Una sinistra che vuol cambiare il paese

di Filippo Zuliani
cannocchiale2Le elezioni sono chiuse. I risultati sotto gli occhi di tutti. C’è chi parla di sostanziale tenuta del partito e chi parla di catastrofe. Io, da elettore di sinistra, sono invece solamente triste. Non tanto per la delusione elettorale, quanto per l’oramai tragica assenza di idee, di sogni per il domani che il mio partito esibisce e comunica. Scorrendo oggi il giornale, saltando il godziliardo di analisi della recente tornata elettorale (ne ho già letto un altro godziliardo) la polemica sul sei rosso della Gelmini colpisce la mia attenzione. E qui mi intristisco. Quale sia l’idea che la destra ha per il paese è chiaro a tutti. Un paese classista, diviso in chi si sa “arrangiare” e chi paga le tasse (merlo). Un paese che sbandiera xenofobia e razzismo come soluzioni ai problemi di lavoro e immigrazione, che fa i Family Day sotto il Vaticano, che suggerisce alle ragazze di sposare un milionario per risolvere i loro problemi di precariato e non lesina “fannulloni”, “panzoni” o scherni assortiti a intere categorie sociali. Può piacere o non piacere, a me personalmente non piace, ma questa è la destra. Nel ventunesimo secolo ripropone le bacchettate del maestro, sulle mani, come nel secolo scorso. E noi a sinistra?

Cosa vuole il PD, il partito di sinistra italiano a vocazione maggioritario, la casa dei riformisti? Dai giornali, dalle dichiarazioni, sappiamo chi è candidato al congresso, sappiamo chi sta in quota di chi, le alleanze nuovo conio vecchio conio e tutte quelle cose entusiasmanti che sono già addormentato. Sul resto si conoscono posizioni ondivaghe, quando non disarmante silenzio. Dopo la sconfitta elettorale – sì, chiamiamolo col suo nome: sconfitta – ora la tappa del congresso autunnale attende il PD, dove verrà deciso il nuovo segretario. Bersani, D’Alema, Franceschini, un outsider. Più che un nome, e questo è probabilmente il desiderio di tutti gli elettori o simpatizzanti, auspico che dal confronto tra candidate si ottengano finalmente delle risposte chiare. Come vuole il PD cambiare il paese? Sì, lo so, ho scritto “cambiare il paese”. Non mi aspetto di meno. Un partito riformista non può credere di guadagnare fiducia degli elettori limitandosi ad amministrare il tran-tran quotidiano. Ecco, per dirla chiara: di quali idee e istanze di rinnovamento si fanno portatori i diversi candidati a segretario? Con l’immigrazione che facciamo? E il precariato, con quel flagello ancora intoccato chiamato legge 30 (o legge Biagi) e le corporazioni degli ordini professonali? I diritti civili, le coppie di fatto, il testamento biologico li vogliamo o no? Il trasporto lo mandiamo su gomma o sui mezzi pubblici? Le baronie universitarie, il conflitto di interessi, la lista è lunga. Prima si farà luce sulle troppe zone d’ombra che il PD si porta dietro ad oltre un anno dalla sua nascita e prima si potrà ricominciare a riguadagnare quella fiducia dei cittadini che è andata via via scemando elezione dopo elezione, incertezza dopo incertezza, delusione dopo delusione. Questo sarà solo l’inizio per il segretario che uscirà dal congresso. Più che un leader, stavolta mi aspetto idee chiare.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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4 Commenti

  1. Oh Filippo, ma che fai, poni domande politiche al PD? No no no no! Al massimo nel PD ci si divide sui nomi di chi deve essere fatto segretario, chi vice, chi vice-vice, chi entra in direzione nazionale, chi in quella regionale, chi in quella provinciale e così via. Perché un partito grande ha tante belle e inutili seggioline da distribuire. Queste son le cose che affascinano dalemiani, veltroniani, fassiniani, margheritini eccetera.

  2. Filippo Zuliani

    Spero di vedere un congresso come Dio comanda, Sciltian. Non un facsimile plebiscitario delle primarie 2007. Ricordo ancora i valenti proclami di Letta e la campagna apertamente di sinistra di Bindi (!) in alternativa a Veltroni. Spariti ambedue il giorno dopo la vittoria di Uolter, come lacrime nella pioggia, assieme alla loro posizioni politiche.

  3. Il giorno in cui un congresso del PD dovesse dividersi su risposte politiche e non su personalismi, e una delle almeno due mozioni dovesse prevalere sull’altra senza cooptarla (né sui temi né sui nomi), sarebbe nato un partito politico. Non credo che avverrà nemmeno il prossimo ottobre, purtroppo, ma spero tanto di sbagliarmi.

  4. argodiano

    MI AVETE ROTTO.
    NON voto più neanche SCALFAROTTO

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