Sono stato a una conferenza sulle mutilazioni genitali femminili, o meglio, sulle “modificazioni genitali femminili” come le chiamavano molti di loro.
PRIMA DI ANDARCI
Già dal Flyer si intravvedeva l’approccio – diremmo – pensierodebolista, con una serie di melliflue domande – e cito: “Perché le modificazioni (sic) genitali femminili destano scandalo e la chirurgia estetica vaginale delle occidentali no?” “sulle MGF prevale la voglia di capire o l’attitudine al giudizio?” “Cosa pensano, in realtà, le donne provenienti da quei paesi?” “perché in tantissime si rifiutano di parlarne e di porsi sotto i riflettori dell’Occidente illuminato nella veste di vittime?” “È davvero sorprendente che le campagne informative siano spesso fallimentari?”
Insomma, tutta una bella accozzaglia di luoghi comuni anti-occidentali, tanto più scandalosi perché proferiti da persone che si dichiaravano femministe.
CHE HANNO DETTO
C’è stata la proiezione di un filmato, anche fatto bene, ma che si riassume nel “eh, noi occidentali non siamo tanto meglio” (la cui risposta sarebbe: embè?) e in “non possiamo andare a casa d’altri e dir loro quello che si deve fare” (però se un marocchino ci dice, giustamente, di togliere il crocifisso dall’aula non protestano), insomma il solito identitarismo un tempo patrimonio unico dell’estrema destra.
Poi c’è stata la presentazione di un libro dove si è toccato davvero il fondo. Intanto c’era quest’aura, in tutti i discorsi, in cui si sosteneva che giudicare fosse sbagliato, e quindi – implicitamente – essere giudicati. Insomma, un plauso all’immobilismo e all’incontaminabilità delle opinioni.
Hanno detto che le MGF vengono “strumentalizzate per rinfocolare lo scontro di civlità”, che mi sembrava quel mio amico che dice che la polizia ha strumentalizzato il suo eccesso di velocità per fargli la multa.
Dicevano che i giornali e i media dipingono le MGF come strumento di controllo sessuale e invece sono anche… non si è capito che cosa (ma era qualcosa che aveva a che fare con il valore intrinesco di ogni cultura). Nessuno che abbia mai accennato al fatto che le MGF sono un vero e proprio baluardo simbolico per l’affermazione della subalternità delle donne.
Hanno detto che tutto il discorso pubblico è innestato sull’idea di “noi” e “loro” esecrando questo fatto – un concetto sacrosanto, e necessario a limitare le MGF in nome delle sfumature vs identità – ma poi per tutto il dibattito hanno parlato del male che facciamo “noi” (inteso come occidente) che bisogna “pensare a noi”, dando valore ad alcune risposte di donne mutilate che dicevano “cosa t’importa a te?” A te che “non appartieni alla MIA cultura e alla MIA società.
Sembrava quasi che pensassero che alcuni popoli, e quindi alcuni individui fossero geneticamente portati alla barbarie.
TEATRO, TESIMONIANZE E DOCUMENTARIO
C’è stata una breve rappresentazione teatrale in cui le uniche parole dette in italiano da una donna africane sono state «saranno più civili ma non è così civile abbandonare la propria cultura». Volevo obiettare, ma non c’è stato tempo, che una cultura ha valore soltanto nella misura nella quale fa felici le persone che ci vivono, e che rispettare una cultura – delle femministe dovrebbero saperlo – significa rispettare chi comanda in quella cultura: maschi, eterosessuali, anziani.
C’è stata la proiezione del bel documentario “il corpo delle donne”, sul quale hanno cercato di instaurare un corto circuito fra la segregazione delle donne in Africa, e l’ eccessiva commercializzazione del corpo femminile in Occidente. Senza rendersi conto che quello che succede in Occidente non è l’eccesso opposto, ma è parte dello stesso concetto per cui la donna è “preda” dell’uomo.
Hanno evidenziato – giustamente – che c’è una contraddizione fra respingere i clandestini e considerare le MGF una cosa terribile, senza rendersi conto che questa contraddizione evidente poteva essere rivoltata – in maniera opposta – nei loro confronti, se non pensano che le MGF siano una cosa terribile perché bisognerebbe salvare quelle donne?
E, in tutta la giornata, continuavano a definire “colonialismo” i casi in cui persone andavano in un altro posto a insegnare una cosa. Ho obiettato loro che i colonialisti, nel Settecento-Ottocento, erano persone che facevano l’opposto. Proprio perché consideravano i neri degli esseri inferiori applicavano il doppio standard, nei nostri paesi c’è bisogno di democrazia e diritti, in Africa noa perché chi ci abita è un sub-umano. Che non è colonialista volere gli stessi diritti per tutti, ma considerare diversi individui degni di diversi diritti. Hanno acconsentito, ma poi hanno ricominciato a parlare di colonialismo per tutt’altro.
FINALE
Credo, però, che il momento più denso sia stato quando hanno chiesto a una donna nigeriana che aveva subito la mutilazione da bambina, se lei non trovasse che anche le donne italiane fossero “mutilate” in qualche maniera. Lei non ha capito, o non si è capacitata della domanda, e alla terza volta che gliela ponevano cercando di imbeccare una risposta affermativa, lei – per non contrariare il pubblico – ha risposto laconicamente: «dovete sapere che le donne in Africa soffrono molto».iMille.org – Direttore Raoul Minetti





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