Frontiere aperte

di Giovanni Fontana

Vi prego di non rispondermi che se penso questo allora dovrei pensare anche quest’altro, perché è molto probabile che vi dica «sì, difatti penso anche questo», e comunque non è un argomento: convincetemi che sbaglio.
Io non ho ancora trovato una ragione decente, una che sia una, flebile, smilza, incoerente per non fare la cosa più semplice del mondo: frontiere aperte.
Si fa un gran parlare di rifugiati, rifugiantisi, perseguitati politici, mamme incinte, ma perché ci si indigna – uff, quanto scoccia mettersi in bocca, ancora una volta, questa parola – per l’assenza di una discriminazione positiva quando quel criterio non dovrebbe proprio darsi? Ovviamente c’è sempre da lamentarsi del tanto-peggio, quando si verifichi, però mi sembra quasi che – chi ne parla – consideri esserci un livello oltre il quale bisogni essere ragionevoli, e io questo livello proprio non lo capisco.
Qual è la ragione per cui io, che sono nato in Italia, dovrei avere più diritto a risiedere e lavorare in Italia di uno, che è nato da un’altra parte, solo perché il caso l’ha fatto nascere al di là di una frontiera. Ma che discorso è?

Dice: non c’è posto. Se vogliono venire significa che il posto c’è, o ce n’è più che nel loro paese d’origine. Una persona che si imbarchi in un viaggio simile, magari dall’Africa Centrale, un viaggio in cui quasi la metà muore, senza acqua per giorni – ne ho ascoltati più d’uno di questi racconti – viene qua perché anche quel poco che potrebbe ottenere qua, è enormemente maggiore del nulla che ha nel suo luogo natìo.
È il principio più liberale che c’è: libero scambio. Dire che non c’è posto significa dire che non vogliamo darlo, quel posto, se questo danneggerebbe anche soltanto un poco (a fronte di un vantaggio enorme per queste persone) il tenore di vita di chi entro quel confine sia nato. Che è un principio molto concreto, ma si chiama in un modo solo: egoismo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

12 Commenti

  1. Sarebbe bello, caro Fontana, ma non è possibile.
    La prima ragione che mi viene in mente è l’esistenza degli stati nazionali. Uno stato, in quanto tale, implica la comunità dei cittadini che lo compongono. A nome di questi cittadini o per loro delega, lo stato prende decisioni generali che però hanno influenza sulle comunità particolari che ne fanno parte. Una omogeneità, anche minima, è necessaria per rendere coerenti le scelte dello stato. Si può poi dibattere su cosa consista questa omogeneità (contributi, valori, appartenenza) ma per garantire l’eterogeneità totale dovremmo prima risolvere il problema intrinseco del sistema degli stati: la scarsità di risorse.
    Questo è infatti il problema centrale. Dato che uno stato ha a disposizione una certa quantità di risorse, il suo problema centrale è quello di dividerle. Ora, il fatto che le risorse naturali di uno stato siano generalmente proprietà generale dei suoi cittadini non è un caso: è un modo semplice per risolvere gli inevitabili conflitti che potrebbero derivare dalla contesa delle risorse, alla radice. Le materie prime che si trovano sul territorio, per esempio, sono dello stato e, quindi (nella migliore delle ipotesi) dei suoi cittadini.
    Un’altra ragione, ma sarebbe immensamente lunga da sviluppare, è quella che in America chiamano accountability. Ovvero: i decisori politici delle nazioni democratiche, in assenza di un popolo che si possa definire tale, a chi rispondono?
    Spero di non essere stato troppo confusionario, è ovvio che ci siano molte persone più capaci di me di rispondere ad una domanda che, posta come l’ha posta lei, attiene più ai massimi sistemi che alla discussione politica.

  2. antonio g.

    Frontiere aperte è un nobile stato dell’anima ma è fuori della dimensione storica dell’individuo che non accetta semplicemente e con gioia di perdere il suo spazio di sopravvivenza.

    Frontiere aperte significherebbe far scattare allarmi e genererebbe violenze e ammazzamenti da una parte e dall’altra.

    Direi che dovremmo stare sulla terra e favorire una legislazione e una presa di coscienza dei cittadini volte all’accoglienza e all’inclusione nel tempo e nei modi più ordinati possibile.

    C’è alle nostre porte un’Africa di oltre un miliardo di persone che vanno aiutate con onestà e solidarietà.Aprire le frontiere come tu dici sarebbe semplicemente una catastrofe.Non risolverebbe nemmeno uno dei problemi dell’Africa e ci metterebbe uno contro l’altro.

    Saluti

  3. giovanni mi leva le parole di bocca, o meglio i pensieri dalla testa.
    E aggiugno, in risposta a sergio, che lo “stato nazione” è forse da superare almeno culturalmente. Lo stato è i cittadini che lo compongono, ma questo non limita la composizione dei cittadini.
    Si diceva che l’italia è un concetto fisico. Tutto il mondo lo è di fatto. E la storia recente lo sta dimostrando.

  4. Sergio e Antonio g esprimono le ovvie perplessità apparentemente razionali e ragionevoli alla proposta di Giovanni. Io però concordo con Giovanni non solo e non tanto per motivi morali (la chiusura delle frontiere è puro egoismo e paura)o di “liberismo” (se deve essere libera la circolazione delle merci e dei capitali, perché non quella delle persone?).

    Concordo perché ho il sospetto che l’eventuale apertura delle frontiere, come tutte le liberalizzazioni, NON porterebbe a quella invasione di irregolari che tutti paventano.
    Prima di tutto perché come dovrebbe essere noto (ma viene occultato dai media) a mala pena il 13% degli irregolari entrano in Italia via mare (tipicamente dall’Africa), mentre la gran parte arriva via terra con regolare visto turistico(tipicamente dall’est).
    Secondo perché se l’ingresso fosse libero e consentito, nulla ci impedirebbe di censire chi entra e gestirlo – le politiche dell’accoglienza sarebbero facilitate, dato che uno che ha diritto di entrare in Italia per cercarsi un lavoro non avrebbe motivo per “nascondersi”, anzi.
    Terzo perché i cattivissimi commercianti di clandestini che sempre si chiamano in causa con scandalo non avrebbero più l’oggetto del loro commercio, quindi non farebbero più business.
    Quarto perché ho il sospetto che il disincentivo a muoversi, teoricamente indotto dai respingimenti e dalle politiche kattive dei governi occidentali, sia talmente debole che il numero di chi oggi parte “clandestino” non sarebbe poi troppo diverso di quello che si avrebbe domani se si potesse partire “legale”.

    Poi, lo so benissimo che quella che ho immaginato qui sopra è pura utopia, che lo spirito dei tempi va in un’altra direzione, che – semplicemente – siamo diventati un paese razzista che sta approvando nuove leggi razziali.
    Ma questo è un altro discorso…

  5. antonio g.

    No, Corrado,io non vedo la contrapposizione tra utopia e razzismo.
    In questo caso direi semplicemente tra utopia e realtà,il razzismo è cosa diversa.

    Se il 50% della popolazione dell’Africa vive con meno di un dollaro e senza prospettive come puoi immaginare che se ne starebbero lì a morire di fame senza dare luogo alla più imponente migrazione di tutti i tempi?

    E un fenomeno di questo tipo deve essere governato,non può essere lasciato alle reazioni istintive di quelli che cittadini già lo sono e non riescono nemmeno ad immaginare l’utopia.

    Saluti.

  6. Antonio, tu dici: “è fuori della dimensione storica dell’individuo che non accetta semplicemente e con gioia di perdere il suo spazio di sopravvivenza.”
    Quindi abbiamo già eliminato un’obiezione: dici, è giusto ma non fattibile. Però è giusto.

    “Frontiere aperte significherebbe far scattare allarmi e genererebbe violenze e ammazzamenti da una parte e dall’altra.”
    Qui dici l’esatto opposto della verità, ammazzamenti e violenze ci sono, più che quotidianamente, nei paesi del terzo mondo. Per un tozzo di pane, o per la mancanza delle più elementari libertà. Frontiere aperte significherebbe il contrario: tiri in ballo, immagino, quel tipo di fenomenologia che potremmo chiamare “lo stupro del rumeno”, che – se pensiamo davvero che un’ingiustizia è tale a qualunque latitudine, dovremmo rapportare alla quantità di stupri impuniti che si consumano in Africa Centrale.

  7. antonio g.

    No Giovanni,non farmi dire ciò che non dico a proposito delle sicure violenze.
    Io non parlo del rumeno nè ho problemi di razze,ti dico semplicemente che le frontiere vanno aperte governandole altrimenti sarebbe inevitabile un confronto/conflitto tra chi ha e chi non ha.
    La storia dice questo e la sociologia elementare.Se vuoi puoi negarle in nome dell’utopia ma non faresti una mossa saggia per le popolazioni interessate.
    Tutto qui,nè più nè meno. E senza scomodare stupri in Africa e altri argomenti utilizzati a soli fini dialettici.

    Buona notte.

  8. Antonio, io ho risposto – riportando tue parole – e rispondendoti punto per punto, non aggiungendo nulla a quello che hai detto, se non quelle che considero dirette conseguenze.
    Se non pensi che lo siano, spiegami perché anizché dire che “si è sempre fatto così”.

    Portami le obiezioni valide, che ci sono, e vedremo se sono in grado di rispondere.
    Bollare come utopica un’idea non ne esaurisce la concretezza. Tu dici che – nel bilancio collettivo (collettivo! Non dentro ai nostri confini) si starebbe peggio, io dico che si starebbe meglio. Argomenta.

  9. andros

    Breve premessa: ma qual’è il senso di fare uscire un post così a breve distanza dalle elezioni???

    Risposta un filino più seria. La razza umana NON ha ancora trovato un modo veramente efficace per gestire i problemi che già oggi sono evidentemente comuni e transfrontalieri, tipo inquinamento, acqua (avete presenti le discussioni sui fiumi che passano le frontiere?).

    Gli Stati Nazione, con tutti i loro difetti, sono una forma di dividere i costi delle spese per affrontare i problemi comuni. Io con le tasse pago le strade, i mezzi di trasporto, L’ISTRUZIONE, LE SPESE PER L’INTEGRAZIONE, LE CURE MEDICHE….

    Uno stato “ha l’onere” dei suoi cittadini, che a loro volta pagano per far funzionare lo stato. Se arriva un non cittadino lo stato ha due scelte: accoglierlo e inserirlo nel meccanismo sobbarcandosi gli eventuali costi in cambio delle tasse versate; espellerlo.

    Se il paese di Bengodi avesse frontiere aperte e servizi pubblici offerti, ci sarebbe un ENORME incentivo a usare i servizi pubblici senza pagarli (entro, mi faccio curare/studio, esco). Risultato: collasso di Bengodi.
    Questo tipo di sistema A ORA avvantaggerebbe semplicemente quelli abbastanza ricchi/forti/furbi/istruiti da poterlo sfruttare al meglio.

    Più che una utopia mi sembra una distopia.

  10. antonio g.

    Giovanni,utopia concreta è un ossimoro.
    Ti sei innamorato della tua utopia e come tutti gli innamorati non vedi altro al di fuori del tuo oggetto d’amore.
    In più,continui a farmi dire cose che non dico e addirittura adotti le dirette(false) conseguenze come artificio dialettico.
    Rimani, dunque, della tua idea.
    Per fortuna non può fare danni e tanto basta.

    Ti saluto

  11. andros

    Purtroppo Antonio G. non condivido il tuo “ottimismo”. Tu dici che l’idea dell’articolo ‘Per fortuna non può fare danni e tanto basta.’.
    Non ci sto.
    La stessa idea pochi giorni prima l’ho letta da un economista ultraliberista. Non la condivido però la rispetto di più: le conseguenze dell’azione proposta erano ben chiare e si inserivano perfettamente nella visione ideologica/ideale/filosofica/”scientifica” (scegliete il termine che preferite) della persona. Il semplice dire “non sono d’accordo” mi obbliga a capire BENE perché non sono d’accordo.
    Invece quello che trovo qui è amareggiante. Sia per come è espresso, sia soprattutto, per dove è espresso. Senza poi contare il quando.
    Questo sito dovrebbe essere la voce di un pezzo di classe dirigente politica, o almeno provarci. Un articolo del genere vuol dire che l’obiettivo è lontano. Non sto dicendo che in politica le utopie non debbano entrare. Però bisogna essere “ispirati” e consci delle difficoltà e un po’ geniali per riuscire a farlo.
    Quest’articolo non è nessuna delle tre cose.
    Per di più un articolo del genere a poca distanza dalle elezioni diventa autolesionismo.
    Mi dispiace per i toni accesi, però non vedo altro tono possibile. Per essere più chiari: un articolo del genere rimette in discussione il mio voto.

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