La politica in vinile

di Giacomo Cariello

Nel 1941, quando entrò in vigore la legge italiana sul diritto d’autore nella sua forma originale, l’unico modo per ascoltare la musica era la radio o il grammofono e per vedere un film si andava al cinema. In quel contesto, il fenomeno della pirateria audiovisiva era praticamente inesistente e certamente l’idea stessa di una società digitale era pura fantascienza. Da allora, la tecnologia ha fatto passi da gigante, spinta in larga misura dall’industria dell’entertainment.

Uno degli obiettivi primari del progresso è stato quello di disaccoppiare il concetto di contenuto multimediale dal suo contenitore. Se una canzone o un film possono essere espressi come un dato, un’informazione, un concetto matematico astratto, allora possono
essere trasferiti da un medium ad un altro senza perdita di qualità e da qui in avanti, le strade sono infinite. Capito questo, la distanza che separa il vinile dal cd dall’ipod è un battito di ciglia.


Quello che invece procede a passo di lumaca è la legge, che in tutte le sue modificazioni (l’ultimo ritocco risale all’anno scorso), è sempre rimasta una legge in vinile, continuando ad aggrapparsi al concetto di contenitore. Nella legge “Nuove norme di tutela del
diritto d’autore”, proposta inizialmente dal Ministro dei Beni Culturali Walter Veltroni nel 1997 e approvata definitivamente nel 2000, a 5 anni di distanza dalla pubblicazione dei primi mp3 e a un anno dalla nascita di napster, non si fa menzione di Internet o del
concetto di rete, ma si parla in compenso di telegrafi, di fotocopie e di bollini anti-contraffazione da applicare ai supporti fisici. Una chicca per intenditori: la suddetta legge aggiunge un articolo al Testo Unico di Pubblica Sicurezza, che è tuttora in vigore e che sembra un’eco del 1941:

Art. 75-bis — “Chiunque intenda esercitare, a fini di lucro, attività di produzione, di duplicazione, di riproduzione, di vendita, di noleggio o di cessione a qualsiasi titolo di nastri, dischi, videocassette, musicassette o altro supporto contenente fonogrammi o videogrammi di opere cinematografiche o audiovisive o sequenze di immagini in movimento, ovvero intenda detenere tali oggetti ai fini dello svolgimento delle attività anzidette, deve darne preventivo avviso al questore che ne rilascia ricevuta, attestando l’eseguita iscrizione in apposito registro. L’iscrizione deve essere rinnovata ogni anno.”

Per quanto il vinile abbia un suo fascino ed estimatori in giro per il mondo, la politica in vinile non ce la possiamo più permettere. I contenuti che compongono il tessuto della rete vivono astrattamente in un mondo delle idee che non è più qualificabile attraverso i contenitori tradizionali. I concetti di originale, copia, stampa, riproduzione, distribuzione sono inapplicabili, perciò il modello legislativo che li sottende annaspa nel tentativo di difendere lo status quo e con lui tutta l’industria dei contenuti, in equilibrio precario tra mille incongruenze e anacronismi.

Oggi la protezione della proprietà intellettuale a vantaggio dei grandi detentori di diritti sta creando dei mostri: la capacità di conservare un contenuto in eterno ha legittimato il concetto che anche il diritto di trarne un profitto deve diventare eterno, perciò la
durata del copyright viene continuamente estesa. L’industria musicale, specialmente a livello internazionale, utilizza il privilegio del copyright come un tassello di una macchina di produzione di miti. Il musicista di turno diventa un marchio da sfruttare in ogni modo, dalla comparizione nel film hollywoodiano, alla linea di lingerie o di profumi, al jingle per lo spot televisivo, producendo utili miliardari che poi vengono reinvestiti nella creazione di altri miti. Per funzionare, questa società del successo ha bisogno di nutrirsi dei
diritti dei cittadini, nonostante sia evidente che spesso la contropartita non è più ricollegabile alla produzione e veicolazione della cultura e del sapere, che era lo scopo originario del diritto d’autore.

La grande diffusione del file-sharing illegale, quello che le majors vorrebbero descrivere come “una mera forma di criminalità diffusa”, è in realtà una reazione incontrollata a questo profondo disequilibrio che, la storia c’insegna, non si potrà sanare ricorrendo alla
repressione. Quello che i politici in vinile non capiscono (o fanno finta di non capire) è che aumentare il livello di controllo della rete è uno sport inutile, perchè ad ogni innalzamento del livello di scontro, la rete risponderà con nuovi modi per aggirare l’ostacolo e
la conoscenza, come abbiamo visto, è in grado di evolversi molto più velocemente della legge. Lo svantaggio è che in questa lotta si danneggeranno molto più i buoni dei cattivi. Censori rassegnatevi: non c’è scampo, questo modello di rete è nato proprio per resistere a persone come voi.

Per uscire da questo empasse, dobbiamo smettere di correggere il tiro con piccoli maquillages e iniziare a capire e guidare la nuova economia che deriva da questa evoluzione della società, tenendo presente che il Governo ha il compito di difendere gli interessi della collettività prima di tutto. Quello di cui abbiamo bisogno è una legge
sul diritto d’autore che tuteli la crescita culturale dei cittadini, che deriva dalla possibilità di scambiarsi liberamente informazioni e conoscenze e di creare e rielaborare collettivamente i contenuti in modo fluido. Inoltre, abbiamo bisogno di un nuovo modello di economia dei contenuti, che redistribuisca in modo più equo i redditi, che oggi
sono prevalentemente a vantaggio di pochi grandi asso-piglia-tutto, e in cui i diritti non pendano sempre e solo da un lato della bilancia. Infine, abbiamo bisogno di una rete che favorisca la collettività e non sia strutturata solamente come cassa di risonanza dei grandi
produttori di contenuti e dei grandi network televisivi. All’epoca dell’ultimo Governo Prodi, alcuni volenterosi hanno messo per iscritto alcune proposte concrete, che all’epoca sono rimaste lettera morta, ma che varrebbe la pena di utilizzare come base per una proposta di legge.

Recentemente il Capo del Governo ha detto che vuole promuovere una regolamentazione di Internet a livello mondiale. La reazione da parte degli internauti è stata generalmente di paura e delirio: da lui, si è detto, ci si può aspettare solo nuovi bavagli. Altri hanno liquidato la cosa come una delle sue solite boutades megalomani senza seguito. Chi cavalca questa visione che “tutto va bene com’è” è la vecchia
politica che, anche a sinistra, ha arrancato dietro al futuro più che disegnarlo e che, di fronte a una realtà che non era in grado di comprendere, ha preferito non intervenire sui nodi cruciali, lasciando all’organo giudiziario l’ingiusto onere di decidere di problemi nuovi
usando strumenti vecchi, con tutte le storture che ciò comporta.

La nuova politica, invece, è fatta da chi capisce che non si può arrivare impreparati a queste sfide, che non ci si può limitare a ratificare decisioni prese altrove, che questa è un’ottima occasione per il Partito Democratico di incalzare la maggioranza e il Governo su
queste questioni con proposte concrete, invece di continuare a rincorrere chi si vanta di combattere l’immobilismo della sinistra dichiarando che Internet è una minaccia.

La settimana scorsa ho ascoltato Ivan Scalfarotto parlare di Obama, di come la politica vincente sia frutto di scelte coraggiose e della capacità di innovare. Ecco, mi piacerebbe vedere il coraggio, la competenza e la chiarezza del Partito Democratico su questi temi. La nota positiva è che bisogna recuperare un ritardo di 10 anni, quindi le occasioni di fare bene non mancano.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. Noticina: in origine il testo aveva un link relativo alle “proposte concrete” che puntava qui.

  2. lucia de faveri

    mi sembra che in quello che dici (e sono d’accordo con te in tutto) ci siano alcuni concetti che si potrebbero tranquillamente esportare in altri ambiti. ad esempio: “Chi cavalca questa visione che “tutto va bene com’è” è la vecchia politica che, anche a sinistra, ha arrancato dietro al futuro più che disegnarlo e che, di fronte a una realtà che non era in grado di comprendere, ha preferito non intervenire sui nodi cruciali”. questo vale per la Scuola, per la Giustizia, per la tanto invocata questione morale. siamo pieni di politici di vinile, obsoleti, vecchi, anacronistici in un mondo che cambia rapidamente.
    c’è bisogno di rinnovare, di aprire le finestre e cambiare l’aria. anche a me piacerebbe “vedere il coraggio, la competenza e la chiarezza del Partito Democratico su questi temi”.
    sto aspettando una voce che ascolti le nostre.
    bacio

  3. Leggo e commento con ritardo. Concordo sulle linee generali. Sulle soluzioni concrete, mi sembra che grosso modo ci siano due strade per il riconoscimento equo del diritto d’autore (non eterno, ovviamente):
    1) una moderatissima tassazione sul bit, da distribuire poi agli autori secondo qualche meccanismo statistico.
    2) un DRM interoperabile come quello proposto da Chiariglione, associato ad una legislazione che accorci il diritto d’autore e faciliti soluzioni di tipo copyleft.

    Segnalo qui una montagna di dati ed analisi sul tema

  4. andros

    Vorrei ricordare che il diritto d’autore ha ricadute molto più ampie della sola musica che ascoltate. Se conoscete LiberLiber (www. liberliber.it) allora saprete della difficoltà per avere i testi dei libri, utili a chi ha bisogno di un sintetizzatore vocale per leggerli. O dei libri “dormienti”, che non potranno essere toccati per decenni perché non si sa SE esistono eredi dei detentori dei diritti d’autore e, semplicemente, costa troppo scoprirlo. E si potrebbe andare avanti …

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