Se nessuno ascolta gli studenti

di Marco Simoni (dall’Unità di oggi)

Da quando il governo ha ridotto l’ammontare dei tagli all’università e rafforzato il potere dei professori ordinari le proteste dei rettori sono finite. Ora va tutto bene. Pochi minuti dopo l’annuncio della nuova disciplina dei concorsi, che prevede l’estrazione a sorte delle commissioni, sono cominciate le telefonate tra i baroni per organizzare al meglio lo svolgimento delle carriere universitarie. Nel frattempo, circondati dal più insopportabile dei paternalismi permissivi, una parte non irrilevante degli studenti continua la cosiddetta mobilitazione. Tuttavia, nessuno prende sul serio gli studenti, nessuno discute di quel che dicono. In una società che relega le generazioni più giovani alla precarietà esistenziale, agli studenti non viene neanche concessa la dignità del dissenso. Il messaggio è chiaro: marciate pure, fate bene a giocare ai rivoluzionari, finalmente un bel segno di vitalità, bravi! Sappiate però che qualsiasi cosa scriviate o diciate non sarà mai presa sul serio, siete giovani non persone. Due giorni fa una assemblea nazionale di studenti riunita a Roma ha prodotto tre documenti scritti.


E’ ingiusto valutare un movimento solo sulla base della qualità delle proposte, un movimento smuove le opinioni, non legifera. Tuttavia, prendere sul serio le persone significa anche dire agli studenti che per parlare di università bisogna cercare di scrivere in un italiano leggibile. Il linguaggio usato è lontano anni luce dalla sintesi comunicativa tipica della modernità e ricorda in maniera anacronistica l’affabulazione movimentista degli anni settanta. Ecco un estratto: “Dall’assemblea si é prodotto quindi un dibattito complesso, espressione dell’esigenza dei differenti nodi di affrontare una discussione progettuale sull’autoriforma della didattica che dovesse tenere conto dell’articolazione di un confronto assembleare dal quale potessero risaltare la volontà di avviare un processo costituente e non di arrivare ad una definizione finale ed univoca delle pratiche che nell’attraversamento quotidiano delle facoltá e degli atenei giá aprono spazi di riappropriazione e decisione”. Soprattutto non si può, come fa il seguito del documento, criticare contemporaneamente la “meritocrazia” e il “rapporto gerarchico e verticale nella trasmissione del sapere”: bisogna scegliere. Se non è il merito, altri parametri serviranno a selezionare docenti che una volta dietro la cattedra faranno un uso ottuso dell’autorità per imporre le loro povere nozioni. Al contrario, chi deve alla dedizione alla ricerca il proprio ruolo nell’università farà dello scambio orizzontale di idee il metodo naturale di insegnamento oltre che la fonte principale della comprensione delle cose, non tollerando tuttavia alcuna pigrizia o superficialità.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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1 Commento

  1. Andrea Ballabeni

    Bravo Marco

    condivido quello che hai scritto

    Andrea

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