La storia del voto in condotta comincia il 31 ottobre 2008, più di sei mesi fa, quando, a firma del ministro Mariastella Gelmini, viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge con la quale tale voto di condotta diventa uno strumento nelle mani di chi vuole bocciare uno studente: con il 5 non si è ammessi all’anno successivo.
Naturalmente è una bomba. Prima di tutto perché non si è mai visto, nella storia della scuola pubblica italiana, un voto in condotta inferiore al 6; e quindi perché nessuno (nessun insegnante, nessun dirigente scolastico, nessun ispettore) ha la più pallida idea di quali siano i criteri per l’assegnazione di questo 5 in condotta. E infatti tutti aspettano circolari ministeriali che chiariscano. Ma le circolari non arrivano o arrivano tardissimo. Si procede, ogni scuola autonomamente, e si fa quel che si può, abbandonati a se stessi. Qualche 5 ci scappa, ma sembra poca roba (5 casi su oltre 1100 studenti nella mia scuola).
Ma quando arriva la fine di gennaio, periodo di scrutinii intermedi, scoppia la seconda bomba: il ministro Gelmini annuncia che il voto in condotta farà media. Cioè conterà per l’ammissione all’esame di maturità e per l’assegnazione del credito formativo. È un misura presa perché si deve tornare a «una scuola del rigore», dice lei; ma naturalmente tutti coloro che a scuola ci stanno e ci lavorano sanno benissimo che l’effetto sarà l’esatto contrario: il voto di condotta, attribuito secondo criteri che nessuno ha mai fornito, alzerà la media alla quasi totalità degli studenti, perché normalmente è un 8, più raramente un 7, quasi un mai un 6… Si sarà più facilmente ammessi all’esame di maturità; si otterranno più crediti formativi senza studiare nemmeno una pagina in più. Anzi, a ben vedere, studiando di meno.
Comincia a serpeggiare la sensazione che il ministro Gelmini non abbia affatto le idee chiare, insomma. E la sensazione diventa certezza poche settimane dopo: il 2 marzo tutti i quotidiani on line hanno lo stesso identico strillo in homepage: è una pioggia di cinque in condotta. Poi, uno dà un’occhiata appena un po’ più attenta ai numeri e si rende conto che non c’è nessuna pioggia, in realtà; solo qualche goccia sparuta che non sa nemmeno se cadere davvero. Perché il 5 in condotta riguarda appena l’1,2 per cento degli studenti; e solo per lo 0,3% degli studenti italiani è un voto che abbassa la media. Al restante 0,9% la alza pure: perché sarebbero bocciati comunque, perché hanno pagelle piene di 3 e di 4 in tutte le materie. Ma è solo il primo quadrimestre e i numeri cambieranno.
C’è invece un altro dato che salta subito agli occhi, quel 2 marzo: ed è che il 72% degli studenti della scuola superiore italiana ha una o più insufficienze nelle discipline di studio. Si tratta di una percentuale che dovrebbe fare impallidire tutti, al ministero e fuori: ma in realtà non impallidisce nessuno, e tutti continuano a scrivere e a parlare del solo voto in condotta. E non impallidisce nemmeno il ministro Gelmini, probabilmente. La quale, anzi, attende solo pochi giorni per diramare la bozza (finalmente) del regolamento attuativo per la valutazione degli studenti: e la novità è sconcertante. Non sarà ammesso all’Esame di Stato nessuno di coloro che avrà anche solo un’insufficienza in una qualsiasi disciplina. Il 19 marzo il ministro Gelmini rilascia il suo atteso commento alla stampa:
Obbiettivo delle scelte del governo è quello di raggiungere “maggior rigore nella valutazione degli apprendimenti, oltre che severità e disciplina nella valutazione dei comportamenti”, spiega il ministro che ritiene indispensabili tali elementi “per formare cittadini che domani siano consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri”.
La titolare dell’Istruzione ha poi precisato che anche questo provvedimento è stato preso per formare una scuola “della responsabilità e del merito”. “L’egualitarismo e il livellamento che c’è stato fino ad oggi” ha concluso la Gelmini “è frutto della cultura del ‘68 che noi non condividiamo e non ci sentiamo di poter confermare per il futuro”.
Quindi, se ne deduce inorriditi, il ministro si prepara a non ammettere all’esame il 72% degli studenti italiani; oppure, anche prevedendo qualche miglioramento nel corso dell’anno, diciamo che si prepara a non ammetterne più o meno la metà. I numeri sono quelli: e li ha pubblicati lo stesso ministero dell’Istruzione pochi giorni prima. Impossibile credere che il ministro non li conosca.
Ma sempre più, in chi lavora nella scuola pubblica, si fa strada il sospetto che l’obiettivo del ministero non sia quello dichiarato nelle interviste a Panorama. Perché è ovvio che si dovesse arrivare in queste condizioni alla fine del quinto anno, ci sarebbero una valanga di 5 e di 4 che ogni Consiglio di Classe trasformerebbe in 6: il voto spetta sempre al Consiglio, non al singolo insegnante. E comincia a essere chiaro che il disegno è quello di alzare a tutti i costi le medie agli studenti. Non il rigore, quindi, non la responsabilità, né il merito. È in realtà il trionfo inaspettato del “6 politico”, l’affermarsi di quella malintesa cultura del ’68 che il ministro disprezza così tanto.
Poi ci sarà la precipitosa marcia indietro dell’8 aprile, pochi giorni dopo ancora. Ma il disegno complessivo è ormai fin troppo chiaro: la propaganda è una cosa, il voto in condotta è tutta un’altra. E servirà ad alzare la media dei voti a tutti gli studenti (anche se, è bene precisarlo, a tutt’oggi, 21 maggio, la circolare che dovrebbe dirimere tutti i dubbi dei valutatori non dirime quasi nulla: perché se l’intenzione è chiara il dettato della normativa soffre di una certa stupefacente e angosciante approssimazione).
In ogni caso il voto in condotta è ora una realtà nuova della scuola pubblica italiana: gli studenti già hanno capito che il 4 in matematica non pregiudicherà la loro strada, perché ci sarà sempre un 8 in condotta a fare media. E stupisce non poco vedere che su un giornale come l’Unità ci sia chi ancora ragiona secondo vecchi schemi di una sinistra che non ha più ragione di essere, oggi come oggi; e che parla per esempio di «repressione» o di «linea dura», deprecando la severità di un voto in condotta e di una scuola che non esistono più; e ignorando totalmente i numeri e le percentuali che stanno alla base della questione.
Perché i numeri dicono proprio il contrario, invece. Dicono che si sta cercando e creando appositamente una scuola facile, che non prepari nessuno, che insegni a sognare soltanto i sogni facili, quelli un po’ televisivi e un po’ ballerini che hanno fatto e stanno facendo la fortuna di chi non si è guadagnato nessun merito; perché il merito, al di là delle dichiarazioni, è l’unico tasto che questa vicenda non ha mai toccato.
Una scuola così, che promuoverà sempre di più e sempre più facilmente, sarà inevitabilmente anche una «scuola di classe»: perché nessuno potrà affidarcisi per guadagnarsi una cultura e delle competenze su cui costruire il proprio futuro e grazie alle quali scommettere su se stesso. Conterà sempre di più di chi sei figlio, chi conosci, chi ti può presentare: conteranno ancora di più gli “agganci”, che brutta parola, perché la preparazione sarà per tutti livellata verso il basso.
Poveri ragazzi, davvero. Lo penso ogni volta che li vedo preoccuparsi per il loro Esame di stato. Penso che quello non è niente rispetto a quanto li attende appena saranno fuori di qui, da questa scuola. Che fingendo di prepararli, cerca invece sempre più di abituarli al nulla: e che finge un rigore e una responsabilità del tutto fasulli, del tutto e soltanto propagandistici. E li chiama «rigore» e «merito», che fa il suo bell’effetto mediatico.iMille.org – Direttore Raoul Minetti




