di Raoul Minetti

La crisi sta assumendo proporzioni, che senza rischiare di essere retorici, possono essere definite drammatiche. Ma nel dramma sociale generato dalla crisi, alcuni soffrono più di altri. Ce lo ricorda in un intervento sull’ultimo numero dell’Observer dell’OCSE (Unequal Growth, Unequal Recession?) Anthony Atkinson, professore di economia a Oxford e uno dei massimi esperti mondiali dei problemi della disuguaglianza. La grande crisi non colpirà i ceti sociali in maniera omogenea ma lascerà un marchio particolarmente doloroso e duraturo specie sui ceti più deboli. Atkinson ci spiega in pochi, semplici punti il perché:
Poveri impreparati alla crisi (specie se giovani e con bambini)
La grande crisi sta colpendo i paesi industrializzati in uno dei momenti di più forte disuguaglianza dell’ultimo secolo. Come dire, alcuni la tempesta la stanno affrontando su una nave, altri su un canotto sgonfio. Un recente studio dell’OCSE (Growing Unequal?, 2008) mostra che in pressoché tutti i paesi OCSE (non solo negli Stati Uniti, caso divenuto abbastanza celebre) la disuguaglianza è cresciuta radicalmente a partire dalla seconda metà degli anni ’80. Inoltre mentre durante gli anni ’90 lo stato aveva moderato il crescente divario tra ceti ricchi e poveri con politiche redistributive, questo ruolo di compensazione dello stato si è ridotto negli ultimi 10 anni. I ceti deboli, ci dice Atkinson, sono drammaticamente impreparati ad affrontare la crisi. E in Italia sono particolarmente impreparati. L’Italia, tra i paesi OCSE, è il paese che nel 2005 registrava il sesto piu’ alto “gap tra ricchi e poveri”, definito dall’OCSE come il rapporto tra il reddito medio del 10% più ricco della popolazione e il reddito medio del 10% più povero della popolazione (questo rapporto è circa pari a 10 in Italia mentre la media OCSE è 8.9). Come e anche più che negli altri paesi OCSE, in Italia sono poi i giovani ad aver pagato lo scotto della crescente disuguaglianza. Rapportando ad esempio il reddito medio della fascia di età 18-25 anni con quello della fascia 41-50 anni si scopre che mentre durante gli anni ’80 tale rapporto era di poco superiore a uno ora è sotto 0.95, con un calo anche più vistoso rispetto alla media OCSE (4%). Non che gli anziani in Italia abbiano da brindare, ma dagli anni ’80 ad oggi il reddito medio della fascia di età 51-65 anni è cresciuto più velocemente di quello della fascia di età 41-50 anni (e, a fortiori, molto più velocemente di quello dei 20enni). Se poi i giovani italiani mettono su famiglia, la situazione si fa drammatica. L’Italia è l’unico paese OCSE in cui il “rischio povertà” stimato dall’OCSE è più alto per le famiglie con bambini che per il resto della popolazione.
Poveri impreparati alla crisi (cont.)
Gli andamenti dei prezzi relativi nella fase antecedente la deflagrazione della crisi hanno ulteriormente indebolito la posizione dei ceti deboli, rendendoli particolarmente esposti alla recessione che avanza. Questo è stato ad esempio il caso degli aumenti dei prezzi dei generi alimentari e dell’energia. Atkinson cita l’interessante studio dell’economista USA Peter Lindert che trova che il grado di disuguaglianza è fortemente influenzato dai prezzi dei generi alimentari. Difficile dimenticare che in Italia in tempi recenti si è registrata una forte ascesa dei prezzi dei generi alimentari, ancora più forte che in altri paesi.
Il rischio “povertà permanente”
In alcuni paesi OCSE i rischi che l’impoverimento dei ceti deboli durante la crisi si trasformi in “povertà permanente” sono più forti che in altri. Questo è il caso dei paesi in cui la mobilità intergenerazionale dei redditi è più bassa, cioè, in parole povere, i paesi in cui i figli tendono a guadagnare come i padri. In questi paesi i ceti deboli impoveriti dalla crisi rischiano di trasformarsi in una “sottoclasse” che per intere generazioni non riuscirà più a risollevarsi dal suo stato di povertà e disagio. L’Italia è sfortunatamente proprio uno dei paesi dell’OCSE con la più alta correlazione intergenerazionale dei redditi e quindi è particolarmente esposta allo sviluppo di questa “sottoclasse” di poveri. In Italia il 50% delle differenze di reddito tra i genitori di due diverse famiglie si trasforma in differenze di reddito dei figli (contro il 15% in Danimarca ad esempio). L’OCSE definisce questa la “disuguaglianza delle opportunità” che si affianca alla “disuguaglianza dei redditi”. L’Italia è uno dei paesi OCSE che manifesta congiuntamente le più alte “disuguaglianza delle opportunità” e “disuguaglianza dei redditi”.
Il ruolo dell’istruzione
Atkinson ci ricorda che uno degli strumenti per evitare che l’impoverimento prodotto dalla crisi si trasformi in povertà permanente è l’istruzione. In uno scenario in cui i ceti deboli vengono colpiti massicciamente dalla crisi, se i loro bambini e ragazzi possono studiare e investire in formazione sarà più facile per loro sfuggire alla “povertà permanente”, evitando di divenire una “sottoclasse”. Purtroppo, mentre in alcuni paesi come gli Stati Uniti questo concetto sembra essere chiaro, come testimoniano gli stanziamenti del governo in educazione e ricerca appena approvati, in altri la già vessata scuola e università è stata anche recentemente colpita da tagli ai budget statali. Difficile non ricordare le sagge parole di Napolitano che ci ha ricordato come non si possano tagliare proprio in questo momento i fondi alla scuola e all’università. Una delle poche speranze per evitare che la povertà dei ceti deboli prodotta dalla crisi si cristallizzi è proprio investire nel capitale umano dei giovani.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Un applauso per l’articolo e la sua chiarezza di analisi e di dati – molta tristezza per ciò che ci dice del nostro paese…
giusto
Grazie Corrado, ovviamente il post e’ una cosettina. Vuole giusto essere uno spunto per riflettere su alcuni punti
Si tratta di un complotto globale, è spiegato benissimo su questo sito http://domenico-schietti.blogspot.com/2009/10/la-storia-del-potere-in-base-al.html
Sono tutti d’accordo a boicottare la Serpentina di Schietti e quindi si tratta di un complotto per cambiare il clima, causare povertà e alimentare l’odio tra i popoli per generare guerre.
Non è difficile da capire, se scoppia una guerra aumentano le richieste di fucili, cannoni, missili, aerei e bombe. I produttori di armi hanno interesse che i popoli litighino fra loro e quindi pagano agenti provocatori.
Se cresce la povertà aumenta il numero dei ladri quindi aumentano le spese per la polizia, i controlli, i sistemi di sicurezza, le prigioni e la giustizia. Chi dovrebbe combattere la malvivenza in realtà ha interesse che ce ne sia sempre di più e quindi paga agenti per creare disordini e crisi economiche.
Se crescono i consumi di energia aumentano gli introiti per i produttori di petrolio che quindi boicottano l’energia pulita pagando agenti appositi che promuovano l’utilizzo del loro prodotto a danno di quello degli altri.
Se vengono costruite grandi opere ci saranno grandi affari per i costruttori edili al punto che ne vorranno sempre di più grandi e inutili pagando agenti perchè pubblicizzino l’utilità di opere costosissime.
I poteri occulti spesso sono aziende che hanno convenienza quando aumentano i problemi e quindi che si sono unite per creare un governo mondiale e una rete di agenti incaricati di creare il caos.
La Cia, la Cia!