Possiamo davvero discutere di tutto, per quanto riguarda la scuola. Possiamo accanirci sui prezzi degli zainetti e degli astucci; possiamo anche raccontarci splendide e meravigliose bugie su come l’insegnamento sia una missione e altre simili amenità; possiamo parlare fino allo sfinimento dei nuovi criteri di reclutamento dei dirigenti scolastici e degli insegnanti (che nessuno sta reclutando, in questo momento, ma chi se ne importa); possiamo insomma discutere di tutto lo scibile scolastico fino alla fine dei tempi e possiamo farlo anche con padronanza di idee e di lessico e di punteggiatura…
Ma finché non prendiamo atto che grandissima parte del lavoro che un insegnante può fare in una classe dipende solo da due variabili, saranno tutte discussioni inutili. E le due variabili sono, a mio parere, queste:
1. la sua personale preparazione, disciplinare e didattica (il che chiama in causa l’università e la scuola stessa, a bene vedere, e di cui non ho voglia di parlare, perché è agosto e mi sento clamorosamente impreparato, anche quest’anno); 2. il numero di alunni che tale insegnante ha di fronte nel momento in cui entra in classe e deve seguirne la formazione individuale. Dove individuale è ovviamente la parola chiave, quella a cui non si dovrebbe rinunciare.
Ecco perché trovo che quanto sta accadendo all’inizio di questo nuovo anno di scuola sia molto grave e che sia grave che nel frattempo si stia discutendo di zainetti e di tutt’altro; e che si accetti con serena indulgenza la fandonia secondo la quale il rapporto “insegnanti per studenti” sarebbe in Italia più alto del 50% (qui, tempo fa, una splendida spiegazione del perché tale gelminiano assioma sia una fandonia).
In fondo, tutta la politica del governo Berlusconi sulla scuola si è ridotta a questa faccenda: tagliare le classi, diminuire le ore, diminuire il numero degli insegnanti, tagliare i costi, diminuire la spesa corrente. E questo è quello che rimarrà, anche negli anni a venire. Ed è una politica molto pesante e insensata per chi cerca ancora di lavorare nella scuola con un minimo di dignità professionale.
Perché avere davanti 20 ragazzi o averne davanti 30 fa una differenza quasi clamorosa, che va ben oltre i numeri; si tratta praticamente di fare due mestieri diversi. Davvero. E se vogliamo parlare di qualità dell’insegnamento e della scuola è questo il primo punto da cui dovremmo passare e a cui non dovremmo rinunciare: le probabilità che un insegnante lavori male sono decisamente maggiori, indubbiamente maggiori, quando ha più di 20 alunni per classe.
Perché non potrà mai seguirli uno per uno; perché sarà impossibilitato a controllare il loro lavoro, non dico quotidianamente, ma nemmeno settimanalmente; perché ci metterà due settimane solo per impararne i nomi e i cognomi; perché non li potrà interrogare più di una volta ogni tre mesi, che è quasi come non interrogarli mai. E magari questo sembrerà anche un vantaggio, agli studenti; e non lo è invece, è assolutamente il contrario. Significa che ogni studente lavorerà un po’ più al buio, senza una guida, senza controlli e verifiche.
Personalmente, proprio l’anno scorso, ho avuto 4 ore di latino in una prima liceo scientifico di 29 alunni. Provate a immaginare: 29 quattordicenni, che vengono da dieci o dodici scuole medie diverse, con preparazioni completamente diverse e con un retroterra culturale completamente diverso, a cui bisogna insegnare dal niente una lingua morta e difficile. Per alcuni è stato relativamente semplice (per una decina, diciamo); per altri, un’altra decina, è stato faticoso, molto più faticoso che se fossero stati di meno e io avessi potuto controllare il loro metodo di studio con più frequenza; per altri, l’ultima decina, è stato sostanzialmente impossibile.
Certo che non erano innocenti, ci mancherebbe; alcuni non hanno mai proprio aperto il libro degli esercizi… Ma è anche vero che ci ho messo molto più tempo ad accorgermene; e che forse, se me ne fossi accorto prima, non dico tutti e dieci, ma almeno uno avrei potuto portarlo fino alla soglia della sufficienza.
Vi sembra poco? Vi pare poco un ragazzo su 29? No, non è poco; è moltissimo in realtà. È una carriera scolastica non rovinata, un futuro non parzialmente compromesso, diverse opportunità in più che si danno a un ragazzo troppo giovane per capire da solo che gli esercizi si fanno e non si copiano. Tagliare su quesdto aspetto, come si sta facendo e si farà, significa rinunciare a quel ragazzo che forse, invece, avrebbe potuto farcela; e in qualche modo significa rinunciare al suo futuro.
Ecco perché l’unica notizia davvero preoccupante di quelle uscite in agosto sulla nostra scuola pubblica è proprio questa, che ho letto ieri. Perché arriva a minare una delle fondamenta su cui si regge la possibilità di fare scuola pubblica decente: la capacità di un insegnante di incidere individualmente sul percorso formativo di tutti i suoi alunni, presi uno per uno.
Che in fondo, se ci si pensa bene, è l’esatto contrario della selezione indiscriminata. Ed è anche una maniera efficace per limare un po’ le differenze familiari: perché ad andare in crisi saranno sempre quelli con il retroterra culturale più debole, inevitabilmente. E sono proprio loro, quindi, quelli che rischiamo di perderci per strada, lasciandoli da soli a non capire che lo studio è una delle maggiori opportunità che, a quindici anni, gli può venire data; e che non gli verrà più data, nel loro futuro.iMille.org – Direttore Raoul Minetti




