e “resto del mondo” stabilendo cosa siamo noi (e, quindi, cosa non sono “gli altri”) solleva la questione della missione futura del PD e fa esplodere l’interrogativo di cosa succederebbe nell’ipotesi in cui gli iscritti scegliessero il proprio segretario e gli elettori decidessero il 25 ottobre che la persona giusta per guidare il partito per cui votano è tutta un’altra. Si tratterebbe della clamorosa formalizzazione dell’avvenuta separazione tra un’intera classe dirigente e un paese che da anni manda inutilmente messaggi disperati come quello di affidarsi inspiegabilmente ma ineluttabilmente alle cure di un miliardario eccentrico. Il problema non è dunque quello di considerare una colpa quella di essere iscritti al PD, come si chiedeva retoricamente Filippo Penati su L’Unità di ieri. Il problema sono i messaggi di chiusura che si mandano alla pancia di un partito in difficoltà incoraggiando la costruzione di un mondo impermeabile agli stimoli del Paese che lo circonda. Non si spiegherebbe sennò come un candidato innovativo come Ignazio Marino possa arrivare facilmente al 34% dei voti nel centro di Milano, mentre a Torremaggiore, in provincia di Foggia, su 312 votanti 305 abbiano scelto Bersani, con una percentuale che avrebbe fatto invidia all’Honecker dei tempi migliori.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

9 Commenti

  1. Penso che fino a quando il Piddì non si sbarazzerà di figure come Penati (che definirlo equivoco è fargli i complimenti visto come ha governato a Milano) non potrà in innescare alcuna vocazione maggioritaria, perché i cittadini sono esasperati da queste figure di mezza tacca, capaci solo di fare retorica, assegnare consulenze agli amici, fare affari sballati con denaro pubblico e incassare stipendi d’oro (nda: tutte queste affermazioni su penati sono ampiamente documentabili). Allo stesso modo il bravo Ignazio Marino, una speranza vera anche per chi come me fa parte degli allontanati, dovrebbe capire che la presenza di un mammasantissima come Goffredo Bettini tra le sue fila è un ostacolo gravissimo al nostro rientro. Personalmente (ma nella mia cerchia di conoscenze siamo in tanti a condividere questo pensiero) non sono disposto ad andare a votare qualcuno che scrive nel suo blog (o facebook, non ricordo) di essere stato a pranzo allegramente con Bettini. Bettini se lo conosci lo eviti e se lo eviti non fai una pessima figura. Ditelo a Marino: prenda le distanze dall’orrido Bettini e poco poco sono già un centinaio di voti in più, solo tra i miei amici.

  2. Leo Perutz

    Condivido in modo sostanzaile l’analisi di Scalfarotto ma ho l’esigenza “semantica” di sostituire il termine identita’, che lui utilizza, con “ortodossia” poiche’ spesso e’ questo quello che percepisco in questi giorni di “dibattiti” piu’ o meno veri: una grande paura da parte dei nuclei “storici” del partito-organizzazione di disperdersi e di contaminare una ortodossia di riferimento, sancita dal tempo, che non si esplica tanto in un nucleo ideologico quanto in una serie di comportamenti, di tendenze, di procedure, di modo di esprimersi e di allinearsi, insomma una complessa forma “sociale”, difficile da descrivere, che ha come scopo certamente un impegno onesto, sincero, motivato e ideale ma comporta come effetto collaterale quello di mettere in un angolo e di emarginare chi questa “ortodossia militante” non la professa per scelta, per cultura, per eta’ o per esperienza e che proietta all’esterno un messaggio di chiusura. L’identita’ e’ una ricchezza che produce effetti benefici quando due personalita’ si incontrano e scelgono di discutere per raggiungere un obiettivo comune; la ortodossia ostentata orgogliosamente invece puo’ divenire un meccanismo perverso di “conventio ad excludendum”.
    Il problema e’ che certe forme di ortodossia militante iniziano a manifestarsi da tempo anche all’interno del movimento di cui Scalfarotto e’ uno dei leader.

  3. Carlo

    Voi lo sapete vero che termini come : “vocazione maggioritaria”, “riaprire il cantiere dell’Ulivo”, “cittadino elettore” non significano assolutamente nulla per il 99% della popolazione italiana ?

  4. Antonio

    Ma si’, facciamo un bel dibattito sul dualismo attivista-elettore nell’ambito delle primarie del partito. Questo si’ che entusiasmera’ gli italiani al PD. Questo si’ che rappresenta una robusta soluzione “di sinistra” ai problemi lavorativi causa crisi del lavoro o ai flussi migratori che PDL e Lega affrontano – e risolvono – a modo loro. Continuiamo cosi’, che andiamo forte.

    Massimo rispetto per le crociate di Birago contro Penati e Bettini. Visto quel che scrive, ci spieghera’ come mai i piddini delle zone limitrofe continuano a votare queste persone, oltre che gli elettori a votare PD.

  5. Beh, non è che lo votino poi tanto, visto che ha perso tutto quello che si può perdere… A me sembra che le reazioni, verso tutti coloro che tentano di rivisitare criticamente l’esperienza di questi ultimi 10 anni, e i motivi che ci hanno condotto a perdere milioni di voti, e a consegnare il paese mani e piedi legati ad un vecchio psicopatico, siano sempre nel segno dell’arroccamento e della difesa aprioristica dell’esistente. Non a caso Bersani è il simbolo di un partito (e forse anche di un paese) tutto chiuso in difesa, perché si sente attaccato da ogni parte; un partito (e forse un paese) che non è in grado di guardare al futuro, ma solo di riproporre esperienze passate e fallite (“riaprire i cantieri dell’Ulivo”, dopo che gli stessi che lo dicono hanno passato 20 anni a smontarli, D’Alema in testa… sembrerebbe quasi una battuta). Un partito che ama i giovani solo se sono “sperimentati e sperimentabili”, cioè allevati in batteria, per seguire pedissequamente i binari già collocati da chi è venuto prima: senza un pensiero divergente, senza creatività, senza radicalità.
    Forse non sarà un dibattito entusiasmante, ma come sarà il PD domani, e quale sarà il suo progetto politico, è un “problema della gente”; anzi, è probabilmente il più grande “problema della gente”, visto che sulla capacità o meno di fare opposizione, o sugli accordi con Fini e Casini, il nostro paese, con tutta la sua gente, si giocherà il futuro.

  6. Antonio

    Cara Manuela, ti sfugge che nessuno ha consegnato il paese a “un vecchio psicopatico”. Lui sta la’ perche’ gli italiani lo votano, cosi’ come nel PD gli attivisti scelgono Penati attraverso libera preferenza. Il potere sta nelle mani degli elettori, cosi’ come la responsabilita’ delle loro scelte. Fa specie dover spiegare, ancora, il meccanismo fondamentale della democrazia a chi ha fretta di pronunziare giudizi insindacabili.

  7. E forse a te non sfugge che, se gli italiani votano in massa Berlusconi, è anche perché non hanno un’alternativa credibile? Fuori di polemica, rifiuto il luogo comune che gli italani votano Berlusconi perché “siamo un popolo di destra”. Al contrario, un progetto innovativo e credibile come l’Ulivo, ha riscosso l’approvazione della maggioranza degli italiani. Non è colpa “degli italiani”, ma di una classe dirigente più dedita a perseguire i propri interessi di bottega che il bene del paese, se questo progetto è stato messo in mora fin dal suo nascere. Né è colpa degli italiani, che hanno sempre dato segnali ben chiari in questo senso, per esempio votando la Lista unica alle europee del 2003, se questa lista è poi stata fatta subito saltare. Né è colpa degli italiani se, pur avendo tentato ancora di fidarsi del centrosinistra votando l’Unione, questa è implosa sotto il peso delle sue contraddizioni (e, fra l’altro, sarebbe stata numericamente meno instabile se si fosse presentata la lista unica anche al Senato oltre che alla Camera, cosa che è stata fatta su suggerimento di qualche emerito stratega!). Non si possono non vedere le responsabilità collettive, e, in parecchi casi, anche individuali, di una classe dirigente che ha avuto la sua grande occasione, e l’ha sprecata, contribuendo a condurre il paese nella situazione in cui si trova.

    (A proposito, segnala a Bersani che, per riaprire il cantiere dell’Ulivo occorre anche riaprire il cantiere di un sistema elettorale maggioritario a collegi uninominali, perché Ulivo e sistema proporzionale sono contraddizioni in termini…. o forse non voleva dire “Ulivo”, voleva dire “Unione”).

  8. Antonio

    Ma vede, Manuela, il luogo comune piu’ trito della sinistra e’ quello di pensare che gli italiani votino Silvio perche’ ha sinistra non trovano un’alternativa decente. Si suppone, non con poca stima di se’, che nel momento in cui la sinistra si liberera’ di certi personaggi “scomodi” gli italiani correranno in massa a votarla. In pratica, si pensa che gli italiani votino le facce e non le soluzioni, ritenendoli tutti dei buoi trinarciuti pronti a voltar bandiera verso che esibisce il sorriso migliore. Va notata la schizofrenia di questa posizione, che da una parte vuole il partito liquido della societa’, e poi distingue gli italiani – che vorrebbero facce nuove – dagli attivisti di partito, che le facce nuove le rifuggono. Sfugge invece ai sedicenti rinnovatori del sorriso, che gli italiani votano la destra perche’, anziche’ perdersi in infinite diatribe se bersani abbia piu’ capelli di franceschini o se bossi sia piu’ alto di fini, affronta e risolve a modo suo i problemi cardine del nostro tempo: mercato del lavoro (soluzione proposta: ognuno per se’, Dio per tutti), energia (soluzione proposta: nucleare) e immigrazione (soluzione proposta: randellate ai non-italiani).

    Qui intanto siamo ancora qui a chiederci se il dibattito tra candidati vada fatto o no, se le primarie aperte siano appropriate o meno, se la lista unica alle europee sia stata un bene o un male. Come dire, c’e’ una ragione per trovarsi costantemente all’opposizione. Lei riesce anche a spiegare come ottenere percentuali risibili. Chapeau.

  9. Roberto M

    Di fatto, Antonio, tu dici che gli italiani votano Berlusconi perchè lui per lo meno ha risposte, e in questi tempi una risposta, anche la più becera, viene valutata meglio del silenzio imbarazzato e contraddittorio della sinistra. Il che significa esattamente che la gente vota Berlusconi perchè a sinistra non trova un’alternativa credibile. Il punto non è questo, ma in che modo rendere la sinistra un’alternativa credibile; il che non si ottiene certo cacciando le facce antipatiche, ma proponendo una strategia politica chiara e ambiziosa. In questo senso, la mozione di Bersani non è un’opzione, è un mero rassegnarsi al fatto che quella attuale sarà la situazione italiana per almeno i prossimi vent’anni; è un compattare le fila per fermare le emorragie in corso; è un sedersi sulla sponda, in attesa che un giorno, passi il cadavere del nemico.
    Ironicamente, noto che proprio in questo modo si realizzerà la predizione che in Italia, la situazione non cambierà per i prossimi vent’anni. Con questa opzione si resta opposizione, anche senza il nemico Silvio Berlusconi.
    Complimenti, davvero una bella classe dirigente ci ha il PD!!!

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