La ricchezza intellettuale

di Emmanuele Somma (Presidente di Agorà Digitale)

Ammesso che abbia un senso parlarne in questi termini, la proprietà intellettuale è la più grande fregatura che l’Umanità oggi si trova a dover rispedire al mittente. Sentirsi proprietari di qualcosa di intellettuale dovrebbe essere visto in termini tecnici come un indice di malattia mentale prima ancora che come affronto criminale al bene comune. E sarebbe da trattare di conseguenza con le contromisure classiche per ambedue i mali. Contemporaneamente. La camicia di forza e le manette. L’elargizione della privativa di copia e del relativo diritto di sfruttamento economico ha dato alla testa ad alcuni che su tale pubblica concessione hanno costruito immani ed inefficienti rendite parassitarie di posizione. E non glielo mando a dire. Bisognerebbe essere chiari sul fatto che gli sforzi devono essere moltiplicati per fare in modo che tale situazione debba terminare. Sarà forse difficile vista la dimensione transazionale, ma non è più possibile procrastinare l’intervento.

Non si tratta però semplicemente di promuovere l’adozione di nuovi modelli di licensing e di distribuzione per l’opera creativa che permettano esplicitamente, a scelta del produttore, talune limitazioni unilaterali della privativa, e del conseguente diritto di sfruttamento. Non si tratta neppure di privilegiare questi rispetto a quelli ‘proprietari’, e nemmeno di imporre un livello limite di equa competizione tra questi due modelli.

Si tratta della necessità di porre un freno concreto all’utilizzo del
copyright come forma di privatizzazione della conoscenza. Questo copyright genera uno specifico danno del bene generale, alla conoscenza e quindi al benessere dell’Umanità. Un ‘crimine’ messo in atto da poche organizzazioni attivamente impegnate a sovvertire
l’evoluzione della società verso l’adozione di modelli di interazione popolare più aperti, democraticamente sostenibili e socialmente equi.

La cosiddetta “proprietà intellettuale” di pochi è oggi il principale nemico per una società fondata sulla “ricchezza intellettuale” di tutti. Va attivamente combattuta, anche se la corruzione, dovuta all’immane potere degli editori, a cui è stata tributata a costi risibili la concessione di ‘fette’ del nostro spazio di comunicazione, è ormai è giunta ai livelli più alti del potere transnazionale.

Il sistema della “proprietà intellettuale” è burocratico e costoso per la società, e ha come risultato stimolare l’inefficienza economica; è quindi ingiustificato sia dal punto di vista sociale che da quello economico. In definitiva produce benefici per una striminzita minoranza di intermediari e veramente pochi pochi creativi, mentre la quasi totalità degli altri non copre i costi del recupero delle royalties o accetta contratti in cui l’entità è praticamente nulla e li mantiene sotto il livello economico di povertà. Tutti i cittadini però pagano costi altissimi per accedere ad informazioni che, con sistemi alternativi, potrebbero essere praticamente gratuite.

Le contromisure individuali nei confronti della ‘proprietà intellettuale’ non si dovrebbero limitare alla scelta, sia in qualità di consumatore che di produttore, di strumenti di promozione dell’informazione non-proprietaria (come le licenze GNU GPL o le Creative Commons, queste ultime opportunamente scelte, o ancor meglio il semplice Pubblico Dominio), ma soprattutto a rifiutare attivamente la cooperazione con il modello di proprietà intellettuale nella cessione dell’informazione prodotta, rinunciando ai dividendi del regime, nonché attivarsi individualmente per “liberare” l’informazione proprietaria e permetterne in tal modo la circolazione.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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2 Commenti

  1. Anche se posso essere d’accordo su alcuni aspetti e in generale sulla necessità di utilizzare più spesso licenze GNU GPL trovo che questa frase:

    “Sentirsi proprietari di qualcosa di intellettuale dovrebbe essere visto in termini tecnici come un indice di malattia mentale prima ancora che come affronto criminale al bene comune.”

    sia sgradevole e fuori luogo. Dare del malato mentale a chi la pensa in modo diverso non è indice di grande senso del confronto.

  2. Mi dispiace. Non avrei voluto offendere nessuno. Parlavo in termini tecnico-sanitari.

    Come il medico non vuole certo offendere il paziente che immagina di essere un altra persona a fargli notare che questo comportamento rientra in una nota patologia.

    In effetti tu come immagini di dover indicare qualcuno che ritiene di essere “proprietario di un’idea”?

    Non è un offesa. È una prognosi.

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