Il numero da circo

di Mario Berlanda

Se raccontassi a qualcuno che si fosse svegliato solo ora da un lungo sonno – diciamo di sei mesi – lo svolgimento della mia settimana tipo in questo inizio dell’anno domini 2009, potrebbe credere che mi sia bevuto il cervello.

Una settimana straripante di appuntamenti e di telefonate a parlare solo di cadute di fatturato comprese fra il 30% ed l’80% rispetto ai corrispondenti mesi dell’esercizio precedente, del pagamento dei debiti che sta diventando un optional fuori moda e di posti di lavoro che, fra contratti a termine non confermati, cassa integrazione e chiusure definitive, stanno saltando con un ritmo che neanche i tappi di spumante a capodanno.

Tutto ciò sta avvenendo in ogni area geografica, in tutti i settori produttivi, in tutti i distretti, e sta inghiottendo aziende di qualsiasi dimensione, solidità o struttura proprietaria. Tengono (si fa per dire) solo gli alimentari ed alcune categorie di servizi essenziali alla persona, ma anche lì non è dato di sapere cosa succederà quando i flussi di reddito, con l’avvio delle procedure di mobilità su larga scala, subiranno la prossima brusca contrazione o quando le amministrazioni pubbliche, in conseguenza della caduta verticale del gettito fiscale che è già in atto, cominceranno anche loro ad avere difficoltà nei pagamenti.

Le stime che si pubblicano dicono PIL a -2,5%, ma intanto però i consumi di energia sono a -8,5% (al nord -10%).

In questa situazione ci si potrebbe aspettare che il governo in carica, soprattutto quando – come nel caso italiano – prende dei provvedimenti ridicoli rispetto all’entità del disastro in corso, perda il suo consenso. E infatti in America un nero finisce per la prima volta alla Casa Bianca, e non certo perché è nero o perché sa parlare bene.

Da noi no. Da noi nel principale partito di opposizione si dibatte sul gruppo di appartenenza al Parlamento Europeo. Si pensa a come fare le scarpe a qualche buon amministratore locale poco allineato. Ci si lacera su posizioni che, in tema di laicità, fanno rivoltare nella tomba De Gasperi, non Welby.

Ma soprattutto, ci si lascia imporre dal demiurgo la sua agenda mediatica, dove la crisi non c’è proprio, continuamente e scientemente sostituita dai vari numeri da circo organizzati ad arte sulla riforma della giustizia, sul decreto Eluana, sull’emergenza stupri, sui desaparecidos argentini, poi sulle ronde ecc. ecc. ecc.

Di tutto e di più, purchè non si parli del problema principale, di quello che davvero, ora ed adesso, è in grado di essere percepito come tale da chiunque.

E questo con la complicità dei nostri indignati di professione che, invariabilmente, abboccano.

Si ergono. Lanciano appelli. Tam-tam in rete. Mai uno che si alzi e dica: “Scusate, ma non è questo il punto, o almeno non è il principale. Parliamo dell’economia. Quali sono le misure prese per fronteggiare la crisi? Quanti posti di lavoro valgono? Cosa si può fare d’altro?”

Il piano sulla crisi del Partito Democratico non ha conquistato un trafiletto in prima pagina nemmeno sui giornali “amici”. Troppo il baccano che sovrastava l’attenzione di tutti, alimentato con posizioni di prima fila anche da tutti i principali esponenti, vecchi e nuovi, del PD.

E intanto la crisi avanza, come “il nulla” del romanzo di Michael Ende, ed inghiotte ogni giorno posti di lavoro, risparmi, aziende, banche, stati, equilibri familiari, persone.

Nel mondo ci sono 2 miliardi di persone che appartengono alla middle-class, quella che, in questa situazione, è a rischio di nuova povertà. 2 miliardi. Quando la crisi degli anni trenta ha devastato l’Europa, a precipitare nella scala sociale furono alcune decine di milioni di persone ed il mondo conobbe per anni il ferro, il fuoco e la barbarie in ogni angolo del pianeta.

Il Partito Democratico, come molti, deve ancora avere il suo brusco risveglio, che non sono state certo le dimissioni di Veltroni, ma quello che verrà provocato dal sangue dei primi morti per le strade, dagli scenari cossighiani che diventano realtà. Con questo ritmo, se non intervengono robuste correzioni di rotta, al più tardi fra pochi mesi, quando le pulsioni razziste e violente che sempre si scatenano in queste situazioni (grazie anche al vuoto pneumatico della sinistra) faranno emergere una nuova alternativa a chi sta inutilmente scaldando le poltrone ministeriali in questo momento. Allora si compirà fino in fondo il nostro destino, costretti a sostenere anche il Berlusconi di turno per tentare di non cadere in qualcosa di peggio. Fantascienza? Speriamo.

Ma se sei mesi fa vi avessero pronosticato il fallimento a breve dell’intero sistema bancario mondiale, perché tecnicamente parlando è questo quello che è avvenuto, come l’avreste definita?

Ok, adesso con le ronde stop. Applauso. Pubblicità. Poi, via col nucleare.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. Lorenzo

    La paura è un prodotto anti-ciclico, si vende bene in periodi di crescita e benessere percepito, si vende benissimo durante le recessioni.
    Stupri, ronde, etc.: ma in un paese in cui 9 “giornalisti” su 10 possono guadagnarsi da vivere senza fare domande o inchieste degne di questo nome e il decimo è un retroscenista di talento, potrà mai esserci spazio per un’altra agenda politica?

  2. Forse gli Italiani hanno piu’ bisogno di sentirsi rincuorati piuttosto che terrorizzati. Ecco perche’ vince Berlusconi.

  3. Marco

    Sei mesi fa e anche più qualche debole voce (solo in rete)avvertiva che si stava andando incontro al disastro attuale, anzi ad essere ottimisti il vero disastro arriverà tra poco e allora questo paese, inevitabilmente si sveglierà da questa narcosi Berlusconiana e temo che ci saranno guai peggiori di quelli attuali

  4. Un pezzo davvero giusto e inquietante. Aggiungerei però una cosa. Forse il PD – e forse noi tutti – finisce per parlare d’altro e farsi guidare da un’agenda non sua anche perché non ha una risposta davvero credibile a questa crisi. Perché nessuno sa davvero bene cosa fare, e un po’ tutti continuano a baloccarsi nel BAU delle soluzioni abituali – un po’ di spesa pubblica in più, ma attenzione al protezionismo, investimenti ma un po’ a caso, e per carità continuiamo a considerare Moody un oracolo credibile se declassa il debito di qualcuno.. ecc. ecc.

    Vedremo quanto Obama riuscirà a invertire la rotta. Ma certo, quel che inquieta è il terrificante parallelismo con l’altra grande crisi. Di là dall’oceano, una risposta roosveltiana. Di qua, il progressivo frantumarsi nelle piccole patrie, la tentazione della chiusura autoritaria…vedremo fino a che punto, e se l’Europa unita, o quel che ne resta, basterà per salvarci.

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