di Ivan Scalfarotto (per l’Unità)
Eravamo più di mille a Torino, sabato, per l’assemblea dei «piombini». Mille persone a stipare lo stesso Lingotto dove Veltroni, esattamente due anni prima, aveva disegnato il progetto del Pd. Mille e più persone venute a chiedere a gran voce un partito nuovo e non soltanto un nuovo partito, a chiedere di vedere declinato concretamente quel rinnovamento che i due candidati segretari, Franceschini e Bersani, hanno dichiarato di voler mettere al centro del proprio programma. Un rinnovamento, quello che abbiamo richiesto, autentico, radicale. Che nasce dalla consapevolezza di essere davanti ad una gravissima crisi di consenso costataci 4 milioni di voti, una crisi che rende la prospettiva di tornare al governo nel 2013 remota. Una crisi che in qualche modo conclude un ciclo politico, quello cominciato nel 1994, sancendo la vittoria finale di Berlusconi e del suo modello. Ecco a cosa serve il rinnovamento: a mettere insieme una proposta di governo e una visione del paese veramente alternativa, e alternativa in ogni senso, a quella di Berlusconi.
La nostra attuale classe dirigente purtroppo condivide – per aver governato e per averlo fatto senza l’efficacia necessaria – la responsabilità di molte delle storture del nostro paese. Il gruppo dirigente che ha guidato questo partito e che si propone di guidarlo in futuro non ha saputo evitare la crescita a dismisura del debito pubblico, il fiorire di un potere economico corporativo; non ha saputo sradicare la criminalità organizzata; non è riuscito a resistere alla tentazione di occupare le istituzioni; è stato incapace di regolamentare nuovi fenomeni sociali e prendere posizione sui diritti della persona. La nuova classe dirigente dovrà essere in grado di impegnarsi su tutti questi fronti e per poter farlo credibilmente dovrà presentare volti e profili non compromessi con queste responsabilità. Al Lingotto, nonostante le attese, non si è voluto parlare di nomi – per ribadire il principio, sovente dimenticato, che le cose da fare devono essere anteposte logicamente e cronologicamente agli organigrammi – ma è stato chiaro che voltare pagina è un esercizio non più rinviabile. Con un terzo nome o senza, questo lo vedremo nelle prossime ore, quello che è chiaro è che l’eredità del Lingotto è viva e con lei è vivo il Pd.



















Innanzitutto complimenti, i Mille del Lingotto – in un paese cinico e rassegnato come l’Italia – sono un miracolo di passione civile.
Ora servono una bella dose di coraggio, un candidato non di bandiera e una strategia per vincere il congresso, che accontentarsi di “condizionare” Bersani o Franceschini può essere un dignitoso piano B.
Yes we can!
Ho seguito avidamente l’incontro del Lingotto, speranzoso del fatto che si aprisse una nuova pagina per il partito nel quale milito e faccio il dirigente in una regione commissariata, la Sardegna.
Le speranze rimangono intatte, anzi si rafforzano: i temi ci sono, ci sono le parole d’ordine e le immagini evocative. Anche io sono dell’idea che sia giunto il momento di sparigliare le carte dell’assetto che mai cambia nel PD, come nel giorno della marmotta. E’ giunto il momento di presentarci al congresso nazionale con un nostro candidato.
[...] Ivan Scalfarotto, ma le trovate sul suo blog, come anche il suo articolo per l’Unità (anche qui). Intanto, tra commenti e analisi che girano in rete, il più lucido, come sempre, è Luca Sofri. [...]
Dopo la full immersion di sabato, che nel complesso ho molto apprezzato, due riflessioni:
1) ha ragione Ivan quando dice che le idee vengono prima dei nomi; bene, a proposito di idee, la mia è che il tema della laicità, che si è affermato prepotentemente al Lingotto, sia un tema necessario, ma non sufficiente.
Mi spiego meglio: che il PD debba essere un partito laico ormai lo dice chiunque, manca solo la Binetti, ma tant’è; questa non è più (se mai lo è stata davvero) la vera discriminante. Il campo su cui serve un’idea nuova, dirompente, un’idea con cui conquistare il cuore, la testa e anche la pancia delle persone è quello economico, perché lì c’è l’origine vera delle paure sulla quali sta facendo le sue fortune il centrodestra. Dopo le ferie, se non cambia qualcosa, ci sarà il massacro dell’occupazione, su larga scala, con una valanga di garantiti che andranno a fare compagnia ai non garantiti che il lavoro l’hanno già perso in questi mesi. La stagione congressuale si svolgerà in un clima in cui l’attenzione di chiunque sarà concentrata su questo punto e su tutto quello che questo comporta, non su altri. Il che non vuol dire che gli altri temi non ci debbano essere, ma solo che senza un’idea forte, semplice e comprensibile sull’economia non si andrà da nessuna parte, né nel partito, né tantomeno fuori.
2) può anche andare bene che il nome non sia uscito al Lingotto, anche solo per rimarcare il primato delle idee di cui sopra; però quel nome dovrà uscire, e dovrà essere un nome nuovo. Non ho detto “giovane” (anche se sarebbe decisamente meglio), ma comunque “nuovo” o percepito davvero come tale. Sulle liste “per Vetroni” e simili abbiamo già dato, e si è visto come è andata a finire. Adesso basta. O si gioca in proprio o non si gioca proprio.
Energia, idee, persone, ora serve solo un candidatura e tutto il gruppo a supporto per creare la nuova dirigenza.
IL MOMENTO E’ ORA….
grande!