di Ivan Scalfarotto, pubblicato sull’Unità l’8 gennaio 2009.

Ma noi Democratici, chi siamo? È la domanda, largamente inespressa
e inevasa, che sembra cucire insieme tutte le inquietudini che il PD ha
vissuto negli ultimi mesi. La questione dell’identità è
ormai ineludibile perché intimamente legata alle ragioni del consenso:
saper spiegare cosa voglia dire essere democratici significa anche poter
trasmettere in modo chiaro le ragioni per sostenere il PD; la crisi che
viviamo è anche la prova della nostra incapacità di fornire una
risposta convincente alla cruciale domanda.
Il PD è stato fondato
sulla base della constatazione, forse non particolarmente tempestiva ma pur
sempre coraggiosa, dell’inadeguatezza delle grandi famiglie politiche
del XX secolo di fornire risposte alle questioni del nostro presente. I
movimenti delle persone in un mondo fattosi improvvisamente piccolo, nel
quale culture, razze e religioni sono entrate in contatto ravvicinato; la
crisi delle nazioni davanti a questioni che attengono all’intera
umanità, quali la sopravvivenza del pianeta; l’aspirazione delle
donne ad una parità vissuta nella vita reale e il progressivo
liberarsi di nuovimodi di fare famiglia; le tecnologie, che consentendo il
verificarsi di tanti nostri gesti quotidiani in tempo reale, hanno modificato
il nostro senso del tempo: tutti fenomeni davanti ai quali la politica con i
suoi occhiali novecenteschi ha fatto una fatica improba a stare al passo,
quando ci é riuscita. Il PD é stata la risposta: le forze
riformatrici che hanno accettato di rimettersi in gioco per imparare ad
interpretare il presente. O almeno questo avrebbe dovuto essere, questa era
la promessa, la scommessa interrotta dalla sconfitta elettoraledopo la quale
il partito si è rinchiuso nel suo guscio come una tartaruga
spaventata.
I gruppi dirigenti si sono rifugiati ciascuno nella propria
vecchia identità; lo sforzo di sintesi si è visto più
“a valle”, nel cesello utilizzato per stilare documenti che
accontentano tutti finendo col dire ben poco (come nella Direzione del 19
dicembre), che “a monte”, nel costruire un partito dove si dicono
cose condivise perché si è discusso nella sostanza e non
perché si è negoziato sulla forma. La fatica di essere
democratici sta tutta qui: nel nostro evitare tutte le questioni difficili
(dal PSE a Eluana, passando per la responsabilità politica dei nostri
amministratori) che è la conseguenza della sintesi che non abbiamo
ancora compiuto, delle passate appartenenze mai archiviate, del partito che
non ha ancora, appunto, una sua identità.
Ma se non siamo in grado di
dare risposte ai grandi temi di oggi, qual è il nostro oggetto sociale
e perché mai gli elettori dovrebbero alla fine votare per noi? Il
viaggio del PD, così presto interrotto, deve ripartire oggi stesso.
Perché mai come nell’Italia di oggi c’è stato
più bisogno di un partito come quello che insieme ci eravamo
immaginato.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





io, come molti altri che hanno dato fiducia al Pd alle primarie e alle elezioni, ogni giorno sono in viaggio insieme alla società che cambia, faticosamente immerso.
Mi sembra che per il Partito (la classe dirigente)la strada debba essere facile, gestibile e conservata : illusi.
Sono demodè e non se ne rendono conto.
Ma hanno in ostaggio la parte sinistra della strada.
io, come molti altri che hanno dato fiducia al Pd alle primarie e alle elezioni, ogni giorno sono in viaggio insieme alla società che cambia, faticosamente immerso.
Mi sembra che per il Partito (la classe dirigente)la strada debba essere facile, gestibile e conservata : illusi.
Sono demodè e non se ne rendono conto.
Ma hanno in ostaggio la parte sinistra della strada.
Accidenti, che vecchiume. Il futuro del riformismo italiano sarebbero dunque i partiti identitari ottocenteschi, legati ad una concezione della politica come appartenenza di classe o di idea. Niente di piu’ lontano dai grandi partiti riformisti occidentali, quindi, per loro natura interclassisti e nei quali convivono portatori di idee e di ideologie diverse e differenziate.
Questi sono i contemporanei di Silvio Pellico. Muffa e polvere.