Ci risiamo. Il Consiglio dei Ministri ha approvato una bozza di decreto – quindi non definitiva – che modifica il D.Lgs. 81/08, cosiddetto “Testo Unico in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori” (cosiddetto perché non ha i requisiti di legge per fregiarsi del titolo di Testo Unico) e si è riaccesa la polemica politica secondo il preciso copione di un gioco delle parti: la destra tutela gli imprenditori a scapito dei lavoratori, la sinistra difende i lavoratori contro quegli aguzzini dei datori di lavoro.
Il tempo si è fermato
E’ bene riconoscere una cosa, subito: la nostra classe politica, con atteggiamento spesso bipartisan, da tempo rifiuta di affrontare la tragica realtà degli infortuni sul lavoro – un milione l’anno, di cui oltre 1200 mortali – a partire da un’analisi della società e della realtà produttiva nazionale, bensì opera facendo uno sforzo di memoria e tornando con la mente a quando, diversi decenni fa, esistevano rigidamente separate una classe imprenditoriale borghese benestante e una massa operaia sfruttata e malpagata, la cui unica tutela poteva venire dal sindacato.
I tentativi
Allora facciamo un passo indietro. Già nel 1978 una legge delega chiese – senza successo – al governo di varare un testo unico in materia. Una proposta di legge del senatore Lama sulla sicurezza sul lavoro fallì nel 1989, nel 1997 ci riprovò il senatore Smuraglia e infine nel 2005 una discutibile proposta Berlusconi si infranse contro il parere contrario di tutte le regioni (in quanto materia concorrente), dei sindacati e degli ordini professionali. Arriviamo quindi al 2006, quando il presidente Napolitano fa presente al neonato governo Prodi che gli infortuni sul lavoro sono una piaga a cui l’Italia può e deve rimediare. Il premier e l’allora ministro Damiano raccolgono la sollecitazione e nel luglio 2007 il parlamento vara una buona legge delega che, seppur in modo piuttosto vago, impegna il governo a mettere a punto entro nove mesi un provvedimento che regoli una materia complessa e trattata confusamente da oltre cinquant’anni in centinaia di leggi, decreti, circolari ed enti deputati al controllo della loro applicazione.
Dove eravamo rimasti
«E’ fatta!», direte voi. E invece no. A partire dall’autunno del 2007 il governo Prodi inizia ad avere qualche problema (non per colpa della sicurezza sul lavoro, semmai a causa del doppio lavoro di qualche senatore, ma questa è un’altra storia); da dicembre in poi la situazione precipita. La tragedia della Thyssen-Krupp; la crisi di governo e le dimissioni di Prodi a gennaio; le morti di cinque lavoratori in una cisterna a Molfetta, a marzo. I giornali gridano all’emergenza sicurezza mentre il paese si ritrova in piena campagna elettorale: il 12–13 aprile si vota per il rinnovo del parlamento. In un clima particolarmente agitato, senza il tempo necessario a riflettere e ascoltare tutte le parti in causa, viene pubblicato in fretta e furia il 30 aprile in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legislativo 81/2008. Si tratta di un testo di oltre trecento articoli e cinquantuno allegati – alzi la mano chi l’ha letto, tra quelli che rilasciano dichiarazioni a ogni piè sospinto – che raccoglie la normativa preesistente: sotto certi aspetti migliorandola, spesso ricopiandola, sotto altri aspetti confondendola, farcendola di errori e articoli inapplicabili e scegliendo un apparato sanzionatorio totalmente rinnovato ma ampiamente discutibile. Gli eventi tragici di Torino e Molfetta, così come le migliaia che ogni anno non trovano posto sui giornali, non sono avvenuti per l’assenza di una normativa antincendio o dell’obbligo di respiratori. Nonostante questo, però, lo slogan «Servono nuove leggi!» continua a fare la sua figura: in Italia alzare il livello del dibattito è sempre molto complesso. Il 15 maggio 2008, comunque, entra in vigore il nuovo testo.
La montagna e il topolino
Date queste premesse, non era difficile per Sacconi migliorare quel testo: centinaia di professionisti del mestiere – che lo conoscono a memoria – avrebbero potuto proporre una valanga di ritocchi e riscritture. In parte lo ha fatto, facendo approvare in Consiglio dei Ministri una bozza di modifica che risolve molti errori macroscopici – non tutti – e che modifica pesantemente ma apparentemente senza un criterio chiaro l’importo delle sanzioni (che perlopiù diminuiscono, tra il 4 e il 60%, ma in qualche caso aumentano). Si introducono però nuove confusioni ma soprattutto si lascia la struttura di un decreto che rimane debole e incompleto perché non abbastanza legato alla realtà lavorativa. Tanti importanti aspetti continuano a non essere trattati, rimandando a decine di decreti applicativi di cui né il governo né l’opposizione parlano, ma che invece potrebbero essere molto importanti e potrebbero realmente far pendere la bilancia a favore di una maggior tutela della salute e della sicurezza. Giusto per fare due esempi: l’introduzione di un sistema informativo nazionale per la prevenzione o meccanismi premiali e criteri finalizzati alla definizione del sistema di qualificazione delle imprese.
Facile parlare di sanzioni
Parliamo allora del tasto dolente: le sanzioni. In un mondo fatto da grandi aziende, grandi gruppi, vedi Thyssen o Fiat, l’apparato sanzionatorio presente può avere la sua validità. Qui non si tratta però, per dirla alla Franceschini, di «perdere il voto di qualche datore di lavoro». Qui si tratta di una norma per cui due-tre violazioni sono sufficienti a far chiudere metà delle aziende italiane e a mettere in seria difficoltà il 30% di chi rimane in piedi. Chiunque ne abbia una minima esperienza, sia dal lato dei controllori che da quello dei controllati, vi dirà la stessa cosa. Un impianto sanzionatorio del genere vorrebbe risolvere il problema della sicurezza sul lavoro eliminando il lavoro. Se davvero i controlli funzionassero – e noi vogliamo che funzionino, no? – la situazione lavorativa di centinaia di migliaia di lavoratori sarebbe compromessa. Per non parlare del fatto che le sanzioni – o meglio: la loro applicazione – sono legate a doppio filo col tema del sistema giudiziario, coi tempi della giustizia italiana: un vaso di Pandora che dovrebbe farci riflettere ancora di più sulla complessità della questione. Veniamo alla discussa questione dell’arresto. Titolano i giornali: «viene mantenuto il solo arresto per l’omessa valutazione dei rischi» e tutti sono contenti. Qualcuno forse a ragione, molti solo perché confondono la pena comminata al termine del giudizio (cioè qualche anno dopo il reato) con la misura cautelare: oggi la norma prevede che se durante un’ispezione un datore di lavoro viene sorpreso a commettere quella violazione, l’ufficiale di polizia giudiziaria gli imporrà di redigere un documento per la valutazione dei rischi. Poi sempre l’ufficiale scriverà al magistrato segnalando il reato, quindi un giudice qualche anno dopo potrebbe decretare la messa in stato di arresto. Non mi sembra un successone di efficacia: in questi casi qualche migliaia di euro di multa – da pagare entro trenta giorni – potrebbe servire molto di più. Prima di discutere dell’importo di una sanzione, quindi, torniamo ai fondamentali – “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” – e chiediamoci: cosa manca in Italia per migliorare la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori?
Dove siamo
Intanto, diciamolo: dal 2001 il numero degli infortuni è lentamente ma costantemente in calo (per dovere di cronaca, ricordiamo che i numeri comprendono anche i cosiddetti infortuni “in itinere”, ovvero nel tragitto casa-lavoro, drogando così il dato per un buon 30%). Il merito non è di nessuna norma, bensì di un lento aumento di consapevolezza sull’importanza della prevenzione. Gli infortuni talvolta capitano sì perché l’imprenditore fornisce all’operaio una pressa mal funzionante o un ponteggio senza parapetto, per risparmiare, ma spesso capitano anche perché l’autista del camion della ditta di trasporti non sa che nel piazzale del magazzino c’è un dipendente della ditta che pulisce gli uffici, o perché al lavoratore la cintura di sicurezza o i guanti danno noia e quindi non li indossa.
Ribaltare l’approccio
La normativa è incentrata da sempre sul ruolo del datore di lavoro, come perno intorno al quale ruota tutto il sistema della sicurezza. Le cose però sono cambiate: se un tempo questo perno era un palo d’acciaio ben piantato nel cemento, oggi è quasi sempre un ramoscello infilato nella sabbia. Il tessuto produttivo del paese conta oltre 4 milioni di aziende, il 95% delle quali con meno di dieci impiegati e con una media di poco inferiore a quattro, con una massiccia presenza di lavoratori e datori di lavoro che provengono da nazioni estere. Dobbiamo affrontare la questione tenendo conto che ci si muove quasi esclusivamente nel campo delle PMI – Piccole e Micro (non più medie) Imprese – in cui il datore di lavoro è spesso anche lavoratore (la tragedia di Molfetta ce lo ricorda) e generalmente ignora completamente la normativa antinfortunistica. La legge infatti presume che un datore di lavoro, solo in quanto tale, debba essere a conoscenza di tutti i suoi obblighi: un po’ come dare per scontato che chi compra un autotreno da trentaquattro tonnellate sia automaticamente considerato in grado di guidarlo, senza che siano necessari esami di pratica, teoria, patente, visite mediche, eccetera.
Il piccolo chimico
Come possiamo allora pensare di coniugare l’affascinante idea di “un’impresa in un giorno” con la necessità di tutelare la sicurezza dei lavoratori? Come possiamo pensare di rilasciare a chiunque la partita IVA e la qualifica di impresa individuale pur di muovere l’economia, e poi permettere che ciascuno di noi, a digiuno completo di chimica, possa aprire una piccola fabbrica di solventi e impiegarci quattro o cinque lavoratori? Per non parlare della miriade di lavoratori autonomi, spesso semplicemente dipendenti che hanno cambiato giacchetta contrattuale per l’interesse comune loro e dell’impresa: per loro la normativa sulla sicurezza sul lavoro in larghissima parte non si applica, e basta.
Facile parlare di controlli
Per finire, diciamo qualcosa sui controlli: da soli, non risolvono il problema. Se tutti gli abitanti di Trento domattina decidono di lasciare la macchina in mezzo alla strada invece di cercare un parcheggio, la città impazzisce. Hai voglia di fare controlli, di sguinzagliare vigili: le multe da fare sarebbero così tante e le risorse così poche che i trentini la passerebbero liscia. Però i trentini hanno senso civico e cultura della cittadinanza, quindi girano finché non trovano un parcheggio. La stessa cosa vale per il mondo del lavoro: serve la cultura della sicurezza. Una cosa che non è facile trasmettere ai lavoratori italiani che leggono poco e parlano ancora male l’italiano, figuriamoci a quelli egiziani o albanesi o cinesi che non lo parlano per niente. Ancora: i controlli siano seri, fatti da persone preparate e attrezzate. Oggi i controlli su lavoro e sicurezza vengono fatti da ISPESL, INAIL, INPS, ASL, DPL, ENPALS, VVF, Carabinieri, Polizia Municipale, Autorità Portuali, Guardia di Finanza, senza alcuna uniformità e senza che si coordinino tra loro.
Cinghie di trasmissione
Spiace poi constatare come su questo tema il Partito Democratico non porti avanti una posizione propria ma si limiti ad appoggiare acriticamente quella di sindacati o associazioni a lui vicino, da cui purtroppo arrivano dichiarazioni spesso non suffragate dalla realtà dei fatti. Prima fra tutte l’accusa al governo di aver «stravolto il testo unico». Come già indicato, nel correttivo mancano gli stravolgimenti che invece sarebbero stati necessari. Si critica poi l’indebolimento dei controlli, di cui però la legge non parla e di cui invece dovrebbe parlare, per riorganizzarli. Si paventa l’indebolimento del ruolo del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, che non risulta, e invece non si accenna al fatto che tale figura non è quasi mai presente per la miriade di piccole imprese italiane, per le quali ha anche poco senso: come sopra, è una figura importante e utile per le medie e grandi aziende, che però non ci sono più. Si legge di un testo originario che aveva permesso la diminuzione degli infortuni, ma i dati ufficiali del 2008 ancora non ci sono, il trend parte dal 2001 e dato che il testo è in vigore da maggio, quelli da considerare saranno semmai quelli del 2009. Si critica senza cognizione di causa la modifica alla sospensione dell’attività per violazioni in materia di sicurezza: prima era matematicamente inapplicabile, ora lo è quasi sempre. E invece gli estremi per prendere le distanze ci sarebbero, alcuni trattati prima, molti troppo tecnici per elencarli qui: per citarne uno, il “condono” alla sospensione nel caso di primo lavoratore a nero.
Cosa possiamo fare
Mi sono chiesto, quindi: cosa può fare invece il PD? Può raccogliere proposte sensate fatte da chi conosce la materia. Provo a buttarne là qualcuna, cosciente che serva un ragionamento ampio e condiviso:
– istituire un meccanismo di formazione per datori di lavoro;
– investire sulla cultura della sicurezza, con programmi da sviluppare nelle scuole e con le associazioni di imprenditori, con una pianificazione lungimirante – e quindi elettoralmente non spendibile da parte di chi la progetta – che formi oggi i ragazzi delle scuole perché tra dieci o vent’anni la gran parte della manodopera e degli imprenditori sia costituita da persone preparate e sensibili al tema della loro sicurezza;
– istituire un’agenzia unica per la sicurezza, così come avviene già oggi in ogni paese europeo, che si occupi di in via esclusiva tutta la materia;
– dare vita a un vero contratto unico del lavoro, che elimini le mille forme di lavoro più o meno precario che fanno a botte con la possibilità di far sentire i lavoratori partecipi del sistema della sicurezza in azienda;
– introdurre stabilmente e in modo definitivo il criterio “dell’offerta economicamente più vantaggiosa” negli appalti pubblici, perché la modalità del “massimo ribasso” è tanto semplice quanto inconciliabile con la sicurezza.
Sono solo cinque idee, si possono migliorare, ce ne possono certamente essere delle altre. Ma il nodo è questo. Possiamo cominciare a discutere di sicurezza partendo dallo studio del mondo del lavoro nella nostra società, e arrivare da qualche parte; oppure possiamo rimanere agli scontri ideologici e alle emergenze sbandierate settimanalmente dai media. Se scegliamo la seconda ipotesi, allora faremmo bene a non lamentarci, quando arriverà la prossima tragedia.
*Ingegnere, Ispettore tecnico Direzione Regionale del Lavoro Toscana.
Le considerazioni di questo articolo sono frutto esclusivo del pensiero dell’Autore e non hanno carattere in alcun modo impegnativo per l’Amministrazione.iMille.org – Direttore Raoul Minetti








Tutto giusto Un altro falso scritto da chi non ha studiato è su http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001035.html
Sarebbe l’ora che i politici studiassero il futuro invece di ricordarsi le ideologie del passato..
E’ certamente una buona base di partenza per far decollare la cultura della sicurezza in tutte le attività lavorative .
La questione è sempre la solita che gli addetti ai lavori non sono mai interpellati ne sentiti per portate idee nuove,visioni e aspetti di approccio alla problematica della sicurezza,
Quindi il problema è a monte se veramente chi governa e chi è all’opposizione hanno voglia di fare la sicurezza .