di Corrado Truffi
Non è che per caso, con il recente drammatico evolversi della crisi economica, davvero l’obiettivo europeo del 20-20-20 sia superato o, perlomeno, sia diventato un obiettivo un po’ “strabico”? Non è che per caso la crisi economica ed energetica richieda un diverso approccio alle politiche ambientali? Non è che il famoso protocollo di Kyoto, oltre a dover essere rivisto per “decorrenza dei termini”, non debba magari essere radicalmente modificato?
Queste ed altre domande aleggiano e veleggiano non tanto nella destra nostrana, che si limita a chiedere dilazioni per le imprese e a non voler pagare il conto, quanto fra gli ambientalisti e, in particolare, fra chi si occupa di energia più che di clima, di esaurimento delle risorse e di footprint più che di aumento delle temperature.
A conferma, il dibattito innescato in questo blog a seguito dell’ultimo post di Luca Baccarini ha virato rapidamente, dal tema principale del nucleare, a quello del costante litigio fra teorici del cambiamento climatico e negazionisti.
E questo litigio non è pura accademia, ma porta con se la diversa valutazione sulle politiche ambientali ed energetiche opportune e, in particolare, sul 20-20-20 europeo.
Analizziamo allora questo trio di azioni:
* 20% di risparmio energetico: significa agire dal lato dell’efficienza dei sistemi di produzione e di consumo. I punti di attacco sono molteplici, e tutti gli esperti dicono che sarebbe possibile in linea teorica risparmiare anche il 30% di quanto oggi consumiamo, a parità di output prodotto e consumato. Si tratta di investire in particolare in quattro settori particolarmente promettenti allo scopo, perché oggi mostruosamente inefficienti: la rete di distribuzione elettrica con le sue perdite, il settore dei motori industriali, il settore del trasporto, il settore dell’edilizia abitativa (con riferimento anche e sopratutto al già costruito). Si noti che si tratta di investimenti di sicuro ritorno anche per i privati, perché aumentare l’efficienza significa consumare meno energia, quindi risparmiare denaro. Gli unici a rimetterci sono i produttori di energia. Insomma, nessuno può mettere in discussione seriamente la correttezza di questo “20″. Anzi, qualcuno potrebbe osservare che in Italia, dove la tendenza allo spreco è massima, ad esempio per l’uso dissennato del trasporto su gomma, una inversione di tendenza seria potrebbe perfino superare quel pur ambizioso obiettivo.
* 20% di copertura del fabbisogno energetico tramite energie rinnovabili: significa lavorare per avvicinarsi all’indipendenza energetica, diversificare le fonti e quindi ridurre i rischi, sviluppare nuove tecnologie e nuove filiere produttive e, quindi, creare nuovi posti di lavoro “verdi”: il green new deal di Obama. Anche qui, è difficile mettere in dubbio la razionalità dell’obiettivo. La sua implementazione però implica non solo costi di investimento, ma scelte su quali priorità assegnare alle diverse tecnologie e alle diverse modalità di sviluppo. Ad esempio, vi sono fondate critiche sulla convenienza complessiva, in termini di EROEI, della tecnologia fotovoltaica tradizionale, ancora troppo poco efficiente. E, in ogni caso, la materia prima necessaria a produrre i pannelli non è così infinitamente disponibile, qualora ne ipotizzassimo una diffusione davvero significativa. Altri criteri di scelta che possono anche tradursi in trade off in caso di scarsezza di risorse sono quelli fra tecnologie distribuite e di piccola scala (il piccolo pannello solare casalingo, la pompa di calore geotermica a bassa entalpia, l’eolico “da giardino”) e grandi impianti ad alta tecnologia pensati per sfruttare economie di scala, ma più rischiosi, ad esempio perché richiedono una rete di trasporto efficiente (le torri solari a concentrazione, i grandi parchi eolici off-shore, la geotermia di terza generazione in profondità). Insomma, le concrete politiche di incentivo o di intervento diretto pubblico, necessarie per lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili non sono affatto scontate, ma sono certamente auspicabili.
* 20% di riduzione delle emissioni di Co2: significa che tutti i processi produttivi o di consumo devono produrre meno emissioni, ovvero che queste emissioni debbono essere compensate con pari assorbimento (volgarmente e con enorme semplificazione, “piantare alberi”) o, ancora, che la Co2 emessa venga catturata e stoccata in modo sicuro. E qui arrivano i problemi. Prima di tutto perché evidentemente, se non si crede che ci sia il riscaldamento globale, ne consegue che sprecare soldi e sforzi per ridurre le emissioni di gas serra non ha alcun senso. Ma anche e forse soprattutto perché, anche se si crede alla realtà del cambiamento climatico, l’obiettivo della riduzione delle emissioni è in qualche modo un obiettivo di secondo livello e, quindi, spesso difficilmente perseguibile e misurabile.
Più chiaramente: per ridurre le emissioni devo (a) consumare o produrre di meno, per generare meno emissioni, oppure (b) migliorare l’efficienza dei processi produttivi per ottenere lo stesso output con meno input energetico e quindi meno emissioni di Co2, o ancora (c) produrre e consumare usando energie rinnovabili, che non producono Co2 o, infine (d) nascondere la Co2 con costose tecniche CCS che inevitabilmente riducono l’efficienza dei processi di produzione. Nei casi (a) e (b) non sto facendo altro che perseguire il primo “20″, nel caso (c) sto perseguendo il secondo “20″. Nel caso (d) sto sprecando parte dell’energia prodotta per nascondere il problema sotto il tappeto. Insomma, il risparmio e lo sviluppo delle rinnovabili includono completamente ed implicitamente, se presi sul serio, anche la riduzione delle emissioni. Con il vantaggio che sono obiettivi ben motivati e difficilmente attaccabili, mentre l’obiettivo Co2 richiede l’accettazione del paradigma, ancora in discussione, della realtà del cambiamento climatico.
Ora, allo stato attuale delle cose, tale paradigma è ampiamente maggioritario, non solo fra gli scienziati del clima ma anche nel senso comune. Però, il senso comune e il consenso politico, come ben sappiamo, può cambiare abbastanza rapidamente, come insegna ad esempio l’attuale crescita del consenso al nucleare in Italia. E quindi, a meno che nel futuro prossimo la certezza scientifica sul cambiamento climatico, o l’evidenza empirica, facciano passi da gigante, basare le politiche ambientali sulla riduzione delle emissioni (che tanto si può ottenere lo stesso anche attraverso gli altri “20″) può essere per lo meno rischioso.
Le politiche ambientali europee sono dunque, almeno parzialmente, sbagliate? Kyoto non ha più senso? Come ha osservato Luca Baccarini raccontandoci con precisione l’emission trading, è vero che quel meccanismo funziona anche in modo virtuoso: dato che pago per le emissioni che faccio, ho convenienza a rendere più efficienti i miei processi o a usare fonti rinnovabili che non emettono. Da questo punto di vista, poco importa la realtà del cambiamento climatico: l’importante è che il vincolo (e lo spauracchio) funzioni.
Però mi chiedo: non sarebbe saggio spostare progressivamente il meccanismo del trading ambientale da un cap and trade misurato solo sulla Co2 ad uno che misurasse direttamente i risultati di efficienza o le dosi di rinnovabili?. Il meccanismo di incentivi e costi resterebbe in piedi, con i vantaggi ben descritti da Luca Baccarini, ma avrebbe il vantaggio di un più diretto legame con gli obiettivi comunque più importanti e diretti: il risparmio e l’uso di rinnovabili.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Scusa dov’è che “Luca Baccarini racconta con precisione l’emission trading” non lo trovo…
Mi sembra un po’ forte dare del “negazionista” agli scettici sul cambiamento climatico anche se lo usi una sola volta apparentemente senza far caso alle implicazioni della parola
Nella pubblicazione del post sono saltati i link. Spero fra un po’ li ripristinino.
Quanto al termine “negazionista”, è quello usato dai sostenitori del global warming, e quindi mi sembrava appropriato per rendere i termini del “litigio”. Ad esempio Stefano Caserini lo usa nel suo libro “A qualcuno piace caldo”.
Dall’insieme di quanto dico, mi pare evidente che non condivido questa enfasi negativa e, infatti, altrove ho parlato di “scettici”. Come spero sia chiaro, non ho opinioni definitive sul tema del clima, ma ne ho sulla necessità del risparmio energetico e della rivoluzione delle rinnovabili.
Sul tema segnalo quest’articolo: http://www.nytimes.com/2008/11/25/world/25climate.html?_r=1&hp
Sul tema segnalo quest’articolo: http://www.nytimes.com/2008/11/25/world/25climate.html?_r=1&hp
Sul tema segnalo quest’articolo: http://www.nytimes.com/2008/11/25/world/25climate.html?_r=1&hp
Anche se sono un “noto” negazionista (o forse proprio per questo) sono d’accordo con Corrado quando auspica che siano l’efficienza energetica ed il risparmio a fungere da misura del rinnovamento energetico, al posto delle emissioni di CO2.
P.S. Ovviamente i termini “negazionista” e “scettico” sono ambedue profondamente scorretti. La scienza non è fede e le teorie, anche se maggioritarie, devono essere sottoposte a review e rivalidate costantemente alla luce di nuove evidenze. Il cosiddetto “global warming” non deve e non può fare eccezione.
*le teorie, anche se maggioritarie, devono essere sottoposte a review e rivalidate costantemente alla luce di nuove evidenze.*
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ma perchè mai da queste parti usate un italiano così sciatto e imbastardito?
L’italiano sciatto ed imbastardito è solo mio, non è colpa de iMille. Mi dispiace, avrei dovuto utilizzare l’italiano “riesame” al posto di “review”, ma “review” è entrato nell’uso comune (come “tennis” al posto di “pallacorda”, ad es.). Ed inoltre detesto il termine riesame. Essendo su un blog ho preferito utilizzare il termine “rivalidare” al posto di “sottoporre nuovamente a validazione”.
Fatte le mie scuse…. rysto riti, hai qualcosa da aggiungere al dibattito o passavi soltanto “da queste parti ?”
L’italiano sciatto ed imbastardito è solo mio, non è colpa de iMille. Mi dispiace, avrei dovuto utilizzare l’italiano “riesame” al posto di “review”, ma “review” è entrato nell’uso comune (come “tennis” al posto di “pallacorda”, ad es.). Ed inoltre detesto il termine riesame. Essendo su un blog ho preferito utilizzare il termine “rivalidare” al posto di “sottoporre nuovamente a validazione”.
Fatte le mie scuse…. rysto riti, hai qualcosa da aggiungere al dibattito o passavi soltanto “da queste parti ?”
Corrado,
Capisco il tuo punto di vista e l’idea (espressa alla fine del tuo intervento) di “spostare progressivamente il meccanismo del trading ambientale da un cap and trade misurato solo sulla Co2 ad uno che misurasse direttamente i risultati di efficienza o le dosi di rinnovabili”.
Personalmente, resto convinto che il sistema dell’ European Emission Trading Scheme sia adatto ed efficiente.
Si tratta di vedere la tonnellata di CO2 quale “Metro di misura” dell’insieme delle politiche energetiche ed ambientali. L’impresa siderurgica che fa un intervento per migliorare l’ efficienza del suo ciclo produttivo, risparmia energia e risparmia quote CO2 che puo’ rivendere sul mercato.
Il produttore d’elettricità che sostituisce una centrale tradizionale con un impianto ad energia rinnovabile, partecipa allo sviluppo del rinnovabile e risparmia quote CO2 che puo’ rivendere sul mercato.
Un mercato ampio, liquido, trasparente e con un orizzonte temporale esteso (da qui il bisogno di definire gli obiettivi 2020 per l’ETS) è il migliore stimolo alla realizzazione di investimenti.
E’ per questo che io esprimo dubbi sulla moltiplicazione di schemi nazionali tipo certificati Bianchi e Verdi, che possono provocare effetti cacofonici!
Un punto che mi sembra anche molto importante (che tu citi quando parli del 20% rinnovabile) è quello del trade off tra favorire tecnologie di piccola scala o grandi impianti.
Evidentemente io non sono contro lo “spontaneismo cittadino” delle tecnologie domestiche. Ma sono convinto che la soluzione ‒ tanto a livello di indipendenza energetica che di azione climatica ‒ passi per lo sviluppo di grandi impianti. Ed è per questo nel mio precedente intervento avevo messo l’accento su CCS e Nucleare.
Ma in una logica di grandi impianti, anche le rinnovabili hanno il loro spazio. A questo proposito concluderei con una nota positiva, invitandovi a leggere il rapporto della Commissione Europea “EU energy security and solidarity action plan: 2nd strategic energy review” http://ec.europa.eu/energy/strategies/2008/doc/2008_11_ser2/strategic_energy_review_memo.pdf che ‒ tra gli investimenti in infrastrutture considerati prioritari ‒ identifica:
•”Completion of a Mediterranean energy ring, linking Europe with the Southern Mediterranean through electricity and gas interconnections to improve energy security and to help develop the vast solar and wind energy potential”;
•”Development of a blueprint for a North Sea offshore grid, interconnecting national electricity grids and plugging in planned offshore wind projects”
Saro’ forse troppo ottimista, ma io giudico economicamente e finanziariamente possibile sviluppare grandi parchi offshore nel Mar del Nord ed anche geopoliticamente sensato per l’UE operare al fine di sviluppare l’import di elettricità di origine geotermale dall’Islanda o solare dal Sahara!