
di Marco Simoni, da L’Unità.
Le proteste degli operai inglesi contro l’uso di manodopera straniera stupiscono soprattutto perché avvengono in un paese che ha fatto della apertura e non discriminazione verso i lavoratori di ogni nazionalità e provenienza la propria forza. Per legge, nel Regno Unito si chiede ad ogni persona che voglia essere assunta da una azienda di indicare, se lo desidera, l’età, il genere, le eventuali disabilità, la nazionalità, l’etnia. Queste informazioni servono per monitorare che l’azienda non operi alcuna discriminazione nelle assunzioni e per promuovere politiche di pari opportunità.
L’attrazione di non britannici, che nel corso dei decenni ha riguardato prima i cittadini del Commonwhealth, India su tutti, e poi quelli provenienti dall’Europa e da altri paesi, ha consentito uno sviluppo economico, una rilevanza culturale e una disponibilità di capitale umano che ha pochi eguali nel mondo. Basti ricordare che quando i paesi dell’est Europeo sono entrati nella UE nel 2004, molti stati membri hanno applicato norme transitorie per limitare la libera circolazione dei loro lavoratori, mentre la Gran Bretagna ha subito consentito l’ingresso senza discriminazioni, né rallentamenti.
Questo non significa che il Regno Unito sia il migliore dei mondi possibili, o che sia scevro da contraddizioni sociali. È un paese in cui è visibile una forte impostazione classista, dove – qui parlo per mera esperienza personale – il sistema sanitario e quello della scuola pubblica avrebbero molto da imparare dai nostri. Molto dobbiamo invece imparare noi in termini di convivenza e rispetto tra culture, etnie, nazionalità diverse, e di come queste rappresentino una delle maggiori risorse che il mondo offra alle nazioni che sappiano approfittarne.
Per questa ragione la protesta dei lavoratori inglesi stupisce e un po’ disorienta. È utile tuttavia sottolineare come essa sia diretta soprattutto contro la Total, ossia l’azienda che ha subappaltato una parte dei propri lavori alla ditta italiana. Il Partito Nazionale Britannico (BNP), una specie di Lega Nord britannica, ha provato a cavalcare la protesta ma è stato allontanato dai capi sindacalisti. In questa protesta non vi è alcun accenno di xenofobia della specie diffusa in Nord Europa durante le precedenti ondate di immigrazione italiana: non è un film già visto.
È una reazione istintiva di chi sente in pericolo il proprio lavoro e la propria sicurezza economica. Una reazione che, se non disinnescata in tempo, porterebbe a mali di gran lunga maggiori dei possibili benefici di uno sciopero vittorioso. Una reazione che dovrebbe suggerire due cose alla leadership dei nostri paesi: una maggiore coesione continentale nelle risposte alla crisi economica, ed un maggiore senso di responsabilità nelle dichiarazioni pubbliche.iMille.org – Direttore Raoul Minetti




