Svezia chiama, Italia non risponde

di Raoul Minetti

ciminiereIl primo ministro Svedese Reinfeldt (il cui paese assumerà la presidenza semestrale UE a Luglio) ha annunciato a Bruxelles il 9 Giugno che la Svezia si farà promotrice dell’introduzione di una carbon tax in tutti i paesi dell’unione e piu’ in generale di una rigorosa politica di riduzione delle emissioni di CO2. La carbon tax è attualmente in vigore in 4 paesi dell’UE, Svezia, Finlandia, Danimarca e Slovenia; in Italia venne introdotta nel 1998, venne poi sospesa, e de facto non è stata mai veramente implementata (nel 2008 l’Italia era 44esima su 56 paesi nel Climate Change Performance Index che misura la qualità delle politiche ambientali e le sue emissioni di CO2 sono sistematicamente aumentate negli ultimi anni). Mentre nel nostro paese il dibattito infuriava sul vulcano di villa Certosa, a distanza di due giorni dall’annuncio svedese la Francia, (probabilmente anche spinta dal successo alle europee di Cohn-Bendict) ha annunciato il suo pieno appoggio all’iniziativa svedese.

I ministri francesi delle finanze e dell’ambiente hanno annunciato l’11 giugno in una conferenza stampa un piano per l’introduzione di una carbon tax in Francia a partire dal 2011, lasciando l’elaborazione degli aspetti tecnici (quali i prodotti che la tassa dovrà coprire) ad un panel di esperti che si insedierà a inizio Luglio. Il dibattito sui temi ambientali, si sa, è nel nostro paese “un po’ piu’ acerbo”. Ho cercato invano una reazione del governo (e del PD) all’iniziativa svedese che fosse paragonabile alla tempestività e alla concretezza della conferenza stampa dei ministri francesi. Non sono riuscito ad individuare alcuna dichiarazione del ministro Prestigiacomo sull’argomento (mentre ho trovato molti articoli e agenzie sullo scontro con il ministro Brambilla sul convegno del Gran Sasso). Sul sito del PD, campeggia un intervento “summa” di Giorgio Ruffolo di un mesetto fa, ci sono anche due comunicati stampa di Realacci, un po’ generici a dire il vero, una che elogia Fini per il suo approccio all’ambiente, un altro che sottolinea i successi dei movimenti ambientalisti alle europee. Nessuna presa di posizione sulla proposta svedese e nessun richiamo al governo sull’argomento.

Qualcuno dirà, un po’ di pazienza, succedono tante di quelle cose piccanti nel nostro paese che accorgersi delle iniziative del primo ministro svedese sull’ambiente richiede una diligenza da secchioni. In effetti, siamo fiduciosi che, si spera efficacemente e tempestivamente incalzato dal PD, il governo sarà chiamato a dire presto parole chiare sul piano svedese. I precedenti dei mesi scorsi, con l’Italia in netta minoranza nella UE nella sua posizione scettica verso le politiche ambientali, non sono certo promettenti.
E dire che poche volte come in questo caso la comunità scientifica e gli analisti sono quasi unanimi sulla natura degli interventi da adottare. La carbon tax raccoglie ormai ampi consensi in tutto il mondo scientifico e ha ricevuto recentemente anche l’endorsement dell’Economist, non sospettabile per radicalismo ambientalista (l’Economist critica il sistema di quote e limiti che si sta facendo strada nel Congresso USA, una soluzione che l’Economist vede come un compromesso al ribasso). I benefici della carbon tax rispetto al sistema alternativo di quote (“carbon caps and trade”) sono ampiamente riconosciuti. Ce li ricorda in un efficace intervento sul Financial Times Willem Buiter, professore alla London School of Economics. Buiter ci spiega che solo in un sistema in cui i mercati secondari funzionano in maniera efficiente uno schema di “carbon caps and trade” è perfettamente equivalente alla carbon tax. Il ragionamento di Buiter è convincente. In uno schema di carbon caps and trade, vengono inizialmente distribuiti dei permessi o quote di emissione. Gli operatori che si vedono attribuiti quote in eccesso rispetto a quelle di cui necessitano venderanno i loro permessi agli operatori che invece hanno bisogno di più permessi di quelli loro assegnati. Ad esempio, una impresa che fronteggia costi bassi nel ridurre le proprie emissioni di CO2 avrà l’incentivo di vendere parte della propria quota ad una impresa che fronteggia costi più alti nel ridurre le proprie emissioni. Affinché un tale scambio di quote funzioni – condizione indispensabile affinché si raggiunga un’allocazione ottimale delle emissioni – il mercato secondario deve tuttavia operare in modo efficiente. Sfortunatamente, come dimostrato anche dall’esperienza recente della crisi e dai problemi delle mortgage backed securities, i mercati secondari non funzionano necessariamente in maniera efficiente. La carbon tax non richiede di scambiare permessi di emissioni, in parole povere è un sistema più semplice. Buiter ci ricorda però che la carbon tax è anche un sistema meno popolare politicamente. Lo è perché è una tassa, ed anche se i proventi della tassa vengono interamente redistribuiti, ad un governo può non risultare politicamente conveniente annunciare l’introduzione di una nuova tassa. L’insuccesso nell’implementazione della carbon tax Italiana del 1998 e la insoddisfacente politica ambientale fin qui seguita nel nostro paese sembrano dare ragione a Buiter. Ci auguriamo che stavolta il dibattito in Italia voli più in alto.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

3 Commenti

  1. Filippo Zuliani

    La carbon tax e’ in vigore anche in Olanda e Norvegia, Raoul. :)

    Massimo rispetto per i risultati fin qui ottenuti da Realacci. Con un partito dei verdi allo sbando e in un momento in cui il verde sbanca ovunque (gia’ da anni a dire il vero), noi piu’ di far sapere che siamo contro il nucleare non riusciamo a fare. Chissa’ se gli ambientalisti ci votano.

  2. Giacomo Selmi

    Mi sembra di capire che la carbon-tax è applicata e verrà proposta per le aziende dei settori non-ETS. In questo modo però arriveremmo ad avere una sorta di doppio standard, cap&trade per i settori ETS (circa il 40%) e carbon tax per gli altri.
    Premesso che la tesi di Buiter è molto interessante, non c’è il rischio di avere livelli impositivi differenti per settori diversi? Con i settori più inquinanti non necessariamente colpiti in modo maggiore (a causa delle imperfezioni dei mercati secondari?)
    E’ una cosa da valutare o in realtà è un finto problema?

    Giacomo

  3. Raoul

    Un quesito molto interessante Giacomo. In questo momento sono in viaggio, appena riesco nei prossimi giorni cerco di approfondire il punto che sollevi. Intanto grazie dell’intervento

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