di Lucio Scarpa
Venezia è una città preoccupata.
Preoccupata a partire dai cittadini, come il movimento dei 40xVenezia i cui duemila aderenti si interrogano su come invertire il declino cittadino, fino al Sindaco Cacciari che, ai microfoni di “Ambiente Italia”, il 5 dicembre ha dichiarato “Il Mose, ormai, va fatto quanto prima, ma non basta: occorrono finanziamenti per Venezia, per le sue chiese, i palazzi, i monumenti, lo scavo dei canali, i restauri delle abitazioni private, altrimenti, avremo il Mose e Venezia andrà a fondo lo stesso”.
In questi giorni di maree eccezionali, paradossalmente, il problema percepito, a tutti i livelli, non è l’acqua alta in sé ma le conseguenze sulla città che derivano dallo sforzo economico in corso per la costruzione del Mose. Il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli ha annunciato per il 2009 lo stanziamento di 800 milioni, portando così a 2,7 miliardi di euro i fondi investiti per la realizzazione del Mose su un costo complessivo di 4,3 miliardi.
Il pensiero del Governo è che tutti gli investimenti vadano concentrati sulle grandi opere, e queste, da sole, basteranno a rilanciare l’economia e a revitalizzare i territori in cui nasceranno. L’attenzione per il contesto in cui queste opere si devono collocare è nullo; poco importa che si costruiscano ponti dove non ci sono strade o si erigano dighe a difesa di città in dissolvimento.
La domanda a cui rispondere è come la città arriverà al completamento dei lavori; cosa comporterà la sottrazione di risorse alla manutenzione, ordinaria e straordinaria, fisica e socio-economica, della città. Quella manutenzione che è diritto per legge dal 1973, quando la Legge Speciale ha riconosciuto che Venezia è un patrimonio universale, e che la sua sopravvivenza dipende da adeguati e costanti interventi sul tessuto urbano.
Per decenni la città ha utilizzato in maniera oculata i contributi per affrontare la eccezionalità dei costi di opere indispensabili, come rialzare le strade lungo i percorsi maggiormente frequentati, scavare i canali e risanarne rive e fondamenta, restaurare e mettere a norma edifici pubblici e scuole. Tutte queste opere hanno portato un indibbio miglioramento della situazione in città.
Oggi non è più così, l’ultima riunione del Comitatone nel 2007, aveva stanziato 28 milioni di euro per il Comune a fronte di una richiesta superiore ai 70; la prossima settimana il rischio concreto è che vengano ridotti a quattro. Quattro milioni contro un fabbisogno che sfiora i cento.
In questo modo, a lavori ultimati nel 2015, il Mose otterrebbe l’effetto di proteggere dalle acque alte una città in ginocchio, con i monumenti storici, le abitazioni, gli spazi urbani degradati per mancanza di quegli interventi necessari che non saranno più possibili, una città completamente svuotata di residenti in età attiva.
I sessantamila veneziani che resistono in città non possono salvare da soli una città così complessa e delicata; e non è ammissibile che il Comune debba mettere in vendita il proprio patrimonio immobiliare per coprire i costi di ordinaria amministrazione; è necessario che lo Stato ritorni ad investire – investire sì, e non spendere – sulla conservazione di una città “di preminente interesse nazionale”, ricordando che la città attrae, da sola, oltre 20 milioni di turisti l’anno e che è uno dei luoghi che costituiscono l’immaginario collettivo dell’occidente. Un patrimonio da conservare per tutti gli italiani.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Anche noi parliamo del Mose di Venezia su Il faro Magazine…
http://www.ilfaromag.com/?p=1459
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