di Sergio Brutti
Nel manifesto dei valori del PD la parola libertà viene ripetuta molte volte: tuttavia essa non è mai definita se non quando viene legata alla lezione dei padri Costituenti.
Nella nostra Carta Fondamentale la libertà è un concetto evocato prevalentemente in relazione ai motivi che ne limitano il pieno esercizio. Due volte in particolare in modo forte: nell’articolo 3 e nell’articolo 13. Nel primo caso lo Stato si impegna a rimuovere gli ostacoli che ne limitano l’esercizio mentre nel secondo ne viene sancita l’inviolabilità.
Il binomio democrazia/libertà è inscindibilmente legato all’avanzare della modernità e con essa cambia pelle: in tutte le democrazie avanzate nell’ultimo decennio la contrapposizione destra/sinistra si è palesata in modo sempre più netto riguardo l’ampliamento delle libertà civili e l’estensione delle libertà “tradizionali” ai nuovi cittadini, più che sul confronto classico sulle politiche per combattere le non-libertà.
Oggi, nell’alba piena di questo XXI secolo, i democratici non possono però semplicemente aderire al dettato costituzionale, rinunciando a dare corpo e sostanza ad una definizione positiva delle libertà moderne. Non solo perché il centrodestra italiano sta cristallizzando una forma-partito proprio costruendo un’identità forte attorno al concetto di libertà, ma perché la libertà degli uomini è la ragione ultima per la quale esiste un ordinamento statuale democratico.
La libertà individuale è un valore che ha origini antiche: nasce nel grembo del pensiero cristiano sin da Agostino e con esso si confronta per tutta la modernità. La radice ultima della libertà dei moderni proviene dall’idea della salvezza individuale che il Dio dei cristiani concede ai buoni e giusti come ricompensa personale. Il libero arbitrio di Erasmo e il dialogo sui massimi sistemi di Galileo sono esempi diversissimi della stessa evoluzione che porta il pensiero moderno a liberarsi dei dogmi per poter esprimere le potenzialità degli uomini. La libertà quindi nasce e si sviluppa come un diritto della persona.
Ogni popolo ha un proprio sentire riguardo alla libertà. La storia ha stratificato esperienze e consuetudini che sono divenute cultura delle comunità locali e nazionali. Tale percorso si è radicato in parallelo alla formazione dello Stato: negli ultimi tre secoli la libertà degli uomini è stata difatti progressivamente definita nell’ordinamento delle nazioni. Si è incarnata nella legge, che ne limita l’esercizio e ne sancisce la soppressione come massima pena per i comportamenti criminali.
Il pensiero moderno e contemporaneo definisce due distinte idee forti di libertà. La libertà cosiddetta “negativa” ovvero il diritto di ciascuno di non essere sottoposto che alle leggi (Benjamin Constant, “The condition of being free of restraints“) e la libertà cosiddetta “positiva” ovvero il diritto all’autodeterminazione ( “The capacity to exercise choice“).
Norberto Bobbio in Italia ha saputo cogliere con grande nitidezza l’evoluzione nel XX secolo dell’idea di libertà. Tuttavia le sue riflessioni, in particolare riguardo al legame biunivoco tra libertà civili e politiche, e alle non-libertà, pur nascendo in seno alla tradizione riformista italiana, non hanno contaminato, se non a tratti, l’elaborazione politica progressista.
In parallelo la destra politica italiana è sembrata misconoscere i contributi all’evoluzione del concetto di libertà anche dei filosofi liberali del XX secolo come Croce, richiudendone il significato nel diritto ad agire seguendo la propria volontà, liberamente formata. Ovvero a estendere la sfera della liceità dei comportamenti in tutti gli ambiti non esplicitamente interdetti, lasciando altresì aperta la possibilità di sottrarsi al rispetto della legge qualora essa non coincida con il proprio intimo sentire (legge ingiusta). Si tratta di un ribaltamento rivoluzionario che vede la prassi individuale farsi legge, ispirandola e precedendola senza una razionale rivendicazione collettiva attraverso gli strumenti politici classici.
E’ questa, un’idea “guerriera” della libertà negativa che si intreccia con un diritto all’autodeterminazione predatorio. Tuttavia questa visione, che ripropone una evidente contrapposizione forti/deboli, rinuncia in modo palese alla ricerca di una declinazione della libertà potenzialmente universale per l’intera comunità degli individui.
Traspare, dall’azione politica della destra italiana, un’impronta hobbesiana che in modo spregiudicato opera un mero trasferimento oltre che dalla prassi alla legge, anche alla codifica valoriale.
Questa definizione “guerriera” della libertà, tuttavia, aderisce in modo evidente al sentire profondo di una larga parte dell’opinione pubblica italiana, che respinge elaborazioni più complesse e quindi ignora le ragioni delle nuove rivendicazioni di libertà individuali che emergono dall’evoluzione della società. Ne è esempio l’indifferenza mostrata da larghi settori dell’elettorato moderato e conservatore riguardo ai nuovi diritti civili (testamento biologico, diritti dei conviventi, fecondazione assistita, adozione ai single, diritti di cittadinanza ai migranti) o alla discussione su quelli tradizionali (aborto, divorzio): la maggioranza dei cittadini sembra accettare che su questi temi le autorità religiose possano elaborare e diffondere in splendida solitudine una dottrina organica universale.
Tuttavia larga parte della cittadinanza, pur essendo tendenzialmente favorevole ad assecondare l’insegnamento cattolico, condividendone quindi le legislazioni restrittive, ha individualmente comportamenti reali molto differenti. Nelle pieghe della norma la maggioranza degli individui trova lo spazio per agire secondo il proprio sentire, facendo morire i propri cari a casa o volando all’estero per la sottoporsi alla procreazione assistita. Si tratta quindi di una declinazione della libertà individuale ben più estesa di quanto la legge o la morale rappresentata consenta.
In definitiva sono nuovamente l’utilità personale e la prassi che guidano difatti in tali frangenti i comportamenti dei cittadini italiani. Ciò evidenzia un fortissimo radicamento dell’istinto all’esercizio della libertà personale nella società italiana, che va ben al di la di ciò che è scritto nelle leggi o professato nelle chiese, e che tuttavia con facilità tracima sfociando in comportamenti di massa semi-anarcoidi.
La destra italiana ha saputo in quest’ultimo quindicennio blandire questo sentimento: la risposta politica fornita tuttavia ha non solo marginalizzato qualunque discussione aperta riguardo le nuove libertà, ma ha soprattutto minimizzato l’importanza della relazione individuo/comunità. Ciò ha determinato sorprendenti passi indietro rispetto alle battaglie civili e sindacali contro le non-libertà, combattute sin dalla nascita della Repubblica.
Al contrario il partito democratico e tutta l’esperienza politica progressista recente hanno sottovalutato l’importanza politica in Italia della difesa ed estensione delle libertà individuali, non comprendendone la rilevanza. L’Ulivo prima e il PD adesso sono sembrati indifferenti e incapaci di capire quali richieste parti importanti della cittadinanza avanzassero in termini di ampliamento delle libertà civili, economiche e riduzione delle non-libertà. Esempi paradigmatici sono il testamento biologico o il moderno diritto di famiglia, temi sui quali il centrosinistra, quando è stato maggioranza, ha mostrato tutta la sua inadeguatezza culturale prima che politica.
L’attuale vita sospesa del partito richiede che i democratici sappiano assumersi l’onere di posare rapidamente le fondamenta della sua identità per farlo sopravvivere. E’ quindi necessaria una riflessione aperta e chiara su cosa il PD intende per libertà ed è urgente che i democratici sappiano cogliere quanto una declinazione affermativa delle libertà sia una delle chiavi della modernità.
Partendo dalla Costituzione è possibile arricchire l’articolo 3, accompagnandolo con una forte definizione del diritto all’autodeterminazione individuale nei limiti di leggi giuste. Va cercato un nuovo equilibrio tra la volontà generale di origine rousseauiana, come limite all’esercizio della libertà individuale, e il diritto dei singoli alla ricerca della felicità, come è scritto nella Costituzione degli Stati Uniti. In questo equilibrio avanzato deve trovare spazio una rinnovata difesa della libertà di opporsi che sappia cogliere come il diritto al dissenso (H.D. Thoreau) sia il motore della trasformazione delle società degli uomini in comunità politiche, attraverso l’adesione libera di ogni cittadino all’ordinamento dello Stato.
Di tutto ciò il PD può farsi interprete in chiave alternativa alla visione “guerriera” della destra.
Nel manifesto dei valori del PD sono scritte troppe cose, spesso di breve respiro. E’ necessario cambiarlo riducendolo dalle molte pagine di cui è composto a poche semplici tesi che siano i muri maestri e le pietre angolari della nostra casa.
Il PD deve dire con chiarezza agli italiani cosa intenda per libertà, uguaglianza, democrazia, sicurezza e pace senza ricorrere a mediazioni di corto respiro o a meri esercizi di retorica, non degni della antica e alta tradizione in cui le sue radici affondano.iMille.org – Direttore Raoul Minetti




