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http://pentagras.wordpress.com/2009/02/20/tira-unaria/
Appello ai costituenti
Credo sia indispensabile avere la consapevolezza delle scelte che domani indicheranno quale via seguire tra quelle possibili nello spirito dello Statuto come indicato da Salvatore Vassallo che è stato presidente della commissione che lo ha redatto: o sciogliere l’assemblea e indire nuove elezioni aperte a tutti i sostenitori per l’elezione di un nuovo segretario nazionale e di una rinnovata assemblea nazionale o scegliere un segretario sino alla scadenza del mandato affidato a Walter Veltroni.
Unica riflessione aggiuntiva che vi propongo è questa: non sta scritto da nessuna parte che un segretario eletto dall’assemblea ai sensi dell’articolo 3 dello Statuto, debba esserlo in qualità di temporaneo reggente – ruolo non previsto dallo Statuto ma che la realtà mediatica ha trasformato in reale possibilità . Infatti dell’ipotesi di un segretario nazionale eletto domani, nessuno parla.
Il nuovo segretario se sarà eletto sarà l’uomo che guiderà il partito alle prossime elezioni europee e amministrative e sulla base dei risultati che otterrà e allo stile con cui guiderà il partito potrà con qualche probabilità essere confermato nel ruolo a cui voi lo chiamerete sabato, attraverso una elezione diretta aperta a tutti i sostenitori contestuale a quella per una rinnovata assemblea nazionale secondo i passaggi già previsti nello Statuto entro la prima metà di Ottobre.
Se si sciogliesse invece l’assemblea nazionali domani, il processo prevederebbe l’avvio di un articolato processo di selezione della nuova leadership (due fasi, una aperta agli iscritti, una ai cittadini elettori). Le candidature a segretario nazionale saranno filtrate dalla convenzione nazionale sulla base di un confronto programmatico (aperto alla partecipazione dei soli iscritti). Queste candidature dovranno essere sottoscritte da almeno il dieci per cento dei componenti dell’assemblea nazionale uscente o da un numero di iscritti compreso tra millecinquecento e duemila, distribuiti in non meno di cinque regioni. Il processo è materialmente inaccessibile a qualunque outsider in tempi così brevi – più brevi di quelli che condussero alle elezione della costituente di Ottobre 2007 e senza l’entusiasmo dal basso che allora circondava la nascita di un partito democratico. Se così sarà il segretario sarà ancora scelto dall’attuale direzione, dalle sue emanazioni a livello locale, con una tanto teatrale quanto finta resa dei conti giocata tutta a Roma, la solita spartizione dei ruoli, qualche uscita e come vuole tradizione pochissima democrazia. Quasi certamente sarà uno dei membri dell’attuale direzione.
Davvero non rimane che scegliere domani un nuovo segretario. Ma che sia il vostro segretario, non il loro segretario. Che sia un segretario nel pieno dei sui potere capace di incarnare la cultura politca alla base del progetto del partito democratico e non sia solo reggente pro tempore. I momenti di crisi sono le sole opportunità per il cambiamento. Qualcuno si farà avanti, dirà quello che sentite, sentirete di potervi fidare: sceglietelo.
Purchè non sia espressione dell’attuale dirigenza, ma anzi in aperto contrasto con essa. Se così sarà il popolo delle primarie di cui siete rappresentanti, si riprenderà democraticamente il proprio partito. L’attuale assemblea nazionale è ormai l’unico organo democraticamente eletto di un partito democratico. Anche a rischio di spaccare irrimediabilmente un partito già dilaniato e il rischio auspicato di perdere pezzi di inutile nomenklatura, domani provate a riprendervi il vostro partito.
Credo che chi ha votato partito democratico non aspetti altro che questo. Una volto nuovo, una speranza nuova. La corrispondenza tra il sogno di un partito democratico e il fatto di un partito dove contano davvero i cittadini elettori. La corrispondenza tra lo slogan di un partito a vocazione maggioritaria (indispendabile per il semplice fatto che il referendum elettorale indetto per la primaverà cancellerà ogni velleità basata sul concetto di coalizione e alleanze verso il centro come verso la sinistra) e il fatto di un partito mai costretto a inseguire gli altri su posizioni particolaristiche distanti dal sentire comune. La corrispondenza tra la dichiarata convergenza delle culture cattolica e riformista e il fatto di un punto di vista di sintesi sul valore della vita nel rispetto della libertà individuale. E tante altre cose: niente di inacessibile, tutto alla portata di uomini di buon senso con i piedi su questa terra.
Una guida nuova può guidare il partito sino alla scadenza del mandato affidato a Walter Veltroni.Può affrontare ribaltando le aspettative più disfattiste le previsioni di debacle – altrimenti inevitabili- ai decisivi passaggi elettorali delle elezioni europee e delle elezioni amministrative. Può avviare il percorso verso la convenzione nazionale per definire senza incertezze le posizioni di questo partito sul piano dei valori e della cultura politica profondamente compromesse dal lavoro al ribasso che ha caratterizzato la prima fase di questa nuova esperienza. Questo conta, prima ancora che le proposte programmatiche per fronteggiare la crisi dell’economia e della sicurezza. Il modo di fare politica, quello che veramente ci deve distinguere, e non ci ha distinto, dai nostri avversari.
Qualcuno si farà avanti, dirà quello che sentite, sentirete di potervi fidare. Noi non possiamo che fidarci di voi: sceglietelo. Riprendiamoci il nostro partito. Si, si può. Fatelo sabato.
Ettore Navone
***
La settimana, non solo quella, è stata scombussolata dalle dimissioni di Walter Veltroni. Con un gesto assolutamente inusuale per la politica italiana, si è fatto da parte. Assumendosi anche responsabilità non sue e traendone conclusioni di un rigore esemplare, ha messo tutti gli altri di fronte alle loro, a cominciare da chi ha logorato il PD, dall’interno, sin dall’inizio. Ci ha richiamato tutti alla responsabilità verso il progetto di quel partito aperto, riformista, plurale che ha provato a farci immaginare, senza il quale non saremo mai in grado di costruire una alternativa credibile a questa destra indecente e dare una speranza all’Italia.
Il momento della verità è arrivato. Il tempo per le ipocrisie è stato consumato tutto. Veltroni con il suo gesto lo ha messo definitivamente a nudo. Ora i dirigenti che il centrosinistra ha ereditato dalla Prima Repubblica devono dire, ciascuno per suo conto, non nascosti dietro un unanimismo di facciata, se hanno davvero il coraggio e la lungimiranza per dare corpo al Partito Democratico che abbiamo raccontato agli italiani, il partito delle primarie, riformista e plurale. Oppure se preferiscono tornare indietro.
Nelle scorse settimane Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, proponendosi in alternativa a Veltroni, hanno disegnato i tratti di un classico, rispettabile, partito socialdemocratico: ancorato senza altra specificazione alla famiglia socialista europea, collegato alle tradizionali realtà sindacali ed economiche della sinistra post-comunista, che tende ad esasperare piuttosto che a ricucire intorno a ragionevoli sintesi il confronto sui temi eticamente sensibili, un partito che fa le primarie quando i “dirigenti” sono d’accordo e le evita se i “dirigenti” sono contrari. Ma un PD che si trasformi in una copia invecchiata del Pds diventa inospitale per molti democratici, e si ritorna ineluttabilmente allo schema del centro-sinistra con tanti trattini (Prc-Pds-Asinello-Ppi-Idv-ecc-ecc), come dieci anni fa, dopo la crisi del primo governo Prodi e la costituzione del governo D’Alema. Uno schema che ridarebbe a ciascuno degli antichi protagonisti il ruolo a cui anela, dieci anni dopo, con una forza elettorale e una credibilità decisamente minori.
In questo quadro, domani l’Assemblea Nazionale dovrà decidere se procedere all’elezione del nuovo segretario con un mandato breve, che duri fino ad ottobre, oppure se decretare il proprio scioglimento anticipato e convocare le primarie per la fine di aprile. Lo Statuto (art. 3, comma 2), più previdente e meno complicato di quanto si dica, consente entrambe le soluzioni.
I componenti dell’assemblea dovranno decidere se ha più senso andare alle elezioni europee con un leader, una linea, una visione definita del PD, a rischio di mettere sotto tensione o spaccare irrimediabilmente un partito già dilaniato, oppure prendere atto di una soluzione temporanea, largamente condivisa dall’attuale gruppo dirigente, che rinvia i problemi già noti da tempo e messi in evidenza, da ultimo, dalla candidatura di Pier Luigi Bersani e dalle dimissioni di Walter Veltroni. La scelta non è affatto semplice.
Ma prima ancora è venuto forse il momento di chiedersi cosa si possa fare di una classe dirigente che nel quotidiano reciproco logorio, pur di continuare a tutti i costi ad “esserci”, ha reso impossibile la realizzazione del partito nuovo e ha dissestato anche la strada per tornare indietro.
di Salvatore Vassallo
***
Ma qual è la paura legata alle prossime elezioni europee? Quella di perderle? Allora pensiamo che rimandare tutto ad ottobre ci permetterà di ottenere un risultato elettorale migliore? Su, via, non scherziamo. Daremo un segnale più forte e più in linea con le aspettative di coloro che ancora credono alla possibilità di dare vita ad un vero Partito Democratico se l’Assemblea deciderà per il suo auto-scioglimento e per la convocazione delle primarie ad aprile.