1. Modello di Partito
Il giorno in cui in un congresso il PD dovesse dividersi su risposte politiche e non su personalismi, e una delle almeno due mozioni dovesse prevalere sull’altra senza cooptarla (né sui temi né sui nomi), sarebbe nato un partito politico.
Questa affermazione, forse un po’ eccessiva, racchiude quello cui dovrebbe aspirare un partito di massa moderno e democratico, nel nome, nella proposta politica e nella visione dei rapporti tra le idee all’esterno da sé come al suo interno. Politica che nasca, si sviluppi, si divida, restando poi nello stesso alveo, che converga sulle idee globali di società, di progresso, di felicità. Un partito che si affranchi dagli sterili nominalismi e personalismi che hanno inquinato il centrosinistra italiano (anche quello con il trattino) negli ultimi quindici anni – arrivando ad una situazione di sterilità e afasia dovuta alle troppe energie spese in beghe interne, manie di visibilità, sgambetti e memoria corta – e riscopra il senso non solo della sua recente nascita, ma soprattutto quello di una forza progressista “post-ideologica” nel mondo del XXI secolo.
Così chiedere subito questa mattina un nome per la segreteria è una domanda sbagliata, fuorviante, che vuole rimettere l’azione politica nell’alveo sterile del nominalismo, della guerra tra bande, senza interessarsi al senso di un partito progressista in Italia oggi, di come si possa generare una classe dirigente vincente e innovativa, di come ci si possa organizzare per elaborare e promuovere nella società la propria proposta politica. Così, da questo punto di vista, un candidato vale l’altro, se non cambia il modo di scegliere le candidature a tutti i livelli, se non si aprono le valvole, l’aria di questo partito.
1.1 Classe dirigente
Si parli quindi di metodo. Si può parlare di merito quando si sarà definito un metodo che sia coerente e credibile. Si possono infatti proporre tutte le proposte politiche che si voglia, ma perché queste idee abbiano gambe – ovvero siano credibili per gli italiani all’interno e all’esterno del PD – devono essere portate da una classe politica che non sia screditata. Screditata perché quando ha avuto le sue opportunità di governo si è persa in manovre di palazzo, ha prediletto la nascita di tanti piccoli orticelli personali alla nascita, alla realizzazione e alla comunicazione di veri progetti politici. Non ha saputo cambiare la società italiana che, sebbene il centrosinistra abbia governato per sei anni e mezzo dal 1996 (ovvero la metà di questi ultimi tredici anni), si ritrova oggi molto più a destra nelle idee dominanti di “sicurezza” intesa come contrapposizione tra la “pura razza italica” e i “pericolosi” migranti – dimenticando che in Italia a minare la sicurezza non solo personale ma anche democratica esistono come puro prodotto nazionale tre associazioni a delinquere che sono il nostro maggiore prodotto di esportazione nel mondo – nella volgarità dominante sui rapporti uomo-donna, nel “clericalismo” che utilizza la religione – riducendone il significato – come strumento di potere alleandosi con cause religiose, che per senso e significato, gli sono estranee, nell’allineamento con i comunicati delle gerarchie vaticane nella speranza di entrare nelle grazie del potere della CEI e averne poi un ritorno elettorale, nell’identificazione ad escludendum dell’Italia con il cattolicesimo (come si vuole immaginare l’Europa come la terra della tradizione giudaico-cristiana in contrapposizione con altre culture e sentimenti), nel localismo esasperato, che riduce le nuove sfide del cosiddetto mondo globale alla difesa del fortino contro gli indiani, alla difesa del limes dell’impero contro le invasioni barbariche.
Questa classe dirigente non è stata quindi solo delegittimata dalle ultime sconfitte elettorali, ma dalla sua incapacit‡ palese nel costruire una società più sana, moderna, aperta al futuro.
Come quindi far emergere una nuova classe dirigente? Come arrivare ad un partito che si rigeneri in maniera sana e non attraverso i metodi della cooptazione nella sua accezione più deleteria? È necessario liberarsi da quelle abitudini non solo proprie della politica, ma di larga parte della società italiana: attendere che il capo ormai anziano liberi il posto per il suo più fedele tra i fedeli, colui che pur di arrivare alla successione ha abiurato ad ogni proposito, ad ogni autonomia, ha dimenticato ogni slancio ideale e culturale, ha dimenticato la passione per diventare un esperto “yesman”. Ma una nuova generazione di dirigenti non cresce sopra gli alberi. Nasce e si forma lavorando faticosamente nelle sezioni, così che sia immersa completamente nella societ‡ e nel partito. Se una generazione è giù in campo, “nel lavoro, nelle professioni, nelle amministrazioni, nel partito”, deve smetterrla di partecipare alle iniziative di altri dove il vecchio leader di turno presenta le proprie idee e si bea degli applausi di giovani sudditi. Altri “innovatori” dotati di spirito critico e di autonomia intellettuale, devono invece scendere dal pero ed invadere i circoli. Prendere tessere e fare tessere. Un oggetto antico per un partito moderno, un oggetto che va anche rivisto nel suo significato. Iscriversi ad un partito non è (più) entrare a far parte di una “Chiesa” ma voler partecipare, secondo le proprie possibilità, allo sviluppo della societ‡ italiana ed europea. Avere teste pensanti e visioni critiche, che non vuol dire avere un partito di professori, al contrario, è necessario avere un partito che sia la società italiana ed europea, che ne capisca i problemi e la realt‡ vivendone naturalmente il quotidiano. Un partito è i suoi tesserati. Il partito democratico non è i suoi dirigenti ma i suoi iscritti e simpatizzanti. I dirigenti sono lo specchio dei suoi iscritti e simpatizzanti. Se non ci piacciono i suoi dirigenti ma restiamo fuori è facile e sterile critica, Ë restare comodamente in poltrona e guardare dalla finestra gli altri spalare la neve e far notare che potevano farlo meglio. Se vogliamo cambiarlo ora, bisogna iscriversi ora, correre dai propri segretari di circolo e chiedere, pretendere, la tessera domani mattina stessa. La scandenza per votare a questo congresso è il 21 luglio. L’area degli elettori scettici senza tessera avrà poco peso, e giustamente.
Il PD deve attuare al suo interno quella promessa di democrazia e trasparenza insita nel suo nome, deve dare l’esempio di un modo diametralmente diverso di fare politica rispetto alla decadente corte al governo oggi e alla politica della destra tradizionale che identifica la politica e la democrazia con l’elezione di un capo. Deve essere un partito che sia al servizio dei cittadini e non al servizio dei suoi dirigenti. Il partito deve poter essere uno strumento attraverso il quale le istanze progressiste della società italiana, trovino espressione sia a livello locale che nazionale. La società italiana è potenzialmente più progressista di quello che sembra, e soprattutto è molto più progressista della sua classe dirigente di destra e di sinistra. Il PD deve quindi organizzarsi per essere strumento che promuova una trasformazione della società e della politica, attraverso la partecipazione dei cittadini italiani e stranieri, con i principi guida di trasparenza e responsabilità.
1.2 Organizzazione
L’organizzazione di un partito dovrebbe poi rappresentarne la volontà di trasparenza e democrazia come la capacità di gestione del paese. Il PD, spiace dirlo, è la più disorganizzata collettività che si conosca in Italia, anche più dei farraginosi provveditorati, delle elefantiache università, delle borboniche commissioni provinciali. I circoli, gli iscritti e i simpatizzanti ricevono le informazioni sulla vita del partito in modo casuale, per passaparola, sia sulle date che sui contenuti. E questo sembra dovuto a due cause che si auto-alimentano: da una parte la mancanza di trasparenza serve a privilegiare nelle decisioni e nel tempismo chi ha sufficienti entrature nei palazzi che contano, dall’altra parte la “disorganizzazione voluta” ha fatto dimenticare la capacità della buona organizzazione (uno dei più preziosi patrimoni storici della sinistra italiana che è stato dilapidato). Abbiamo così un partito che non coordina le sue energie per volontà e incapacità, che si scontra (inevitabilmente perdendo) con una destra che fa dell’organizzazione di tipo aziendale il suo punto di forza propagandistico. Organizzazione aziendale che non è il nostro modello culturale ma contro la cui efficacia bisogna confrontarsi proponendo un modello interno diverso che sia lo specchio del modello di società che proponiamo.
Per poter promuovere un rinnovamento radicale dell’Italia e dell’Europa, il Partito Democratico ha bisogno di un rinnovamento al suo interno altrettanto radicale, che coinvolga sia la sua struttura sia la qualità delle idee che promuove nella società. La debolezza della struttura interna e quella delle idee che promuove sono intrinsecamente connesse: la fragile struttura di cui oggi il Partito è dotata è causa ed effetto del vizio della sua dirigenza che impiega gran parte del proprio tempo a discutere di posti e/o a formare correnti invece che discutere di iniziative politiche e incidere nella società. Mentre l’Italia declina inesorabilmente sotto la guida del peggior Presidente del Consiglio della storia repubblicana, il maggior partito di opposizione non può passare il tempo a giocarsi a Risiko le poche poltrone rimaste.
È necessaria una profonda revisione del sistema che regola i rapporti tra i dirigenti, gli iscritti e gli elettori, in modo che il partito possa essere, sempre, trasparente, democratico e aperto a nuove idee ed energie. I suoi meccanismi devono essere chiari e univoci, in modo da promuovere il merito e la responsabilità, in modo far crescere un vivaio di persone in grado di assicurare il ricambio permanente e l’interscambio con la società, perché non si stia un anno a parlare di regolamenti che una volta fatti sono poi subito messi in discussione, e si lavori per quella che è la causa sociale di un partito: migliorare la società e la vita dei cittadini.
Per organizzare un partito servono onestà intellettuale, volontà di trasparenza, competenze. Competenze che devono trascendere le appartenenze correntizie, le amicizie come strada privilegiata per arrivare ai posti organizzativi. Organizzazione che deve diventare in modo completo organizzazione del Partito Democratico e non semplice giustapposizione di due organizzazioni precedenti. Bisogna chiudere la stagione dei funzionari in quota Margherita o in quota DS, degli amici di questo o di quel capo o capetto, e bisogna chiudere la stagione della gestione separata delle finanze del partito. Un solo tesoriere, una sola gestione finanziaria, un solo patrimonio monetario e immobiliare, come una sola dovrà essere l’appartenenza al PD.
1.3 La “linea”
Parlando di “appartenenza” non può non nascere la questione della “linea politica”, della “identificabilità” spesso chiesta da molti. Ma il problema della sinistra moderna, in Italia e in Europa, è che questa linea è tutta da inventare. Alcuni si crogiolano ancora nelle parole d’ordine storiche della socialdemocrazia, e i risultati sono ovunque catastrofici, PS francese, SPD tedesca alle recenti elezioni europee hanno raggiunto o sfiorato minimi storici. La linea non può, e non deve, nascere dal ritornare alla falsa sicurezza di una visione del mondo del secolo scorso, né con il marxismo socialista né con l’umanitarismo popolare, né con lo scimmiottamento grottesco del liberalismo economico come nuovo sol de l’avvenire. Un partito democratico deve fondersi nella modernit‡, nella complessità generata da un mondo che è cambiato e non si può più leggere con gli occhiali delle categorie del pensiero (socialista, cattolico-sociale, liberale e liberista) del secolo scorso. La Destra fa il suo mestiere: si reinventa declinandosi come statalista e liberista al tempo stesso, come protezionista e amica delle multinazionali. Crea il bisogno di ordine, genera la necessità del bisogno di un “padre” (un papi nel caso attuale), di una guida sicura nel caos della rete multiforme del commercio, del lavoro, dell’industria, dei beni primari. Cosa fa la Sinistra? A volte sembra alla ricerca di un padre “diverso”, in un insieme di regole che tranquillizzino, regole che o sono desuete o le sono estranee. Abdica così da una delle funzioni principali della politica, e soprattutto quella progressista: gettare il cuore oltre l’ostacolo, “guidare” la società. Ma oggi non si guida seguendo le ricette scritte su vecchi libri polverosi del secolo scorso ma affrontando i problemi con umiltà, ovvero ascoltando le parti in causa e rendendole attrici nel processo della creazione di una visione della società e del mondo che migliori la società e il mondo. Che la migliori non seguendo dei mitici valori scritti nella pietra, ma seguendo il valore stesso della condivisione, dell’importanza della dignità di ogni persona nel suo lavoro, nei suoi affetti (senza imposizioni esterne che determinino quale sia la natura giusta e quale quella sbagliata di questi affetti), nella sua quotidianità.
2. Il senso di un partito progressista moderno
Vogliamo vivere in questo mondo illudendoci che questo sia il mondo. Dove “questo mondo” è la nostra tranquilla e sicura società occidentale, mentre il mondo è fuori da questo giardino, da questa campana di vetro al cui interno ci crogioliamo. Il mondo è fatto di persone che muoiono di fame, non hanno acqua potabile, muoiono di morbillo, malaria, polmonite, malattie che da questo lato del recinto si curano con pochi spicci. Oppure saltano su una mina, dove possono perdere una, due gambe, dove possono rimanere impotenti per il resto della loro vita, dove possono semplicemente morire. Oppure possono essere colpiti da una raffica di mitra mentre tornano a casa, o da una granata lanciata in un mercato o da schegge mortali di qualcuno che si è fatto esplodere tra la folla. Questo mondo giustamente aspira ad una vita migliore, ci guarda, giustamente, con invidia e come un modello. Quando vogliamo parlare di progetti politici, industriali, di sviluppo, nell’Italia e nell’Europa di oggi non possiamo farlo pensando solo al nostro piccolo mondo, alla nostra isola felice. La Destra non lo fa, e la sua risposta è semplice e immediata: bisogna difendere il fortino da popolazioni inferiori e cattive, invidiose della nostra società. La Sinistra non può dare queste risposte, non può soprattutto porsi in questa prospettiva che divide le popolazioni, corporativa e nazionalistica per dirla con le rassicuranti definizioni del secolo scorso. Non può però trovare risposte nelle ricette della socialdemocrazia continentale, che trovava il suo significato in un mondo del passato dove la comunicazione e l’interscambio delle merci era marginale, dove il tessuto industriale interno poteva sostenere le politiche sociali tradizionali. Oggi abbiamo, fortunatamente, finalmente capito che i destini di tutti gli abitanti del pianeta sono interconnessi e la sostenibilità ambientale, sociale ed economica del nostro mondo sono apetti su cui i riformisti devono interrogarsi ogni giorno. Gli effetti del nostro modo di vivere e del nostro modello economico sulla biosfera e sulle popolazioni più fragili sono devastanti e non possono essere ignorati.
Nella sinistra italiana molti, privi di fantasia e di coraggio intellettuale, cercano di riciclare i modelli che potevano funzionare nel passato o inseguono quelli della destra. La mancanza di capacità immaginativa è forse il maggior sintomo dell’inadeguatezza della classe dirigente della sinistra e del PD. Una classe dirigente che ha perso la capacità di leggere il presente perchÈ vecchia, troppo occupata in lotte di palazzo, perché si è chiusa nelle stanze dorate e non conosce più la società che dovrebbe rappresentare, una classe che si è formata su schemi antichi, che non ha l’abitudine o il coraggio all’elaborazione critica delle proposte politiche, che non è abituata a mettersi in gioco, a mettere in discussione le proprie posizioni per elaborare le migliori strategie sia di corto che di lungo periodo.
2.1 Luoghi di elaborazione
E allora, un partito i cui vertici attuali non hanno più la forza, la volontà e la capacità di elaborare, di creare, di immaginare, la nuova sinistra, come può arrivare ad una concreta elaborazione? Come e dove può nascere questa “rivoluzione culturale” necessaria per ricostruire una sinistra moderna, democratica e vincente, elettoralmente, politicamente e culturalmente? Dando fiducia ai circoli, alle tante intelligenze, alle tante sensibilità proprie della nuova società dove la cultura è “di massa”. Dove non ci sono guide istruite e masse proletarie o contadine ignoranti e disinformate. Così il partito dovrebbe avere il coraggio di dare fiducia ai propri componenti, e scommettere sui circoli per un nuovo rinascimento culturale e democratico. Per fare questo occorre organizzazione, occorre creare e gestire bene la rete dei circoli. Occorre che il centro del partito coordini e non ordini. Occorre che il centro del partito inizi finalmente a fare il suo lavoro, ovvero porre al centro di quel processo di organizzazione del PD che non è mai cominciato (e che è forse la maggiore colpa di chi ha gestito il partito in questi due anni di vita) i circoli, che devono creare quella rete non solo territoriale, ma integrata a livello nazionale ed internazionale, che faccia da raccordo fra i cittadini e il partito e nel contempo ottimizzi i contributi dei vari aderenti. Il modello può essere quello della “rete di reti”, dove gli aderenti ai circoli sono registrati in un archivio che integra non solo l’appartenenza territoriale ma anche le competenze acquisite in campo politico e lavorativo, gli interessi personali e tutti quegli aspetti in cui il tesserato ha intenzione di portare un contributo attivo. Il circolo diventa quindi la porta di ingresso in un sistema di gruppi di lavoro in grado di mettere in trasmissione il partito con le esigenze della società, coordinati da responsabili nazionali che facciano il loro lavoro di coordinatori. Le possibilità offerte dalla rete sono oggi una realtà che un partito che voglia veramente essere democratico deve saper utilizzare, specialmente per l’elaborazione delle linee programmatiche, che possono veramente nascere dal basso. Un partito che attraverso la sua stessa struttura possa così tenere il polso della società e dei sui cambiamenti, umori, desideri, esigenze, che rifugge le ideologie ma promuove le idee. Un partitonuovo che liberi le energie dei propri iscritti e simpatizzanti per liberare le energie dell’Italia, perché quella rinascita culturale, sociale, industriale necessaria non può venire da un partito sterile e statico, ma solamente da un partito che sia già lo specchio, l’avanguardia si sarebbe detto una volta, di quella società dinamica, orizzontale, aperta, progressista necessaria per vivere a pieno titolo nel mondo contemporaneo.
2.2 L’Ambiente: sfida paradigmatica del progressismo moderno
Come abbiamo già detto, ribadiamo che al centro della riorganizzazione del PD vanno messi i circoli. Tuttavia le tematiche di energia ed ambiente sono tematiche delicate, che troppo spesso si prestano a strumentalizzazioni coatte. Per questo la tematica ambientale non è solamente per la sua urgenza sanitaria e sociale al centro di ogni campagna riformatrice e innovatrice, ma anche paradigmatica per la metodologia. L’ambiente è infatti una tematica che è ancora molto critica per una sinistra storica che vede nell’industrializzazione tradizionale il suo alveo naturale non solo elettorale – o forse dovremmo dire ex-elettorale – ma anche culturale. Perciò quando si vogliano trattare temi molto aperti e al tempo stesso cruciali la rete dei circoli va affiancata da un rete di strutture e associazioni con conoscenze ambientali (es. Legambiente, iMille, ASPO Italia, etc), capaci di fornire conoscenza, supporto e informazione a chi avesse idee, volesse partecipare o più semplicemente formare la propria conoscenza in merito. Dalla collaborazione proficua, i circoli e le associazioni potrebbero agire insieme in modi e su piani diversi per formare una cultura ambientale moderna e credibile nel paese, smistando sapientemente esperienza e partecipazione degli iscritti e sviluppando la cultura ambientale che potrà così fluire dal PD verso i cittadini e le realtà locali. Il partito potrebbe così diventare veramente una struttura aperta che smisti informazioni e contatti, organizzi e comunichi eventi sulle tematiche ambientali ed energetiche sul territorio – come potrebbe e dovrebbe fare su ogni tematica – sviluppi idee e le sappia comunicare a iscritti e cittadini. Gli iscritti potranno interagire nei modi a loro più congeniali, mettendo a disposizione il loro sapere settoriale, o semplicemente suggerendo le loro idee o ponendo domande che siano considerate, discusse ed elaborate dagli esperti e dai responsabili politici. Così si potrà non solo proporre progetti e rispondere ai bisogni quotidiani dei cittadini ma soprattutto incidere sul medio-lungo periodo, sviluppando quella cultura in materia di energia ed ambiente, tanto importanti nel nuovo millennio quanto ancora arretrate nel nostro paese.
Ma più in generale si deve ripensare l’ambientalismo stesso che potrebbe diventare la nuova cultura progressista che promuova una rivoluzione copernicana nella concezione energetica del mondo e, per questa via, della modalità di governo e partecipazione. Questa nuova cultura ambientale non sia più vista come prodotto secondario dell’industrializzazione dei secoli XIX e XX ma sia il cuore della visione del mondo che dobbiamo saper immaginare, che dobbiamo iniziare ad immaginare. Se continuiamo a partire dall’economia, o dalla finanza, o dall’industria, o dalla giustizia, o dai diritti, o da qualsiasi altro primo motore delle visioni tradizionali delle politiche sociali, non riusciremo mai a cambiare prospettiva come servirebbe per uscire dall’impasse in cui sono finite attualmente le società italiana ed europea.



















[...] Giugno 2009 · Lascia un Commento Questa la base della discussione dalla quale partirà l’assemblea di domani c’è veramente tanto lavoro da fare, ma [...]
COMUNICATO STAMPA
Roma 24 Giugno 2009
( Ansa)
Rutigliano Amerigo si candida alle primarie per la segreteria nazionale del Partito Democratico che s svolgeranno ne mese d Ottobre.
A ballotaggi ultimati Franceschini afferma che il centrodestra perde consenso, che il partito democratico non perde e che inizia un nuovo percorso.
La politica italiana ha il difetto non ammettere mai di aver perso una o più tornate elettorali, al contario dichiarandosi sempre soddisfatta.
In realtà il partito democratico dal 2007 ad oggi ha perso tutto quel che poteva perdere: Elezioni politiche nazionali, elezioni europee elezioni ammistrative.
L’attuale segretario Dario Franceschini lancia la sua candidatura alla segreteria nonostante abbia sempre dichiarato che la sua era solo ed esclusivamene una segreteria di transizione….se le parole avessero davvero un senso certamente la politica sarebbe migliore da come in realtà viene rappresentata.
Francescini afferma inoltre che lui si candida per non lasciare il partito nelle mani di chi c’era prima di lui…vorrei sapere dove era Franceschini dal 2007 anno in cui nasce il PD, al 2009 anno in cui è ancora segretario del partito? …o forse il Franceschini si riferisce agli ex DS e Margherita? in questo caso le sue sono affermazioni stucchevoli. Il partito democratico non ha bisogno di questi politici camaleontici, ha al contrario necessità di un forte rinnovamento della sua classe dirigente, di una idea politica e sociale condivisa. Ha bisogno di radicarsi sul territorio e recuperare il consenso tragicamente perduto a causa di scelte politiche perdenti. Ha la necessità di scendere nelle piazze, nei mercati, parlare con i cittadini accompagnando le parore con fatti concreti e credibli.
Il Partto democratico deve essere un partito di base e popolare, un partito dei cittadini.
Ecco, è questo il motivo per il quale mi candido alla segreteria del partito democratico.
Occorre che il partito democratico modifichi il suo statuto e specificamente l’articolo 9.
Occorre che i candidati esprimano idee davvero innovative alternative al PDL .
Occorre conquistare il partito democratico lasciando sul terreno morti e feriti.
Occorre mandare a casa l’attuale classe dirigente dl tutto fallimentare oltre che perdente.
Occorre chiedere ma conquistare il partito e rivolgersi a cittadini denunciando
non solo i fallimenti di una vecchia e stancante nomenclatura ma tutte le diatribe
interne al partito, le fazioni litigiose, l’assoluto menegreghismo circa i problemi del
paese, referendo, favorendo e difendendo i loro piccoli privilegi.
Il Partito Democratico potrà chiamarsi tale e in grado di offrire una credibile
alternativa politica dal momento in cui produrrà delle idee politiche e sociali vincenti
quando nel suo interno sarà presente una reale democrazia di partito popolare e di
massa, quando si riuscirà a mandare in pensione i soliti volti noti il cui solo demerito è
stato quello di aver semi distrutto un grande contenitore politico pur
prescindendo sulle sue molteplici anomalie presenti in tutti i grandi partiti di massa.
Nessuno mai si è posto l’idea di creare in Italia un grande partito SOCIAL LIBERALE e
magari con il motto del ” Tutti dentro”.
Non è sufficente cercare le alleanze cn il partito dell’onorevole Casini per tornare a
vincere e quindi governare il paese, se i numeri hanno un senso occorre ottenere la
maggioranza dei consensi e quindi è impensabile tener fuori partiti che insieme
ottengono il 10% del’elettorato.
Per vincere il governo del paese il centrosinistra deve smetterla di adagiarsi sul
Gossip anti berlusconiano o magari sostenere alcune iniziative giudiziarie.
Berlusconi si sconfigge sul piano politico, si sconfigge con le idee, si sconfigge
ascoltando le richieste di un popolo che combatte tutti gorni e da solo con i suoi
problemi : il lavoro che non c’è, le pensioni da fame, la sanità da riformare, un
welfare da rinnovare, far comprendere ai cittadini ch l’Europa, il parlamento
europeo sono molto più mportanti dei governi locali.
Non parlerò come altri della ormai vecchia novella del ricambio geerazionale, ci sono
giovani già vecchi e anziani verdi di idee e di ragioni.
Il partito democratico non deve chiudersi su se stesso, occorre un congresso vero e
fondante, cambiare lo statuto scritto a suo tempo esclusivamente per Walter
Veltroni. E’ necessario investire tutti i settori della società, iscritti e non iscritti del PD.
Pe tutto questo e molto di più chiedo il sostegno di tutti coloro che davvero
intendono costruire un grande partito italiano il Partito Democratico.
a proposito della “rete di strutture e associazioni con conoscenze ambientali”, vorrei rammentare che l’Associazione degli Ecologisti Democratici è il “braccio ecologista” del PD a tutti gli effetti ed è organizzata in circoli territoriali e abientali, la cui finalità è proprio “formare una cultura ambientale moderna e credibile nel paese, smistando sapientemente esperienza e partecipazione degli iscritti e sviluppando la cultura ambientale …”
Un buon inizio. Buone idee da sviluppare e completare.
Un piccolo appunto farei sulla parte iniziale, sul discorso dei nomi e delle persone. Per quanto sia ovviamente presto per iniziare a discutere delle persone che guideranno il nuovo PD, è importante dare indicazioni e contarci. Personalmente sono dell’idea che si deve riscoprire la politica e il far politica prima di tutto. Il momento storico e la situazione peculiare italiana, impongono un confronto anche su campi comuni ai concorrenti, e quindi il leader diventa di fondamentale importanza per vincere le sfide. Questo non significa che mi aspetto dalla riunione del Lingotto di oggi la designazione definitiva del candidato alla segreteria, ma desidero sapere che ci ad ottobre ci sará.
Buon lavoro!
[...] c’è stata l’assemblea al Lingotto di Torino dei cosiddetti Piombini, che potrei definire “quelli che credono al PD, senza che [...]
[...] c’è stata l’assemblea al Lingotto di Torino dei cosiddetti Piombini, che potrei definire “quelli che credono al PD, senza che [...]