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Europa, Home, Laicità

Uno sguardo da fuori.

23.02.09 | 1 Comment

di Riccardo Spezia.

occhioVivendo in Francia si ha normalmente una visione dell’Italia chiaramente un po’ distorta, veicolata dai mezzi di informazione principalmente della rete. Quest’anno, invece, ho passato due mesi a Roma per motivi di lavoro. In questo modo è stato un po’ come ritornare a vivere e a lavorare in Italia, ripercorrendo strade e abitudini che avevo lasciato oramai sei anni fa. Così, recandomi tutte le mattine in Università, prendendo quotidianamente la metropolitana, ho potuto notare alcune cose che, forse, abitualmente passano inosservate o ci sembrano scontate.

Tra le tante cose che ho potuto osservare con un occhio per alcuni versi esterno, due mi sono sembrate maggiormente bizzarre: la continua presenza sui quotidiani di pareri espressi da alti prelati e gli schermi televisivi nelle metropolitane.

Venendo dalla laica Francia, dove per tradizione e per storia le vicende legate alla Chiesa di Roma non suscitano attenzione, anzi, passano del tutto inosservate, desta sorpresa vedere come in Italia il parere degli alti prelati sia, invece, molto inflazionato nella stampa. Sicuramente per ragioni storiche antiche, che risalgono al medioevo, il Papa e dunque la Chiesa hanno sempre avuto un rilievo nelle vicende politiche e sociali dell’Italia che altrove non hanno mai avuto, ma per una Repubblica laica e moderna sembra a volte eccessivo il coinvolgimento diretto delle gerarchie negli affari politici e culturali, e questo anche senza dover pensare al caso di Eluana Englaro dove, nella presunzione del giudizio morale, probabilmente si è toccato il fondo. Con ciò non voglio dire che la Chiesa, o i suoi rappresentanti, non possano esprimere liberamente le loro opinioni, ci mancherebbe altro, tuttavia, mi sembra che si stia correndo un grosso rischio, quella che Enzo Bianchi, il priore della comunità di Bose, ha chiamato la trasformazione del Cristianesimo in religione civile. Questa forma non proprio inedita di Cristianesimo, che ci saremmo augurati ormai lontana nel tempo, riceve l’attenzione spasmodica dei media, in modo superficiale a forza di slogan e di contrapposizioni e soprattutto in una sorprendente assenza di pensiero. Quello che stupisce, anche chi credente non è, è il torpore generale nel quale accade tutto questo, non che non ci sia qualche voce che si alza per interrogarsi su quanto accade, ma non è certo alla ribalta nei mezzi di comunicazione e passa del tutto inosservata. Oppure si risponde a urla con urla, lasciando ognuno sulle proprie posizioni e non facendo altro che nutrire lo spettacolo dei “pareri opposti”.

Giorni prima alla radio, dopo l’insediamento di Obama alla Casa Bianca, il primo intervento di auguri riportato dai media è quello del Papa. Non quello del Presidente della Repubblica. Allora ho quasi la sensazione di essere ritornato ai tempi del Papa Re. Il bisogno della laicità è un bisogno comune ai laici e a quei credenti avvertiti dalla posta in gioco di questa nuova deriva del Cristianesimo, eppure sembra non trovare eco nei media, sopraffatti da logiche di potere, identitarie e arroganti, che dilagano nella sempre più inquietante assenza di pensiero, assenza che è poi, dovremmo saperlo, la condizione per il proliferare di ogni forma di autoritarismo.

Di passaggio a Milano, mi sono fermato a guardare le televisioni sulle banchine della metro e questa mia sensazione si è materializzata in una immagine, che mi ha ancora una volta, sorpreso: le persone tutte contemporaneamente ipnotizzate dal flusso di pubblicità e notizie, senza spazi per pensare, senza, cosa forse ancora più grave, possibilità di creare relazioni, scambi di parole e di sguardi, tutti investiti, senza volerlo, ciascuno nella sua solitudine, dall’audio di questi aggeggi che veicolano messaggi semplici, acritici e senza interruzioni. Il torpore allora mi è sembrato quasi uno stato di inebetimento, una scena reale che mi sembrava uscita da Minority Report. Veramente sembra che il Grande Fratello (quello di Orwell) sia già arrivato.

Ma forse è ancora possibile riaversi, attivandosi per ribaltare culturalmente i rapporti di forza, rimettendo al centro dell’azione politica e sociale l’esercizio critico del pensiero che è forse ciò di cui ora ha più bisogno questo paese.

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