Scrivo da Perugia, dove le Acli mi hanno invitato per il loro incontro nazionale di studi. Ci sarei andato lo stesso, ma visto il tema non potevo proprio mancare: si parla, infatti, di cittadinanza, in tutti i suoi aspetti. Un paio di citazioni, prima che me le dimentichi: la prima è di Maria Rita Lorenzetti, presidente della Regione Umbria, che ha definito la cittadinanza “il diritto ad avere diritti”; la seconda è di Andrea Olivero, presidente delle Acli, che ha invitato a passare dalla cultura dell’immunitas (la strategia di difesa della cittadella) a quella della communitas, che ha il suo pilastro nell’integrazione. Basta guardare all’autobiografia del nostro Paese, ha aggiunto Olivero, per rendersi conto di quanto l’Italia sia sempre stata un laboratorio delle differenze: tanto più è chiamata ad esserlo ora, a 150 anni dall’unità nazionale, smettendola di considerare gli immigrati solo come un elemento fondamentale del Pil.
Io lo sapevo anche prima, perché nello scrivere il testo mi ero confrontato pure con loro, ma oggi le Acli hanno dichiarato ufficialmente di essere d’accordo con la linea della mia proposta di legge: introduzione dello ius soli temperato, dimezzamento dei tempi di residenza ma con un percorso serio ed obbligato di integrazione, corsia preferenziale per i minori figli di stranieri. Il regalo più grande, però, me lo ha fatto Gianfranco Fini, che è intervenuto subito dopo: ha indicato me e Fabio Granata come esempio da imitare, per cercare una sintesi nuova e soprattutto alzare il livello del dibattito, in un Paese in cui “è strano che un deputato del Pd ed uno del Pdl firmino una legge insieme” ed in cui non si riesce ad affrontare il problema dell’immigrazione “senza pensare alle prossime amministrative”. Fini è stato bravissimo, davvero. Ha citato Thomas Marshall, che già 60 anni fa parlava di “cittadinanza dinamica”, ed ha notato come questo concetto sia già stato messo in pratica dai nostri partner europei: chi ha esteso agli immigrati il diritto di voto alle elezioni locali (Danimarca, Svezia, Finlandia, Olanda) e chi, come la Germania, già nel 1999 ha reso la cittadinanza accessibile alle seconde generazioni. Poi ha ribadito un concetto che aveva già espresso ieri a Ferrara, e che condivido in toto: sono molto più italiani i ragazzi della nazionale under 15 di cricket, freschi campioni europei di categoria, figli di immigrati asiatici che parlano il dialetto, rispetto ai pronipoti dei nostri emigranti che magari vivono da sempre in Sudamerica, non conoscono una parola di italiano, non sanno se sia più a nord Palermo o Trieste, ma chiedono (ed ottengono) il nostro passaporto perché così è più facile andare negli Stati Uniti. O di tanti calciatori di serie A, aggiungo io, che hanno improvvisamente scoperto antenati italici ma che fra un paio d’anni – quando i rubli dei paperoni russi o i petrodollari del Golfo li avranno convinti a giocare altrove – se ne dimenticheranno per sempre.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






