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I maledetti 5 peccati dell’establishment

29.06.09 | 6 Comments

di Ivan Scalfarotto (per l’Unità)

Eravamo più di mille a Torino, sabato, per l’assemblea dei «piombini». Mille persone a stipare lo stesso Lingotto dove Veltroni, esattamente due anni prima, aveva disegnato il progetto del Pd. Mille e più persone venute a chiedere a gran voce un partito nuovo e non soltanto un nuovo partito, a chiedere di vedere declinato concretamente quel rinnovamento che i due candidati segretari, Franceschini e Bersani, hanno dichiarato di voler mettere al centro del proprio programma. Un rinnovamento, quello che abbiamo richiesto, autentico, radicale. Che nasce dalla consapevolezza di essere davanti ad una gravissima crisi di consenso costataci 4 milioni di voti, una crisi che rende la prospettiva di tornare al governo nel 2013 remota. Una crisi che in qualche modo conclude un ciclo politico, quello cominciato nel 1994, sancendo la vittoria finale di Berlusconi e del suo modello. Ecco a cosa serve il rinnovamento: a mettere insieme una proposta di governo e una visione del paese veramente alternativa, e alternativa in ogni senso, a quella di Berlusconi.

La nostra attuale classe dirigente purtroppo condivide – per aver governato e per averlo fatto senza l’efficacia necessaria – la responsabilità di molte delle storture del nostro paese. Il gruppo dirigente che ha guidato questo partito e che si propone di guidarlo in futuro non ha saputo evitare la crescita a dismisura del debito pubblico, il fiorire di un potere economico corporativo; non ha saputo sradicare la criminalità organizzata; non è riuscito a resistere alla tentazione di occupare le istituzioni; è stato incapace di regolamentare nuovi fenomeni sociali e prendere posizione sui diritti della persona. La nuova classe dirigente dovrà essere in grado di impegnarsi su tutti questi fronti e per poter farlo credibilmente dovrà presentare volti e profili non compromessi con queste responsabilità. Al Lingotto, nonostante le attese, non si è voluto parlare di nomi – per ribadire il principio, sovente dimenticato, che le cose da fare devono essere anteposte logicamente e cronologicamente agli organigrammi – ma è stato chiaro che voltare pagina è un esercizio non più rinviabile. Con un terzo nome o senza, questo lo vedremo nelle prossime ore, quello che è chiaro è che l’eredità del Lingotto è viva e con lei è vivo il Pd.

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