Una nuova Università per la società sostenibile

di Giancarlo Nobile

mosca.jpgViviamo in un passaggio epocale. Un mondo in rapida trasformazione. La globalizzazione economica e culturale, la crisi dell’ecosistema terrestre, nuove tecnologie come la telematica che unisce tutti gli uomini mettendoli nello stesso spazio storico. Un processo migratorio che tende ad una nuova, totale, redistribuzione dei tipi umani.
Tutto ciò implica il configurarsi di un nuovo modello di vita: una nuova cultura. E questo deve avere come risposta una profonda modifica nel modo di pensare del singolo e nell’interrelazione con gli altri e di reinterpretare la convivenza civile.
Assistiamo anche ad un profondo cambiamenti nel modo di produrre, continue innovazioni determinate dal saturarsi del ciclo di consumo imposto dal mercato economico con il contraltare di sprechi e inquinamento.


Questi cambiamento determinano sconvolgimenti a livello sociale, che lungi da assicurare promesse di liberazione e cambiamento, preannunciano nuove povertà, alienazione ed emarginazione.
I problemi e le minacce che si profilano all’orizzonte richiedono una profonda revisione delle categorie concettuali, dei paradigmi culturali e con essi una modifica degli strumenti di analisi ed un diverso approccio nella definizione dei progetti attuativi, proprio perché diverse e più complesse le variabili in campo, di difficile decifrazione secondo vecchie categorie di analisi per gli avvenimenti che oggi ci coinvolgono.

Queste semplici e sommarie constatazioni sulla situazione impongono una profonda riflessione sul ruolo degli studenti e dei docenti dell’Università.
Università che, a parte le generose esperienze portate avanti da qualche docente o gruppi di studenti di tentativi di produrre cultura e ricerca in modo nuovo misurandosi con le domande provenienti dal contesto sociale, sembra tirare diritto per la sua strada.
L’adeguamento al nuovo modello produttivo e all’innovazione tecnologica, correlato all’irrompere sulla scena di nuove figure professionali e alla trasformazione del mercato del lavoro, richiede sempre più figure professionali e di lavoratore intellettuale flessibile e pronto ad adeguarsi ai veloci mutamenti di produzione.
La mancanza di un serio riesame e un profondo dibattito sull’impostazione delle Università italiane rischia di condurre l’istituzione accademica in un binario morto, incapace di rivedere le sue stesse acquisizioni, in rapporto a referenti esterni che opportunamente si tentano di celare.
La mancata esplicazione di una precisa politica culturale, dietro la scusante della neutralità della ricerca, diventa l’ennesima occasione mancata per la ridefinizione dell’istituzione universitaria che ad ogni passo rimuove i nodi di fondo della sua esistenza e del sua auto perpetuarsi.

Ed è invece proprio qui la possibilità che l’università ha di riqualificare il proprio ruolo rinnovandosi, individuando nuovi referenti rispondenti al diffuso spaesamento che colpisce le sue componenti.
La manifesta crisi ambientale che si traduce in una crescente invivibilità delle aree urbane e una crisi dei modelli di convivenza civile, provocati dall’imperante logica della mercificazione di ogni ambito vitale, sollecitano l’urgenza di una revisione dei criteri di fondo che hanno contrassegnato il nostro modello socioeconomico.
E’ necessaria una mobilitazione delle intelligenze per affrontare un cambiamento oramai ineluttabile, nel nostro modo di produrre, consumare, abitare il pianeta. E’ un nuovo modo di pensare che si impone. E’ la rielaborazione di una nuova cultura che si profila. E’ questa la costruzione della società sostenibile all’ambiente e all’uomo che ne fa intimamente parte.
Certo ci troviamo disabituati a pensare in termini diversi da quelli della cultura dominante. Basta osservare la difficoltà di trovare nuove parole per definire il nuovo che si approssima con estrema velocità, così abbiamo ancora la parola sviluppo, parola che è stata ed è la definizione appropriata per definire un modello antinaturalistico, che ora viene utilizzata aggettivata con le parole come eco o sostenibile per definire il nuovo.
Sempre più assistiamo all’emergere di domande che difficilmente trovano risposta in chi è preposto a darle. Sono bisogni, quelli che riguardano l’ambiente ma anche la salute, i tempi di vita, il lavoro, che non trovano udienza finché ci si ostina ad applicare gli stessi parametri culturali del passato come quello di sviluppo infinito delle risorse produttive, di logiche lineari e riduzionistiche.

Confrontarsi con questo tipo di domande, intrecciare relazioni con i soggetti sociali che le esprimono, questo potrebbe essere l’obiettivo che l’Università dovrebbe porsi per perseguire la qualificazione dello studio.
Come pensare, ad esempio, a progetti di riqualificazione urbana che contemplino nelle premesse una diversa concezione della vita socioeconomica e questo non vuol dire semplicemente cambiare l’oggetto dello studio o della ricerca universitaria.
Assumere come prioritario lo studio sul campo, essere disposti a mettere in discussione dati e certezze nel prosieguo della ricerca è cosa ben diversa dell’assumere la parola scritta, il libro di testo, il corso da anni uguale come centrale nella didattica universitaria.
Vuol dire assumere un’idea diametralmente opposta di intellettuale, di ricercatore: da una parte l’intellettuale aperto alle inquietudini, alle mutevolezze del reale, conscio del suo ruolo parziale, lo mette in campo per permettere attraverso il dialogo e il dibattito, non per acquisizione di verità, ma di approssimazioni capaci di intraprendere percorsi coscienti di ricerca e progetto dall’altra lo scrutatore di verità esterne disposto a farne partecipi altri discepoli attraverso il suo insindacabile insegnamento.
Privilegiare la ricerca e lo studio territoriale implica un diverso rapporto studente-docente, ma anche una riedificazione dell’identità dell’intellettuale. stretto nell’opposizione tra ‘utile’ funzionario della produzione e ‘inutile’ erudito, ritroverebbe nella contestualizzazione territoriale un nuovo ruolo critico.

Non si tratta di una metodologia localistica di piccolo cabotaggio, ma di un tentativo di grande valenza innovativa: esprimere un sapere legato alla concretezza delle contraddizioni, alla immediatezza del bisogni per rompere l’immobilità di un sapere più fine a se stesso astrattamente impermeabile alle modificazioni temporali e sociali.
I livelli di realizzazione di questa proposta possono essere svariati: da quello minimo e saltuario di un piccolo gruppo di studenti che concorda con un docente una ricerca riconosciuta come parte integrante dell’insegnamento, a livelli più impegnativi: attivare gruppi di studio formati da studenti seguiti da uno o più docenti; realizzare gruppi transdisciplinari, veri e propri osservatori universitari, con il concorso di diverse competenze disciplinari, laddove, quindi, singole attività potrebbero avere ricadute in varie discipline.
La transdisciplinarietà diviene la formazione cardine del nuovo intellettuale pronto ad assorbire, analizzare, progettare nell’ambito delle veloci mutazioni che stanno cambiando il mondo.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Giancarlo Nobile

    LE RADICI LAICHE DELL’UNIONE EUROPEA

    di Giancarlo Nobile
    csde@libero.it

    Fu molto forte il dibattito, almeno in Italia, durante la stesura del testo della Costituzione dell’Unione Europea, sulle radici cristiane che dovevano essere richiamate con forza nel testo, ma è così? L’Unione Europea che, con difficoltà unisce i popoli europei in vincoli legislativi strettissimi, molti hanno anche una comune moneta, e reso impensabile una guerra come è stato per secoli per questo territorio, tutto questo ha dunque come radice un religione ed il cristianesimo in particolare?

    Come sempre occorre vedere al di là delle apparenze e vedere in profondità i fatti che ci sono innanzi, prima di tutto occorre fare una distinzione tra Europa un continente abitato da millenni e da vari popoli ed ha elaborato una cultura e una civiltà molto forte e l’Unione Europea l’aggregazione di questi popoli che da cinquant’anni, dopo il grande macello del conflitto mondiale, si sono associati tramite un patto giuridico vincolante per la cooperazione, collaborazione e sostegno comune. Quindi L’Unione Europea ha radici nello jus e nella lex espressioni del pensiero laico.

    L’Europa in quanto aggregazione di popoli ha espresso nei secoli sue alte espressioni culturali, ma come tutte le aggregazioni umane la sua costruzione ha radici intrecciate, l’uomo è immerso in un flusso continuo di informazioni che elabora per vivere con migliori risultati e ciò avviene per i singoli, ma anche per i popoli e l’Europa, per la sua posizione centrale tra l’Asia e l’Africa, per il suo mare interno facilmente navigabile, ha assorbito influssi culturali da tantissime esperienze. E’ un processo sincretico che ha comportato, nel suo amalgamarsi le radici dell’Europa.

    Il cristianesimo è una delle tante influenze culturali che hanno formato il climax europeo, cristianesimo che è a sua volta una costruzione sincretica di miti preesistenti nell’area mediterranea e mesopotamica – basta ricordare un classico come il discorso della montagna nei vangeli che non è altro che una preghiera babilonese di mille anni prima dei fatti narrati, chi conosce i caratteri cuneiformi può andare a British Museum nella sezione Babilonese e leggere la tavoletta di creta – e l’incontro con il logos greco, in particolare con la filosofia platonica.

    Invece per l’Unione Europea, possiamo affermare che le sue radici sono fermamente laiche. Ma che cosa è la laicità? Essa è un concetto poliedrico. Normalmente questa figura si presenta come polemica contro il dogmatismo e le prese di posizioni dogmatiche. In realtà il laico è l’uomo che ha bisogno di sentire il parere di tutti perché è incerto sulla propria visione delle cose. E’ un uomo che socraticamente sa di non sapere.

    Questo è dunque un uomo che si mette in discussione in modo dinamico e mette in discussione il proprio mondo. La mentalità laica fa emergere l’io, la propria soggettività e la correla a quella degli altri in definitiva con la società: soggettività e società i due parametri della democrazia, la laicità è la coscienza che ‘nessun uomo è un isola’ che tutti siamo legati a tutti gli altri, in quel gioco meraviglioso che è l‘esistenza.

    Ma da dove nasce questa interpretazione dell’esistenza. Le sue radici sono nella Grecia classica con la sua rivoluzione del pensiero che chiamiamo filosofia. I duecento anni della rivoluzione culturale greca che cambiò il mondo umano, si può riassumere nel vedere sempre aldilà dell’apparente, cercare il logos in pratica la verità che genera il tutto. E’ questo un inebriante viaggio alla ricerca della verità che riempie e rafforza l’io ma che non giungerà mai alla fine. Max Weber dirà: chi viaggia verso la verità morirà sazio ma non stanco della vita.

    Il periodo classico racchiuso nel binomio greco-romano fu essenzialmente laico. L’Impero Romano accettava tutte le religioni ma tutte dovevano rispettare le leggi che governavano lo stato. Si dice che gli ebrei e i cristiani si ribellarono ai romani poiché questi volevano imporre il culto dell’Imperatore; nulla di più falso. I romani volevano solo mettere una statua o un busto dell’imperatore dinnanzi ai templi per ribadire che la legge di Roma era defensor religio non per imporre una fede.

    La laicità classica riluce in un atto imperale a cui i cristiani hanno dato molta importanza travisandolo è il cosiddetto Editto di Costantino. L’Editto è da attribuire a Licinio governatore della Bitinia ma fu fatto proprio da Costantino quando giunse al potere assoluto ed è conosciuto col suo nome.

    Nell’Editto tra l’altro è scritto: ‘…di accordare ai cristiani e a tutti gli altri la libera facoltà di seguire la religione prescelta…e di non negare assolutamente a nessuno la facoltà di dedicare la sua mente al culto cristiano o a quella religione che senta più conforme a sé.

    L’Editto pur riferendosi anzitutto ai cristiani, ribadiva e chiariva che anche a tutti gli è concessa la stessa facoltà di praticare liberamente il proprio culto ‘…perché non si ritenga che noi abbiamo recato menomazione a un qualsiasi culto o a una qualsiasi religione…’ esemplare esempio di laicità classica.

    La crisi sociale, politica ed essenzialmente economica dell’Impero portò al prorompere dell’irrazionale, un chiudersi nel mytos, una fuga verso la metafisica, all’affermarsi delle religioni misteriche ( Mitra, Iside, Sette proto cristiane, adoratori del dio Sole – tra cui Costantino) , Religioni che mettono in diretta correlazione il divino con la vita dell’uomo (il dio che si fa uomo, che muore e risorge). E’ un modello protettivo che si forma, la vera vita non è quella che si vive ma quella che si vivrà dopo la morte è una fuga precipitosa dalla realtà. La soggettività è rivolta verso il mistero ultramondano.

    Tra queste religioni emergerà il cristianesimo che cannibalizzerà, con un processo sincretico, le altre religioni. E una volta giunto al potere tramite i Lapsi, i faccendieri dell’Impero Romano, che erano il tratto di unione tra le classi di comando e il popolo, distruggerà con la violenza le altre forme di culto.

    Nasce con il cristianesimo il dogmatismo. Un solo dio, un solo pensiero, una solo società. Il tutto guidato da una verità già data e immutabile e la ricerca del pensiero dovrò essere solo quella di far collimare la realtà con quella verità.

    La laicità veniva declinando e il mytos cambiava il suo senso, per la religione pagana il mito suppliva il difetto di conoscenza, immaginando figure invece di dare pseudo interpretazioni e ciò che si imponevano erano in generale i rituali, cioè le celebrazioni pubbliche che indicavano partecipazione alla vita pubblica. I cristiani, in genere tutte le religioni misteriche, trasformarono il mito in verità, la verità in dogma e il dogma in un obbligo formale e sostanziale imposto a tutti con la forza del potere.

    Tutto ciò fu ribadito violentemente dagli Editti dell’Imperatore Teodosio quello del 391 tra l’altro ordinava che vi è una sola religione chi non si adegua perderà i diritti civili, è altresì ordinata la spoliazione e distruzione dei templi delle altre credenza, l’8 novembre 392 con nuovo Editto viene inasprita la repressione sancendo la pena di morte a chi non si fa cristiano.

    La laicità classica diventerà come un fiume carsico che si immerge per riaffiorare ogni tanto per affermarsi definitivamente con l’Unione Europea ma questo lo vedremo in seguito intanto alla fine dell’Impero Romano nasce il concetto dell’intolleranza che dominerà ed insanguinerà per secoli l’Europa.

    Vi era una sola verità e occorreva uniformare tutto ad essa. Paradossalmente fu il massimo pensatore cristiano del medio evo che ruppe questo schema Tommaso d’Aquino (1225-1274) egli volendo trovare un accordo tra fede cristiana e la physis aristotelica divise il mondo divino ed il mondo umano, mondi che hanno così vita autonoma.

    Il Dottore Angelico come venne chiamato dalla chiesa pose la distinzione tra teologia naturale e teologia rivelata, la prima proviene dall’attività della ragione e dall’esperienza sensibile; la seconda dalla fede, dalla grazia divina e dalle sacre scritture.

    Ma questa divisione duale della teologia comporterà che quella naturale divenisse scienza/epistemologia – in seguito anche tecnologia – e da ciò sorgono una serie di scissioni come quella tra dio e il mondo, tra conoscenza e realtà e soprattutto tra fede e ragione .

    Questo è in definitiva il rompere l’antica rassicurante utopia di un solo dio, di una sola fede, un solo pensiero, di un solo re, una sola società. Era la fine del pensiero unico e nasceva il Relativismo etico e culturale che avrebbe forgiato e dato sostanza in seguito alla democrazia europea.

    Questa scissione sarà ben espressa dal borghese Dante nella Commedia, la realtà umana risplende nell’inferno, sentiamo a noi vicini la pochezza degli ignavi, sentiamo come nostra parte essenziale l’amore di Paolo e Francesca o la tensione alla ricerca d’Ulisse o ancora l’odio del conte Ugolino e il drammatico rammarico di Pier delle Vigne inversamente è lo stesso Dante che mette al di là dell’uomo lo splendore incomprensibile e difficilmente descrivibile del mondo divino che ha vita in se e per se.

    Siamo nel periodo dell’affermazione della borghesia cha ha bisogno della libertà e della cultura per commerciare. La chiesa combatterà con la scomunica la borghesia nascente. Ma la strada era aperta ed essa porterà allo splendore del Rinascimento che riscopre il libero pensiero del mondo classico.

    La reazione sarò terribile con il tribunale dell’Inquisizione con i suoi roghi, la sua strage di donne accusate di stregoneria. Sotto queste spinte il cristianesimo si frantumava nascevano nuovo interpretazioni dottrinali e strutturali con il protestantesimo. Ma lo scontro fu feroce con feroci stragi come quella della notte di San Bartolomeo a Parigi del 1572 ove i cattolici trucidarono migliaia di protestanti ugonotti.

    Comunque la borghesia, la scoperta di nuovi territori con altre culture e civiltà, nuove tecnologie come la stampa, che amplierà la scolarizzazione faranno emergere ancoro di più il concetto di laicità. Emergono figure come Giordano Bruno che sarà ammazzato su un rogo dalla chiesa cattolica il 14 febbraio 1600. Dopo otto anni di torture salì sul rogo per le sue teorie sulla soggettività come parte della società, sugli infiniti mondi in cielo e sulla terra e dunque non vi era nessuna centralità siamo tutti un centro e non vi sono differenza dunque tra gli uomini. Ma il suo crimine principale per il cardinale Bellarmino era quella di proclamare la libertà di pensiero.

    Erano questi i tempi della Rivoluzione Astronomica con l’eliocentrismo di Copernico e Galileo e le leggi gravitazionali di Keplero, tutto questo poneva l’uomo non più in una assoluta centralità ma una dei tanti frammenti dell’universo.

    I tempi erano cambiati come nell’Olanda che aveva beneficiato, diventando sempre più ricca, della diaspora degli Ebrei che era stati cacciati nel 1492 dalla Spagna della Cattolicissima Isabella di Castiglia nel 1585 nel trattato dell’Unione d’Utrecht all’art.13 è scritto ‘..ogni uomo deve restare libero nelle proprie scelte e non deve essere mai molestato o interrogato circa il suo culto divino’. E’ un totale capovolgimento dell’Editto di Teodosio.

    In questa Olanda risplenderà la figura di Baruch Spinoza che nella sua Etica scrive l’uomo pensa cioè non vi è un pensiero unico ma ognuno pensa, ha la sua lettura della realtà e l’unica concordanza è la comune umanitas e l’appartenere alla natura – deus, sive natura – con le sue ineludibili leggi.

    Il secolo del trionfo della laicità è stato il settecento con gli illuministi Voltaire Diderot, come il criticismo di Kant e gli empiristi inglesi Looke, Mill, Hume. Il fiume carsico del pensiero laico della classicità greco-romana stava per esplodere e questa esplosione fu la Rivoluzione Francese.

    La Rivoluzione Francese 14 luglio 1789 –la grande rivoluzione dell’io iscritto nella società – ruppe tutti gli schemi, la soggettività umana non era più rivolta verso la metafisica ultramondana ma verso la società, la mediazione tre i cittadini non era la fede indimostrabile e granitica, non era la chiesa col suo rigido clero, ma la legge’astratta e generale’. Le conquiste furono la democrazia liberale, l’uguaglianza, la separazione tra stato e religioni, parità dei sessi, l’habemus corpus, secolarismo, cosmopolitismo.

    La reazione non si fece attendere il romanticismo col suo nazionalismo e la ricerca metafisica dello spirito del mondo e della storia fece regredire la libertà. Nell’ottocento nasceva l’uomo che avrebbe dato un colpo definitivo alla metafisica Charles Darwin che con la sua Rivoluzione Biologica poneva l’uomo nell’alveo del processi naturali, egli aveva stabilità due leggi che scardinavano ogni finalismo ed ogni trascendenza, la natura evolve in base al caso e alla necessità, le due forze che plasmano tutto l’esistente.

    Ormai la laicità aveva un suo peso nella società, la forza delle Rivoluzioni Concettuali aveva dato vita al movimento Liberale e Socialista due interpretazioni dei bisogni umani che dovranno incontrarsi. Ma da essi nasceranno anche forme irrazionali – il vecchio vizio degli uomini – come il Liberismo ed il Comunismo.

    L’ultimo parossismo del romanticismo fu quello del ‘900 con il nazismo, il fascismo e i comunismo realizzato. Tutte e tre ideologie pregne del pensiero di Hegel che fa perno sull’idea di un incessante sviluppo dialettico e sul presupposto dell’identità tra reale e razionale. Lo storicismo dialettico si mutua in un determinismo economico e sociale astratto. Così i totalitarismi storici a sfondo umanistico, quelli di Stalin, Hitler, Franco, Mussolini sono eventi romantici: non sono eventi della ragione, sono eventi del sentimento. Sono mossi dalla fede, fanno leva sulla mozione degli affetti, sulla partecipazione emotiva, su quanto meno razionale vi è in circolazione.

    In definitiva è l’escatologia cristiana che si situa sulla terra e non su un piano ultramondano mantenendo lo stesso schema composto da inizio palingenetico/rivoluzione (redenzione tramite cristo) sviluppo (salvezza) società migliore (paradiso). La storia cristiana ha un senso come queste filosofie.

    Tutto ciò produrrà milioni di morti in guerra, lo scientifico e tecnologico massacro di ebrei, zingari e di tutti i diversi, come i milioni di morti nei Gulag di Stalin e tutto ciò mise in luce che solo la laicità poteva portare l’uomo alla pace, alla concordia, al progresso riemergevano le parole di Piero Gobetti (1901-1925) ‘La storia è creata dagli individui. Perciò l’individuo non deve perdersi in un sogno di fantastica trascendenza, di quietistica contemplazione, ma deve prendere coscienza della propria responsabilità’

    Nell’Europa in preda alla violenza nazifascista un italiano Carlo Rosselli (1899-1937) inserisce il pensiero laico classico nel processo politico è la via è iscritta nel suo libro capolavoro ‘Socialismo Liberale’ ove il fine è il socialismo il metodo è quello del liberalismo un metodo che ha la democrazia e l’autogoverno dei cittadini come sua prassi.

    In questo spirito di uomini che durante la guerra, relegati nell’isola di Ventotene, guidati da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi scrissero il Manifesto di Ventotene per l’Europa Libera ed Unita.

    Essi scrivono come premessa:

    La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita.

    Ed è questo spirito laico che ha permesso la costruzione della nuova Europa libera e pacificata faro per tutti i popoli del mondo.

    Le radici dell’Unione Europea sono laiche, ed è questa laicità che dobbiamo ribadire e difendere, oggi che venti contrari si alzano dalla stessa Europa e da tutti il mondo. Se vogliamo costruire un futuro di pace, se vogliamo affrontare i grandi temi che minacciano il futuro come i problemi ambientali, l’esplosione demografica, il processo migratorio, la povertà della maggioranza della popolazione del pianeta abbiamo bisogno di più Europa e di più laicità.

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