C’è un sottile filo rosso che lega la situazione aberrante dei diritti nel nostro paese, quelli civili, del lavoro, degli stranieri, della condizione sociale, della libertà nella mobilità sociale, economica e culturale. Un paese che, come si è detto tante volte, è bloccato, perché non ha mai pienamente assunto su di sé una cultura profondamente “repubblicana”, intesa in contrapposizione con quella “aristocratica” che invece pervade il nostro paese, se non nelle forme, sicuramente nella sostanza dei rapporti interpersonali e, quindi, dei rapporti sociali, che discendono dalla generalizzazione dei rapporti interpersonali.
Così abbiamo l’arroganza della maggioranza, non solo politica ma in primis sociale, di un paese che è in regressione culturale, ancor prima che economica, e quindi cerca un’àncora, un appiglio, per non dover navigare nelle burrascose e inquiete acque dell’ignoto, in quella che si chiama tradizione, nel conservatorismo più genuino.
Un conservatorismo che, se già non lo è, sta diventando la cultura dominante. Cultura dominante di un paese dove è normale che il lavoro sia una concessione, che sia il datore di lavoro a elargire, a qualsiasi livello, un favore ai suoi dipendenti e non il lavoratore, con la sua opera, sia materiale sia intellettuale, a fare un favore al suo datore di lavoro, che sia un piccolo imprenditore, una grande multinazionale, una scuola, un impiego pubblico, una Università, una ditta di servizi privata, una finta cooperativa. Ribaltare l’aristocrazia del lavoro come elargizione dall’alto – dove il “servilismo” ne è il riflesso – con il repubblicanesimo, la democrazia vera e attuata, dove i lavoratori, tutti indipendentemente dal loro livello culturale, siano i primi a rivendicare la dignità del loro lavoro. Questo dovrebbe essere il compito dei riformisti. E questo si declina, per esempio, non accettando e denunciando le finte cooperative di servizi cui molti sono costretti a fare parte, magari spostati a forza da precedenti forme di lavoro tradizionale, denunciando e rifiutando – in senso soprattutto culturale – i ricatti dei lavoro sottopagati o senza diritti fondamentali di malattie, maternità, ferie, che sono entrati nella cultura dominante, anche di sinistra, in nome della produttività e dell’occupazione. Idea che non può che non cadere quando ci rendiamo conto che non possiamo competere con condizioni del lavoro come quelle di Cina o India, a meno che non vogliamo portare il paese al livello di due secoli fa.
Lo stesso servilismo, la stessa dipendenza dalla cultura dominante, che nel mondo del lavoro è quella tradizionale del “buon padrone” che elargisce, come il buon sovrano che concede il pane, si ritrova nella percezione dei diritti delle minoranze, che siano minoranze sessuali, etniche, culturali, che possono essere magnanimamente elargiti dal blocco maggioritario e ogni voce più elevata, ogni grido di sofferenza più forte è visto come un fastidio, da bollare come laicismo o come “estremismo gay”, o come “assurde lamentele di stranieri che devono solo ringraziarci e che per tutto il resto devono stare zitti, siamo già troppo buoni a farli stare qui”, o come “piagnisteo di bamboccioni che si devono contentare di quello che gli può dare il loro barone”.
La vera e compiuta repubblica democratica non può però venire concessa, non può essere portata da qualcuno esterno alla società, può nascere solamente quando la società stessa muta e si “rivolta” contro il conservatorismo aristocratico, quando si “prendono i forconi” e si abbatte alla radice l’ancien régime. Un moto che sia genuinamente repubblicano, un moto cioè che non cerchi un nuovo sovrano o voglia semplicemente abattere una casta per sostituirla con un’altra, è certamente difficile e lento, ma deve procedere inesorabilmente. Con il coraggio quotidiano di chi continua a sostenere che le minoranze non possono essere schiacciate dalle maggioranze, che la democrazia non è questo ma è un processo più complesso di condivisione. Che per una repubblica sana è necessaria la partecipazione, dove tutti, nessuno escluso, hanno il loro spazio pubblico e nulla si può delegare. Dove non si devono formare “aristocrazie elettive” ma spazi democratici eletti. Sottile differenza, più difficile a formalizzare che ad attuare. Le forme infatti già ci sono, ma la loro attuazione culturale manca. Questa missione culturale repubblicana che è la prima missione dei progressisti non può mai venire meno, deve essere sempre presente come primo compito. Nessuna riforma è possibile in una aristocrazia, solo una vera repubblica consente il progresso democratico e anzi lo rende inevitabile. Perciò tutti i democratici devono sentire che il loro primo compito è quello di battersi perché la cultura repubblicana diventi finalmente in italia cultura dominante.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







si vede che scrivi da Parigi….
lo devo prendere come un complimento?
Aristocrazia e’ un termine che proviene dal Greco e significa governo dei migliori.
L’Italia di oggi mi sembra piu’ una puttano-crazia.
Comunque io non tratterro’ il fiato per aspettare una rivolta popolare degli Italiani contro i puttanocratici. E continuero’ a starmene felice all’estero evitando di parlare di affari correnti Italiani con gli stranieri che incontro e che mi rivolgono domande allarmate e scandalizzate sull’Italia.
Aldo, sai bene che i termini perdono quasi sempre il significato etimologico originario. Nella francia di luigi XVI per dire gli aristocratici erano forse “i migliori” ? Con quel periodo si voleva fare una analogia (alla lontana), non certo con la grecia …
Comunque se il titolo e’ un sondaggio voto per “repubblica”. Cosi’, per andare sul sicuro…
Centomila volte meglio gli aristocratici Francesi pre 1789 che questi “aristocratici” de noantri. Voi mettere Madame de Pompadour, la colta e raffinata amante di Luigi XV, amica di Voltaire e Diderot con la signorina Noemi Letizia?
ciao riccardo,
sai gia’ che sono d’accordo con quello che srivi, la necessita’ di una rivoluzione culturale, antropologica, che riesca a far finire anche da noi finalmente il feudalesimo e possa permettere la nascita della cittadinanza; quel feudalesimo che in italia si e’ poi camuffato in corporativismo che il fascismo organizzo’ o cerco’ di organizzare all’interno dello stato autoritario. il fascismo e’ passato ma il feudalesimo sta benone, basta guardarsi attorno per vedere le potenti corporazioni, difese come feudi.
le responsabilita’ sono facili da rintracciare se facciamo uno studio comparato con i paesi piu’ vicini a noi in europa, quelli che hanno avuto la riforma protestante e la rivoluzione francese, o anche altri due casi che sembrerebbero agli opposti e che lo sono stati per secoli, come la spagna e il regno unito, e che invece ora si trovano sulla stessa sponda a guardare l’italia lontana, dall’altra parte del fiume.
ma una rivoluzione culturale richiede tempo e soprattutto mezzi di comunicazione liberi e aperti alle idee, alle posizioni politiche e culturali, dei mezzi d’informazione che diano ai cittadini fatti e opinioni argomentate e non solo i commenti o – come avviene in italia – i pensierini e le battutine a effetto dei conti e dei baroni di partito, dei mezzi d’informazione che mettano il cittadino nella condizione di sapere per esempio come si vive in europa e nel mondo e come vengono affrontati li’ gli stessi problemi che abbiamo in italia (immigrazione, diritti civili, informazione, giustizia, ecc.). dei mezzi d’informazione che facciano proprio il metodo scientifico e dove venga dato spazio a scienziati e studi scientifici e non solo ai monsignori, in tema per es. di sessualita’, maternita’, vita e morte.
per ora i media italiani, a cominciare con la peggiore TV che ci sia in europa e non solo, sono parte del problema. come fare affinche’ diventino invece parte della soluzione?
ieri sul sito di civati ho scritto questo commento: “non ho seguito molto il dibattito su Rai e informazione all’interno del PD in vista del congresso… sai dirmi se si parla ancora all’interno del PD di privatizzare la RAI e di lasciare un vero servizio pubblico, con canone e senza (o limitatissima) pubblicita’ gestito senza interferenze dei partiti?”
subito un anonimo mi ha risposto: “Ma quanti anni hai? Ti hanno già spiegato che Babbo Natale non esiste!!!”
tra i numerosi e potenti nemici da fronteggiare, credo il cinismo, il “tanto non cambiera’ mai nulla” sia uno dei piu’ pericolosi e contagiosi. senza speranza e’ impossibile mobilitare le forze che potrebbero permettere il cambiamento; e questa e’ una delle colpe maggiori della classe dirigente del paese anche se certo e’ da aggiungere che il cambiamento e’ l’ultima cosa che quella classe dirigente vuole.
tornando ai mezzi di comunicazione, credo che le energie dovrebbero essere spese in questa battaglia che incrocia anche il conflitto di interessi (e non solo di berlusconi) e i privilegi della casta dei giornalisti: magari e’ una mia lacuna ma in quale altro paese ci si deve iscrivere ad un albo per lavorare come giornalista? Ci portiamo dietro questa norma fascista e nessuno ne parla.
senza un’informazione decente, a cominciare dalla TV, non credo potremo mai nemmeno cominciare a porre mano seriamente a quella regressione culturale di cui l’italia e gli italiani sono vittime.
che ne pensi?
ciao,
gabriele
Caro Gabriele,
certamente i media sono un problema anzi sono la manifestazione (una delle più lampanti) del problema. Però non si può pensare che i media “da soli” inizino a cambiare rotta. L’informazione “decente” non arriva da sola, dall’alto. Lo è se esiste controllo da parte degli utenti, che cambiano o spengono la TV. Se esiste una visione della vita che non contempla la TV come cardine.
Pensa, in Francia, tante persone che conosco non hanno neanche la TV. E vivono felicemente, informate e pienamente attive nella società. In Italia tu quante ne conosci? Io nessuna.
Non dico “spegnere la tv”, ma levargli quell’orwelliano ruolo centrale che siamo noi stessi ad assegnargli.
E andare avanti con la nostra “rivoluzione culturale” anche con le avversità del sistema dell’informazione. Non possiamo pensare che prima cambia questo sistema e poi la cultura dominante. Non potrà che essere il contrario.
grazie riccardo,
qui sotto puoi leggere un rapporto censis che forse sarebbe bene tenessimo presente quando discutiamo di queste cose.
ciao,
gabriele
Elezioni 2009. Come si sono informati gli italiani
I telegiornali restano determinanti per orientare il voto
Due terzi degli elettori si sono informati attraverso i Tg, il 30% ha seguito i programmi giornalistici di approfondimento in Tv, il 25% si è affidato alla carta stampata. E Internet resta al palo
Roma, 9 giugno 2009 – La televisione resta il principale mezzo utilizzato dagli italiani per formarsi un’opinione sull’offerta politica, solo un quarto degli elettori si è affidato ai giornali, uno su dieci per informarsi ha letto il materiale di propaganda dei partiti (volantini, manifesti, ecc.), mentre Internet rappresenta la fonte di informazione per una fetta ancora minoritaria del corpo elettorale, eccetto che tra i giovani.
Secondo un’indagine del Censis, durante la campagna elettorale per le elezioni europee il 69,3% degli elettori si è informato attraverso le notizie e i commenti trasmessi dai telegiornali per scegliere chi votare. I Tg restano il principale mezzo per orientare il voto soprattutto tra i meno istruiti (il dato sale, in questo caso, al 76%), i pensionati (78,7%) e le casalinghe (74,1%).
Al secondo posto, ancora la Tv, con i programmi giornalistici di approfondimento («Porta a porta», «Matrix», ecc.), a cui si è affidato il 30,6% degli elettori. Si tratta soprattutto delle persone più istruite (il dato sale, in questo caso, al 37%) e residenti nelle grandi città, con più di 100.000 abitanti (con quote che oscillano tra il 36% e il 40%), mentre i giovani risultano meno coinvolti da questo format televisivo (il 22,3% nella classe d’età 18-29 anni).
Al terzo posto si colloca la carta stampata: i giornali sono stati determinanti per il 25,4% degli elettori (il 34% tra i più istruiti, e il dato sale ad oltre un terzo degli elettori al Nordest e nelle grandi città, e raggiunge il 35% tra i lavoratori autonomi e i liberi professionisti).
I canali Tv «all news» sono stati seguiti dal 6,6% degli italiani prossimi al voto (soprattutto maschi, 9,3%, e più istruiti, 10,2%). Più di quanti si sono informati attraverso i programmi della radio (il 5,5%), il cui ascolto è apprezzato soprattutto da artigiani e commercianti, liberi professionisti e lavoratori autonomi (12,1%).
I rapporti non mediati, come il confronto con familiari e amici, resta fondamentale per il 19% degli elettori, in particolare per i più giovani (18-29 anni: 26%), residenti nel Mezzogiorno (22,2%) e nei centri urbani minori (città con 10.000-30.000 abitanti: 22,5%). Il materiale di propaganda dei partiti (volantini, manifesti, ecc.) è stato utilizzato dal 10,9% degli elettori, con una punta di attenzione al Nordest (17,4%). La partecipazione diretta alle manifestazioni pubbliche dei partiti rappresenta invece un canale preferenziale per una quota residuale di elettori (il 2,2%), che diminuisce ulteriormente tra i più giovani (18-29 anni: 0,7%).
Internet non sfonda nella comunicazione politica. Durante la campagna elettorale, per formarsi un’opinione solo il 2,3% degli italiani maggiorenni si è collegato ai siti web dei partiti per acquisire informazioni, e solo il 2,1% ha visitato blog, forum di discussione, gruppi di Facebook, ecc. Il dato aumenta solo tra gli studenti: il 7,5% si è collegato ai siti Internet dei partiti e il 5,9% ha navigato su altri siti web in cui si parla di politica.
mah, è un vecchio discorso sempre valido… Siamo tutti molto d’accordo che serva un cambiamento, possibilmente dal basso… Un cambiamento di costumi, di cultura, soprattutto di obiettivi. Sarebbe ora che l’Italia ritrovasse quella spinta innovativa e dinamica che ha oramai perso da molto tempo, perlomeno da 20 anni! Sarebbe bello e importante, la sola chanche che abbiamo di un futuro che non sia solo neo-feudalesimo, siamo tutti d’accordo. Ma mi sapete rispondere del perchè allora il posto disabili di mio figlio è spesso occupato e per avere un’insegnante di sostegno si debbano cercare santi in paradiso? E questo senza che nessuno dica niente, che nessuno del nostro fantastico Pd muova un solo dito. Cercate una sola parola sull’integrazione della disabilità e sulla scuola primaria in una qualsiasi delle tre mozioni e poi mi dite…
ciao A