Tre Idee

Di Francesco Rullani

Alcune tra le forze più litigiose e allo stesso tempo più aperte del paese si sono unite in un partito, e il caos che ne è risultato appare l’ambiente ideale per produrre conflitto. Oppure innovazione.

In questa fase si deciderà se il PD è condannato a essere vittima del suo DNA diciamo “bipolare” oppure se (come credo) dalla diversità (e dalle batoste) si prenderà veramente coscienza che serve un’impostazione nuova. Servono dei “ribaltamenti di prospettiva” per ripensare le dicotomie di cui il Partito Democratico potrebbe essere vittima sotto una nuova prospettiva, una prospettiva terza, che non medi ma sorpassi la pesante eredità del centro e della sinistra che ne fanno parte.

Ecco tre piccoli esempi, per contribuire a al dibattito sul “mondo che vogliamo”.
1) realizzare una repubblica fondata sulla capacità di iniziativa delle persone. Fin’ora il punto di partenza delle politiche sociali del centro sinistra è sempre stato un gruppo sociale, dalla famiglia al sindacato. Una prospettiva diversa può essere introdotta se si parte da un altro punto di vista: i gruppi sociali non sono dati, ma vengono costruiti e decostruiti dalle persone che di volta in volta li compongono, dando loro forza e identità. Ciò che conta, quindi, non è l’uniformazione del gruppo sociale che viene costruito ad un modello prefissato, quanto rendere effettivo il diritto dei singoli di costruire la propria partecipazione sociale come meglio credono. La potenza delle realtà associative sorte dal basso, spesso senza o addirittura contro la politica (come i movimenti), la loro efficienza (come nel caso del settore no-profit), la loro varietà (si pensi alle comunità costruite su internet), la molteplicità dei loro significati (dalle coppie omosessuali ai padri single, dalle comunità di recupero per tossicodipendenti ai movimenti) rendono necessaria una politica che cerchi di moltiplicare le possibilità di aggregazione. Lo spazio tra il singolo e lo Stato va riempito di vita comunitaria, non nella forma tradizionale della comunità chiusa, ma di comunità che nascono dal basso per effetto della libera scelta delle persone. Queste comunità sono l’ossatura del nuovo welfare, che deve prendere il posto di un welfare affidato unicamente allo Stato e alle sue burocrazie. I cittadini domandano servizi di qualità che richiedono di essere progettati, costruiti e legittimati dalle persone che li usano (si pensi alla salute, alla cultura, al divertimento, all’istruzione, alla ricerca ecc.). Le burocrazie del welfare pubblico, prive di base comunitaria, servono invece singoli individui che sono privi di responsabilità e di potere progettuale verso il servizio, ricevuto passivamente, verso il quale l’unico rapporto possibile oltre alla fruizione è l’eventuale lamentela. Lo Stato deve divenire promotore dello sviluppo individuale all’interno di una società composta di una molteplicità di gruppi sociali, deve diventare abilitante invece che semplicemente e pesantemente normativo.

2) valorizzare la creatività, che è libera assunzione di un rischio, fatta da chi crede e investe sulle sue idee e sulle sue capacità. Nel dibattito che oppone la precarietà del lavoro al posto fisso, bisogna considerare che il lavoro creativo si accompagna necessariamente alla flessibilità dei tempi, dei modi e delle retribuzioni. La flessibilità va oltre la precarietà, e in certi casi è la premessa di un lavoro creativo che offre a chi lo fa importanti spazi di libertà. Flessibile è l’azienda che può licenziare, ma altrettanto flessibile è il lavoratore autonomo che può investire sul proprio sapere e le proprie capacità senza dover rispondere ad altri se non a se stesso. Se viene riconosciuta questa libertà del lavorare per se stessi – la stessa che è all’origine dell’imprenditorialità diffusa nel Centro-Nord italiano – ci si accorge che ciò veramente conta non è la riduzione della precarietà, ma la costruzione di una rete sociale che aiuti le persone (lavoratori e imprenditori) a condividere il rischio individuale, abbattendo le barriere all’ingresso nelle diverse attività, fornendo servizi essenziali alla creatività, dando spazio alla formazione continua e ad ammortizzatori sociali efficaci, che coprano i periodi di involontaria inattività. Una rete sociale che ancora una volta abiliti il lavoratore ad investire su se stesso invece che incasellarlo in un “modello” del rapporto lavorativo.

3) guardarsi con gli occhi degli altri, imparando a distinguere nella propria identità ciò che ha valore universale e ciò che invece è frutto di circostanze e storie particolari. Il confronto tra occidente e altre culture si è finora impigliato in una serie di nodi molto difficili da sciogliere: come garantire i diritti degli individui (autoctoni e migranti) nella piena espressione delle diverse culture? Come costruire una politica europea di aiuto per i paesi in via di sviluppo rispettando la loro autonomia e tuttavia senza transigere sui diritti umani e sul controllo degli aiuti? Temi cruciali, cui si può rispondere ancora cambiando prospettiva. Il punto è che non possiamo confrontarci con ciò che è diverso da noi se non conosciamo noi stessi. Una semplice domanda renderà chiaro il concetto: “La democrazia è adatta solo a società di tipo occidentale, oppure appartiene all’uomo universale, trans-culturale?”. Non è una domanda semplice, e la sua risposta può portare molto lontano, in una scala che va dalle affermazioni dei leader cinesi che liquidano la democrazia come qualcosa di estraneo alla mentalità cinese fino all’idea, coltivata dall’altra sponda dell’oceano, di poterla esportare a suon di bombe, passando attraverso la complessa democrazia indiana. Capire cosa vuol dire essere occidentali vuol dire capire che cosa ha valore universale nella nostra cultura, diventando proponibile a tutti gli altri, e che cosa invece rimane parte della nostra identità differenziale, in modo da poter promuovere i diritti umani, lo sviluppo, la crescita economica e sociale come parte di una trasformazione che possiamo leggere anche con gli occhi degli altri.

Un primo passo in questa direzione può essere fatto considerando che l’Occidente ha avuto prima degli altri l’esperienza di ciò che vien chiamato dalle scienze sociali e filosofiche “modernità”, ricca di valori etici nuovi e fonte di stili di vita corrispondenti. Il nostro rapporto con gli altri popoli del mondo non può quindi basarsi sulla riscoperta dei nostri vecchi valori pre-moderni, a cui gli altri inevitabilmente contrapporranno i loro vecchi valori pre-moderni. Si deve puntare sul valore universale degli aspetti positivi della modernità (diritti dell’uomo, libertà di pensiero e di azione, visione progettuale del mondo che viene auto-costruito e non è dato, libera immaginazione del futuro possibile, da esplorare). Chiamiamo gli altri ad apprezzare la modernità invece che i nostri vecchi valori, e lasciamo che siano loro – i nuovi moderni dei paesi non occidentali – a liberarsi del vecchio che impaccia il loro divenire moderni.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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