Un futuro nucleare? Solo se pubblico

di Luca Baccarini

atom.jpgQualche giorno fa stavo leggendo questo articolo su un sondaggio che indicherebbe un cambio di opinione sul nucleare: “Nucleare, gli italiani ci ripensano, la maggioranza ora è favorevole” .


Certo tra essere genericamente a favore della ripresa del nucleare ed essere d’accordo per avere una centrale sotto casa ce ne passa! Ma comunque il sondaggio mi è sembrato interessante quale indicatore dell’evoluzione dell’opinione pubblica ed anche, se vogliamo, della mia stessa opinione personale.
Diciamo che ho sempre sostenuto e continuo a sostenere le energie rinnovabili e che non sono mai stato un fanatico del nucleare. Ma mi sto progressivamente convertendo in “rassegnato realista”.

Procediamo per tappe.
Tutti i dibattiti su energia ed ambiente girano intorno a 2 concetti, ugualmente importanti:
1. “Security of supply”
2. “Climate change”

1. “Security of supply”, la sicurezza degli approvvigionamenti.
In breve, si tratta di non lasciare il completo controllo delle fonti di energia nelle mani di qualche petromonarchia o di Putin. O di avere un spettro diversificato di fonti di energia, che riduca la dipendenza da un numero ristretto di fornitori.
Il problema del prezzo delle energie – non dimentichiamoci le preoccupazioni di qualche mese fa quando il petrolio era a 150 $ – riflette in parte la tematica della “Security of supply”

2. “Climate change”
Senza entrare in dibattiti scientifici, si tratta di mettere sotto controllo e limitare le emissioni di CO2 ed altri gas a effetto serra. Quindi fondamentalmente le emissioni legate alla produzione e consumo di energia.

Il problema è quindi: come fare per permettere lo sviluppo economico dei paesi emergenti ed il rinnovamento del parco di generazione elettrico dei paesi industrializzati conciliando gli imperativi della “Security of supply” e del “Climate change”?

A mio giudizio la soluzione dell’equazione puo’ venire dall’insieme di 3 politiche e tecniche complementari:
- a/ Emission trading
- b/ CCS – Carbon Capture and Storage
- c/ Energia nucleare

A/ Emission trading nell’ambito del Protocollo di Kyoto (e del suo successore)
Il meccanismo delle “Kyoto units”, cioè dei certificati prodotti da progetti nel quadro dei CDM – Clean Development Mechanisms, permette di far apparire un prezzo globale per la tonnellata di CO2. Prova che il mercato inizia ad essere efficace, è che questo prezzo è sceso nelle ultime settimane da 20 a 15 €/t, a fronte delle attese di una recessione globale che ridurrà l’attività economica e quindi le emissioni di CO2.

Mi preme ricordare che i meccanismi CDM si applicano non solo all’eliminazione di gas precedentemente emessi, ma anche alla creazione di nuove applicazioni meno inquinanti (ad esempio fare una centrale a ciclo combinato a gas invece che a carbone) ed alle centrali rinnovabili.
Sono percio’ uno stimolo importantissimo allo sviluppo delle energie rinnovabili nei paesi emergenti, nei quali non si possono certo immaginare dei meccanismi di sovvenzione come in Europa.
E’ quindi fondamentale che si realizzi un Kyoto 2, con la partecipazione degli USA e che questo sistema si perpetui.

B/ CCS – Carbon Capture and Storage
Si fa un gran parlare ultimamente del CCS.
Il CCS è una tecnica recente che ha ancora poche applicazioni e che si articola in 3 fasi. Cattura del CO2 prodotto dalla combustione del carbone o del gas nelle centrali elettriche; trasporto per pipeline; stockaggio in cavità acquifere o in giacimenti di petrolio o gas esauriti.
La prima fase è quella piu’ complessa, onerosa ed innovativa. Il trasporto e lo stockaggio fanno invece ricorso alle tecniche utilizzate per il gas naturale.

La logica del CCS è un po’ quella di “mettere la polvere sotto il tappeto” quando si scopre di dover ricevere degli invitati e di essere in ritardo per fare delle vere pulizie.
I bisogni di elettricità nei paesi emergenti sono enormi ed il carbone è l’unica energia cosi` diffusa nella maggioranza dei paesi e continenti da non porre problemi d’ordine “Security of supply”. Si apre una centrale a carbone ogni settimana in Cina! A fronte di bisogni cosi’ massicci (e giustificati) ne’ le rinnovabili ne’ il nucleare per questione di tempo di sviluppo sono sufficienti.
Per bloccare l’aumento delle temperature del globo bisogna fare presto; sappiamo che si deve invertire la tendenza all’aumento delle emissioni nei prossimi 10 anni.
Insomma gli invitati stanno per arrivare. Non è concettualmente carino, ma è meglio “fare dei buchi” ed iniettarci dentro il CO2 mentre si cercano altri modelli di produzione, piuttosto che liberare CO2 nell’atmosfera.

Il problema è che per ora sul CCS ci sono state piu’ parole che fatti.
E’ urgente lanciare la realizzazione di progetti quanto piu` rapidamente possibile. Ed è positivo che questa urgenza sia recepita a livello europeo e che l’ipotesi attualmente in discussione a livello del Parlamento e della Commissione prevede finanziamenti pubblici di 10 miliardi di Euro per la costruzione di 12 unità pilota prima del 2015.

C/ Energia Nucleare
I tempi di sviluppo di una centrale nucleare sono enormi.
Tra concezione, approvazione e costruzione si superano allegramente i 12-15 anni. In Finlandia (primo nuovo cantiere dopo 20 anni in Europa), la costruzione è iniziata 2 anni fa ed ha già accumulato 2 anni di ritardo!
Per delle politiche ad orizzonte 2020, il nucleare non puo` fisicamente dare risposte.
Ma allo stesso tempo il nucleare è l’unica energia che risponde ai 2 imperativi della “Security of supply” (visto che le riserve di uranio si trovano anche in paesi “friendly” quali il Canada e l’Australia) ed il “Climate change”.
Non si potrà impedire alla Cina, all’India ed anche ad altri paesi di andare verso il nucleare.
Allora la domanda è: cosa dove fare l’Europa, che ha comunque bisogno di rinnovare progressivamente il proprio parco termico e nucleare?
La mia risposta – dettata dal “rassegnato realismo” al quale facevo riferimento all’inizio – è: lanciarsi in una nuova fase di sviluppo nucleare.
Le rinnovabili – di cui sono un fervente sostenitore – non sono sufficienti, ed il CCS è ancora troppo giovane per essere giudicato come un sicuro successo.
Nella strategia energetica europea deve esistere una quota di nucleare.

Pero’ a che condizioni si puo’ fare il nucleare?
Da operatore di mercato dico che il nucleare non è un metodo di produzione adatto a delle società private quotate in borsa.
La ripresa del nucleare in Europa si puo’ fare solo sotto l’egida statale.
Provo a spiegarmi.

L’economia di una centrale nucleare si compone schematicamente di 3 fasi: una fase di finanziamento e costruzione estremamente lunga ed onerosa; una fase di gestione durante la quali i redditi dipendono dai prezzi dell’energia; una fase di smantellamento i cui tempi e costi sono ad oggi assolutamente sconosciuti (non si hanno neanche ancora sufficienti esempi dello smantellamento della prima ondata di centrali nucleari).
Come puo’ una società privata – per quanto grossa – accollarsi i rischi di finanziamento a fronte di redditi futuri incerti ed a costi di smantellamento ancora piu` vaghi? L’esempio di British Energy è edificante: nata dalla privatizzazione thatcheriana del Central Electricity Generating Board, British Energy non ha resistito alla fase di bassi prezzi di inizio decennio e lo stato britannico è dovuto intervenire per salvarla dalla bancarotta nel 2002. Poi è stata di nuovo introdotta in Borsa ed ora è oggetto di acquisto da parte di EdF (società francese, si quotata in borsa, ma ancora controllata maggioritariamente dallo stato francese).

Per stimolare una ripresa del nucleare in Europa, gli stati dovrebbero attibuire vantaggi di natura diversa agli operatori privati, ed in particolare accollarsi i costi di smantellamento (secondo il famoso principio di privatizzare i profitti e socializzare le perdite!). Ed inoltre è facile immaginare che il comportamento dei diversi stati puo’ portare a differenze di trattamento a livello nazionale ed a enormi perdite di efficienza a livello continentale.

Quindi per me la soluzione risiede nella creazione di un Ente Europeo per l’Energia Nucleare.
Un ente detenuto e garantito dai vari stati dell’Unione Europea avrebbe le migliori condizioni di finanziamento possibili, la possibilità di sviluppare un parco di generazione uniforme (massimizzando gli effetti di scala) e la possibilità di assorbire gli choc sui risultati (guadagnando se i prezzi dell’elettricità saranno alti, perdendo se saranno bassi o se i i costi di costruzione e smantellamento sono mal stimati).
I vari stati porterebbero quindi i profitti e le perdite dell’operazione, ma permettendo all’Europa di acquisire una migliore situazione per quanto riguarda la “Security of supply” ed agendo significativamente sul livello delle emissioni CO2.

Ma certo una condizione “sine qua non” è l’accettazione da parte delle opinioni pubbliche europee di un ritorno al nucleare e bisognerà vedere se i sondaggi citati all’inizio sono davvero validi…

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

28 Commenti

  1. Esattamente, su quali dati basi le tue conclusioni?
    Ci sono svariati studi indipendenti che dimostrano palesemente come l’estrazione di materiale fissile contribuisca alla produzione di gas serra in quantità tali da renderlo certamente non efficace ai fini della lotta al riscaldamento globale.
    Inoltre, anche sotto il profilo economico, le attuali stime sulla disponibilità residua di materiale fissile fanno presumere che per quando avremo costruito nuove centrali, la convenienza del nucleare sulle altre fonti energetiche sarà solo un miraggio.
    Non parliamo poi della questione dello stoccaggio delle scorie, che ormai fa ridere i polli.

    Leggendo questo articolo mi sono chiesto: è una candid camera?

  2. …se è per questo un recente studio dimostra che per produrre pannelli solari si generano più gas serra (non solo CO2) di quanti il pannello solare ne farà risparmiare in tutta la sua vita operativa (se siete interessati vi posto le fonti).
    Vorrei che il cosiddetto (e tuttora indimostrato) “effetto serra” venisse messo da parte quando si discutono temi energetici, lasciando il posto a temi più importanti, quali la salute dei cittadini e – last but not least – il costo per la società.

  3. marco

    Già questa tua affermazione ti dovrebbe far riflettere

  4. marco

    scusate ho dimenticato di quotare
    “una fase di smantellamento i cui tempi e costi sono ad oggi assolutamente sconosciuti (non si hanno neanche ancora sufficienti esempi dello smantellamento della prima ondata di centrali nucleari.”

  5. Antonio

    Di quale nucleare parliamo, di grazia? Di quello classico, che C.Truffi su questo blog ha gia’ bocciato per l’eccesivo costo del combustibile? Combustibile in esaurimento, tra l’altro. Oppure del nucleare a fusione che i francesi stanno portando avanti e che nulla ha a che vedere con plutonio e uranio?

  6. Luca, questa volta non sono d’accordo con quasi nulla di quanto hai scritto, salvo la premessa nella quale individui correttamente i due corni del problema (clima e indipendenza energetica), e l’enfasi che condivido sul trading delle emissioni.

    Come la penso sul nucleare l’ho scritto a suo tempo qui.

    Sulla cattura della CO2, ritengo che sia un’idea da perseguire (sono per non lasciare nulla di intentato), ma non può essere una priorità perché (a) costa troppo (b) non è sicura (c) non è accettabile se c’è, come c’è, un vincolo di risorse, spenderne troppe per progetti costosi come la cattura di CO2 e troppi pochi per solare fotovoltaico e soprattutto tecnologie del risparmio non è buona cosa. Sopratutto, qui in Italia ENEL ed altri con il “miraggio” della cattura della CO2 stanno tentando di far passare l’idea che si può continuare con il business as usual basato su carbone e gas…

    Ciò detto, noto che tutti i commenti si concentrano sul solo aspetto del nucleare, limitandosi per di più alla valutazione binaria (sì o no). Credo invece
    1) che Luca abbia ragione a dire che, se proprio nucleare dovesse essere – e io non credo – solo di nucleare pubblico in modo trasparente dovrebbe trattarsi.
    2) che dovremmo porre maggiore attenzione alle sirene che puntano su gas e carbone con la “scusa” del CCS – come detto discordo assai con Luca su questo punto
    3) che, pure fossimo negazionisti climatici come Luca Gambetti, dovremmo augurarci un solido meccanismo di emission trading, assieme a diverse forme di carbon tax e, in generale, una disegno politico consapevole a livello europeo e mondiale per l’efficienza e le rinnovabili. Che si può ottenere anche via intelligenti meccanismi di mercato.

  7. Come Corrado non sono d’accordo con parte dell’analisi.

    Diciamo però che se le premesse fossero giuste (e ribadisco non credo lo siano) il tuo ragionamento sul nucleare fila liscio e mi trova d’accordo. Se nucleare deve essere, non può essere altrimenti che in qualche forma pubblico in quanto nessun privato è in gradi di assumersi gli enormi rischi d’impresa (che sono anche rischi catastrofici) e questo come insegnano gli economisti può solo indurre moral hazard. Ed è quello che vorremmo evitare davvero in un settore cosi delicato.

    Per Luca Gambetti che nei commenti parla dell’ “indimostrato effetto serra”. Pensavo fosse rimasto solo qualche fondamentalista teocon a negarlo. Ma tant’è.
    Poi sul carbon footprint del ciclo di vita di un pannello al silicio, è si superiore a quello -ad esempio- dell’eolico, ma ancora ben inferiore al nucleare (fatto con u238). Gli studi dicono che il nucleare fatto con uranio low-grade hanno emissioni di CO2 paragonabili a quelle di una centrale turbogas (ovviamente parliamo di emissioni distribuite sul ciclo di vita della centrale e delle sue fonti) questi almeno sono i dati che ho io. Se tu ne hai altri, pls manda citazioni che qui interessano.

  8. il precedente commento è mio. non so perchè sto blog mi ha automaticamente immesso il nome di corrado al posto del mio.
    PS per i webmaster. continuo ad avere problemi con la gestione dei commenti. è solo un problema mio?

  9. Antonio

    @Corrado: sull’indimostrato effetto serra. Faccio notare che non si usa gia’ piu’ il termine global warming, ma stiamo tutti a parlare di climate change. Se non erro, gli ultimi dati dicono che rispetto all’anno scorso abbiamo avuto una diminuzione di 0.1 gradi.

  10. ANTONIO il commento a firma corrado era mio. per qualche ragione mi si è firmato come quello del post precedente. Scuse a tutti e soprattutto a Corrado.

  11. @Matteo: figurati. La gestione dei commenti con typepad è un vero disastro…

    @Antonio (e Luca Gambetti). La questione del climate change (e global warming) è ancora relativamente controversa, ma la grande maggioranza degli scienziati è dell’idea che ci sia. Non sono un climatologo, ma tendo a fidarmi di siti scientifici come http://www.realclimate.org (in italiano qualcosa si trova su http://www.climalteranti.it ). In Italia i “negazionisti” sono più numerosi che altrove, ma ho il sospetto che questo sia il segno di una arretratezza culturale e di piccineria economica (la polemica sul 20-20-20 del governo Berlusconi la dice lunga in proposito).

    Il punto, però, è che c’è sicuramente un problema di footprint, ossia di eccesso di consumo delle risorse disponibili sul pianeta. E che per affrontarlo occorre consumare di meno, e meglio, soprattutto l’energia. l’Emission trading è uno dei modi, piuttosto efficace, di affrontare il duplice problema: riduco le emissioni di Co2 e, assieme, i consumi energetici. Per il banale motivo che per ridurre le prime devo fare efficienza o usare le rinnovabili.

  12. Antonio

    Corrado, mi meraviglio di lei. Dare dell’arretrato culturale a chi espone dei dubbi sul globale warming, pardon oggi climate change mi lascia senz parole.

    Sul resto concordo con lei.

  13. @Corrado Truffi; per parlare di riscaldamento globale è necessario che la terra si riscaldi, e visto che tutte le misurazioni disponibili eccetto una (quella del GISS) dimostrano che la temperatura del pianeta è sostanzialmente stabile (+0.16 °C, dati UAH MSU Ottobre 2008; +0.18 °C, dati RSS MSU Ottobre 2008; lo stesso GISS riporta +0.58 °C, contro le previsioni di 1,5 °C di qualche tempo fa) continuo ad ostinarmi nel credere che il riscaldamento globale non esista. Del resto lo stesso termine è stato furbescamente variato nel più generico “climate change”, scanso equivoci. Mi dispiace proprio tanto che il riscaldamento globale sia diventato un tema di fede invece che un tema scientifico….Se qualcuno ha voglia di smentirmi lo faccia dati alla mano, per favore.

  14. @Luca Gambetti: Premesso che fare previsioni sul futuro, specialmente in ambito metereologico, è una vana illusione, e che gli scienziati che controllano il meccanismo del “consenso” hanno una lunga storia di cazzate sul clima (vedi ad es. la famosa bufala dell’inverno nucleare che imperversava negli anni ’80), l’Italia, come molti altri paesi, si è impegnata sul fronte della riduzione delle emissioni di gas serra. Possiamo affermare che abbiamo fatto male ad impegnarci, oppure no.
    Possiamo affermare che i metodi di misurazione di quanto ci stiamo impegnando sono una buffonata, oppure no.
    L’unica cosa che mi pare difficile affermare è che l’aspetto della riduzione dei gas serra possa essere ragionevolmente stralciato da una qualsiasi discussione sulla produzione energetica.

    Allo stadio attuale qualsiasi set di dati climatici e proiezioni che sostengono una teoria potranno essere ragionevolmente contrastati da un set di dati e proiezioni che di mostrano l’esatto opposto. Se c’è un settore in cui andrebbero investiti più soldi è la raccolta e l’analisi dei dati. Ciò detto, il fatto che ci siano segni evidenti di un’accelerazione dello scioglimento dei ghiacci perenni in varie parti del mondo mi pare una questione ormai attinente alla cronaca, più che alla dissertazione scientifica.

  15. Ciao Giacomo,
    0) d’accordo con l’incapacità (attuale) della scienza di fare previsioni sensate sul clima a lungo termine. Ti ricordo il “buco nell’ozono”, arrivato in questi giorni ad un nuovo massimo storico nonostante una drastica riduzione dei CFC.
    1) d’accordo con la necessità di investire sulla raccolta e l’analisi dei dati. Oltre il 70 % delle stazioni meteo statunitensi non raggiungono gli standard minimi di affidabilità. Enormi zone del pianeta sono scoperte.
    2) per quanto riguarda i ghiacci perenni in realtà la massa di ghiaccio sul pianeta è costante o in lieve aumento; risulta in diminuzione nell’emisfero boreale ed aumento nell’emisfero australe. I ghiacci al polo Nord sono in rapida espansione, come non avveniva da cinque anni a questa parte (cfr. http://www.ijis.iarc.uaf.edu/seaice/extent/AMSRE_Sea_Ice_Extent.png)
    3) modelli di segno contrario a quello IPCC ce ne sono parecchi, ma hanno un’eco sui media enormemente inferiore

    Ciò premesso… perché credi che stralciare l’aspetto “gas serra” dalla discussione sui temi energetici sia sbagliato ? Mi sembra che concentrandosi sull’indipendenza energetica, sulla salute delle persone e sull’economicità di esercizio e dimenticando eventuali improbabili apocalissi future il dibattito possa diventare più concreto ed interessante…

  16. @Corrado Truffi;
    1) http://ucsdnews.ucsd.edu/newsrel/science/10-08GreenhouseGas.asp
    Questo è una news dell’UCSanDiego che riporta come il processo di fabbricazione dei pannelli solari rilasci gas 17.000 volte più efficaci della CO2 nel generare effetto serra.
    2) Registro l’accusa di arretratezza culturale e piccineria economica. Personalmente preferisco chi sostiene un dibattito basandosi su dati concreti e non sugli insulti e sul sentito dire.
    @Antonio:
    rispetto al picco registrato nel 1998 la temperatura attuale è inferiore di 0.6 gradi (UAH MSU) 0,27 gradi (GISSTEMP) 0,68 gradi (RSS MSU). Non è calata soltanto di un decimo di grado… Notare come dal 1998 ad oggi la CO2 in atmosfera sia aumentata linearmente.

  17. Antonio

    @Luca
    non capisco. Mi puoi spiegare le implicazioni della crescita lineare della CO2 nell’atmosfera? Scusami, ma non sono cosi’ ferrato nel campo.

  18. Ciao Antonio,
    se ci fosse – come ipotizza IPCC – una correlazione positiva tra la concentrazione di CO2 in atmosfera e la temperatura media del pianeta dovremmo assistere ad un incremento delle temperature in linea con l’incremento della CO2. Invece dal 1998 la CO2 è cresciuta linearmente, mentre la temperatura è rimasta sostanzialmente costante. Questo porta molti (più di quanti si creda) a ritenere che il driver principale della temperatura sia da cercarsi altrove. Tieni anche presente che il contributo umano al flusso di CO2 entrante in atmosfera è solo del 4%.

  19. @Luca: l’articolo che hai citato sul NF3, a parte l’intrinseco valore scientifico, dimostra ancora una volta una questione politica a mio avviso centrale (anche per iMille): c’è un divario troppo grande tra l’evoluzione delle scoperte scientifiche e il policymaking che ne consegue.

    Probabilmente, adesso che è stata gettata un po’ di luce sulla situazione dell’NF3, si potrà correre ai ripari attraverso una modifica dei cicli produttivi.

    Il motivo per cui sostengo che l’argomento “climate change” allo stato attuale non può essere stralciato riguarda il fatto che la decisione di considerare l’aspetto “climate change” importante ha già determinato radicali modificazioni della nostra civilità a livello economico, politico, legislativo, sociale, etc. Per cambiare rotta sarebbe necessario cambiare un’impostazione del policymaking che sta “a monte” di qualsiasi altro discorso, energetici compresi.

  20. @ Luca: l’accusa di piccineria economica e arretratezza culturale era rivolta alla politica governativa che a mio avviso se ne infischia dei legittimi dubbi sul climate change, quali quelli che tu e altri sostenete, ma solo li usa per evitare di affrontare gli altri problemi, quelli sui quali tutti mi sembra qui concordiamo completamente: secondo le tue stesse parole “indipendenza energetica, salute delle persone ed economicità di esercizio”. Scusa se non sono stato chiaro.

    Segnalo, sulla faccenda della correlazione diretta che sarebbe necessaria a dimostrare il legame Co2-temperatura, il dibattito a partire da questo post.
    I dubbi sul cambiamento climatico li ho pure io, solo che propendo, come minimo, ad usare il principio di precauzione.

  21. Antonio

    Opinione rispettabile la tua, Corrado. Faccio pero’ notare che legare la (sacrosanta) diminuizione dei consumi ad un volano non provato e’ un azzardo non da poco. Ergo, se si palesa che non c’e’ nessuno global warming nonostante l’aumento della CO2, il global warming va a picco, portando a fondo con se’ la diminuzione dei consumi energetici.

  22. @Corrado & Antonio,
    scusatemi se uso un esempio personale. Pur essendo fortemente convinto dell’insussistenza dell’ipotesi global warming ho una casa riscaldata da un impianto solare, che fornisce acqua calda alla lavatrice (progettata apposta) ed alla lavastoviglie. Le lampade sono a risparmio energetico. L’auto (una sola) è a GPL. Gli elettrodomestici sono in classe A+. Ho dispositivi per eliminare gli standby di ogni apparecchiatura elettronica. Ho fatto tutto questo per un bieco interesse economico (ho tagliato i consumi del 30%) e non perché nel 2050 qualcuno mi dice che la temperatura media del pianeta potrebbe essere più alta di 1.5 °C……

  23. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    Infatti, Luca. Concordo con te. Secondo me l’idea della riduzione del consumi passerebbe molto piu’ facile se la si legasse fortemente al bieco denaro.

  24. Ancora due pensieri. Uno è per il “principio di prudenza”. Dieci anni fa credevamo che l’uso del telefono cellulare causasse il glioma. Oggi – milioni di telefonini dopo – sappiamo che non è vero. Cosa avremmo dovuto fare secondo il principio di prudenza ? E casomai il principio di prudenza dovrebbe portarci a diffidare di stazioni meteo il cui errore medio (in oltre il 50 % dei casi) supera i 2 °C.
    Il secondo pensiero è per l’idea secondo la quale se la temperatura media del pianeta sale il global warming è confermato, se non sale sarà per qualche strano motivo ma senza la CO2 la temperatura sarebbe diminuita quindi il global warming è confermato lo stesso. Con buona pace del rigore scientifico. Se andate al Natural History Museum di Londra troverete una targa con le previsioni di dieci anni fa sul Global Warming. Confrontate le previsioni con i dati attuali e… rabbrividite, perché la realtà è molto più fredda di quanto si pensasse all’epoca.

  25. Filippo Zuliani Filippo Zuliani

    Per curiosita’, come viene misurata la temperatura su scala planetaria per le verifiche del global warming? Qualcuno sa darmi un link?

  26. Luca Gambetti

    Ciao Filippo,
    parti da qui
    http://junkscience.com/MSU_Temps/Warming_Look.html
    trovi tutti i link verso i principali enti che monitorano la temperatura al pianeta. In genere i dati sono messi a disposizione su FTP in formato grezzo. Un concetto fondamentale da tener presente è la cosiddetta anomalia, ovvero la differenza di temperatura tra la data odierna ed un periodo di riferimento fissato arbitrariamente. Ogni ente calcola l’anomalia a modo suo.

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