Sabato scorso mi trovavo a Parigi e ho deciso di partecipare alla tappa della carovana del PD con Ivan Scalfarotto, Giuseppe Civati e Gianni Cuperlo, il tutto organizzato dal bel circolo del PD di Parigi. L’occasione mi ha dato spunto per una riflessione, partendo da uno degli interventi fatti durante quella serata.
C’e’ stato un punto dell’intervento di Gianni Cuperlo che mi ha colpito molto: la richiesta di una maggiore elaborazione culturale nel PD e la costruzione di una nuova identità come necessità primarie per rilanciare questo progetto politico. La posizione di Cuperlo è quella di ritenere che troppo velocemente e superficialmente si sono accantonate della tradizioni culturali e storiche come quella della sinistra italiana in nome di una trasformazione senza un fine ben chiaro.
Sono d’accordo nel considerate come inappropriato il modo in cui si sia dato inizio all’avventura del PD, con una vera riflessione ed un vero dibattito assenti, ma ho un’opinione differente sulla questione dell’elaborazione culturale e di come essa possa avvenire.
La mia impressione, potrei sbagliarmi, è che Cuperlo ed altri ritengano ancora possibile una sintesi culturale omnicomprensiva che possa aver luogo dentro un partito politico. Questa sintesi, una volta fatta, dovrebbe essere la colonna portante dell’identità’ del partito stesso e diventare quindi la bussola della vita e delle decisioni del partito.
Non so fino a che punto sia auspicabile tutto ciò, ma il dubbio vero è sulla praticabilità. Possiamo oggi avere una sintesi culturale, valoriale abbastanza larga da dar vita ad un progetto politico omogeneo? Ne dubito. La complessità sociale, tecnologica, economica del presente rende questo esercizio estremamente difficile. Non è un caso che i maggiori tentativi di sintesi politica degli ultimi anni si siano concentrati su degli aspetti precisi come fondamentali nella visione di società che volevano propugnare (ad esempio ‘the third way’ o Obama). D’altra parte una scelta valoriale deve essere fatta, altrimenti la distinzione tra identità’ politiche diventa impossibile. Il dilemma rimane aperto.
Questa situazione ha (almeno) due conseguenze importanti: La necessità di un quadro teorico e culturale flessibile abbastanza da adattarsi alle mutazioni della società, adottando posizioni pragmatiche all’occorrenza; Ripensare una organizzazione politica come soltanto uno dei luoghi di elaborazione di cultura politica che debba confrontarsi continuamente con altri attori di uguale dignità (ONG, Associazioni, mondo della ricerca ed università, ecc.).
L’elaborazione culturale di cui parlava Cuperlo, oggi avviene in gran parte al di fuori dei partiti, in modo spesso specifico e settoriale. La politica deve imparare a parlare con mondi che ha troppo spesso ignorato o preteso di considerare come inferiori nella gestione del potere, mondi come la comunità scientifica, le imprese, l’associazionismo, le comunità culturali-etniche che iniziano ad emergere nel nostro paese, ecc. Un altro aspetto è quella di utilizzare meglio le realtà locali di un partito, essere ‘federali’ anche nell’eleborazione culturale, in special modo su quanto riguarda le esigenze territoriali. Non valorizzare queste realtà ed utilizzarle solo come mobilitatori di voti o semplici recettori di istanze, e’ una spreco di risorse umane notevole.
Cuperlo ha ragione da vendere nel dire che nel PD mancano idee e che questa carenza non viene affrontata ma piuttosto messa in secondo piano dagli scontri tra dirigenti o dalla voglia di sostituire i dirigenti, ma l’elaborazioni di queste idee richiede un partito aperto come mai lo e’ stato nella sua storia. Richiede anche una disposizione cognitiva diversa, un’elevata onestà intellettuale, altrimenti una sintesi efficace non si troverà mai. Ad esempio, se un’ONG mostra come la politica X non sia efficace, chi nel partito ha sostenuto quella politica deve imparare a dire ‘credevamo che funzionasse ma non funziona, cambiamo’. Sembrerà banale, ma tale forma mentis è in pratica impossibile da trovare tra i politici italiani.
Rimangono i temi etici, su cui fare ‘benchmarking’ non è possibile. E qui ritorniamo alla questione dei valori come in un ragionamento circolare. Su questo un congresso del PD dovrebbe concentrarsi, perché le politiche e la loro efficacia possono mutare velocemente, mentre i valori etici, che anche mutano con il tempo, perdurano e definiscono le identità.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Ciao Giuseppe, approfitto per salutarti a distanza.
L’incontro di sabato a Parigi, per chi c’era, rappresenta secondo me un momento alto nella costruzione del PD. Ripetiamolo costruzione e non ri-costruzione. Gianni Cuperlo ha parlato di costruire una narrazione che ci permetta di spiegare perché stiamo insieme. Lyotard ed altri filosofi post-moderni hanno annunciato tempo fa la fine delle grandi narrazioni: la narrazione marxista, quella cristiana, ma anche quelle dell’identità, della filosofia unica e onnicomprensiva. La fine delle grandi teorie. E’ un dibattito che in filosofia spinge e sue radici nella crisi mitteleuropea di fine del secolo…prima. Scusa la deviazione. Solo per dire che a queste mega-narrazioni si è sostituito a un certo punto un semplice vuoto narrativo. Un pragmatismo secco, quello per tornare su terra del berlusconismo senza valori. Sono d’accodo con Giuseppe Civati e Ivan Scalfarotto, e con te, quando dite che il PD deve guardare avanti, ma non credo che questo sia in antitesi con la necessità di raccontarsi delle storie (non una sola) su cosa vogliamo fare insieme. Bada, non tanto sul perché ci siamo messi insieme (questa è un’analisi storica che tra qualche anno uno Spriano dovrà fare) ma raccontarci storie su che mondo vogliamo. E qui, hai ragione bisogna saper mandare a braccetto contingenze pragmatiche (le risposte alla crisi) e racconti più generali: qual è il mondo bello da vivere che ci vogliamo raccontare (tanto per citare un altro filosofo: James, un pragmatista che sosteneva che la verità è cio’ che è buono da credere)? E’ in questo quadro che vedo la nostra elaborazione di valori. Per questo trovo il dibattito sulle questioni di laicità, collocazione in Europa, ruolo da svolgere in Europa e nel Mediterraneo, riconcezione della ricerca e dell’educazione, riflessione sui migranti e le riconfigurazioni culturali e materiali (pensa solo alla ricerca) che producono come nodi cruciali su cui produrre narrazioni. Perché al di là del loro ruolo pragmatico sono le questioni che ci permetteranno anche di raccontare a noi e agli altri chi siamo, perché facciamo politica, cosa è per noi un mondo bello e buono da credere. Come vedi, nessuna narrazione globale, nessuna ideologia nel senso vieto del termine, ma storie che guardano avanti. Per chiudere questa lunga risposta che è un dialogo a distanza, credo che il bagno di pragmatismo auspicato da Gianni, Ivan, Giuseppe sabato vada a braccetto e non sia l’antitesi della capacità di scrivere narrazioni che ci diano la forza di continuare a costruire questo partito e la capacità di saperlo raccontare.
da lyotard a spriano a scalfarotto una girandola di citazioni che toglie il fiato. per fortuna che c’è anche spazio per la concretezza, per una proposta politica chiara, costruttiva, comprensibile, misurabile nella sua realizzazione concreta:
“nessuna narrazione globale, nessuna ideologia nel senso vieto del termine, ma storie che guardano avanti”
si spezza il cuore a pensare che qui in italia siamo costretti a privarci dell’apporto dei cervelli in fuga