Di Marco Simoni, oggi su l’Unità.

Con quale credibilità magnifici rettori e presidi di facoltà protestano contro i tagli del governo? Dopo aver eletto, rapidamente e con una maggioranza schiacciante, Luigi Frati come proprio rettore, con quale onestà intellettuale i presidi della Sapienza sostengono che è il centrodestra ad uccidere l’università, addirittura convocando gli studenti per mobilitarli contro il governo come è accaduto ieri nella facoltà di Ingegneria? Mi sono laureato in Scienze Politiche all’università di Roma nel 2000, la mia storia è talmente tipica della mia generazione da risultare banale. In qualche misura, posso testimoniare direttamente di quanto fossero efficaci i corsi di base a cui ero stato esposto. Tra mille inevitabili difetti, la mia preparazione non invidiava nulla a quella dei miei colleghi che venivano da Stanford o Oxford e che seguivano il mio stesso corso di dottorato a Londra. Questa consapevolezza, tuttavia, non fa che acuire il senso di sorda rabbia che prova, come me, ogni accademico italiano all’estero davanti alla decadenza che, nella sostanziale indifferenza sociale, colpisce l’università del nostro paese. Fuori dai confini e nelle aule universitarie siamo centinaia e centinaia, non credo esista una statistica precisa, chi dovrebbe stilarla?
Siamo protagonisti, collettivamente, di una delle più serie ed ignorate tragedie nazionali. Noi ne siamo i protagonisti fortunati. La gran parte di accademici italiani all’estero che io conosco sono contenti della propria vita e del proprio lavoro. Oggi con i voli a basso costo e Internet, per chi come me viene da Roma, lavorare a Londra o Palermo è circa la stessa cosa. Si parte, sapendo tuttavia che l’opzione del ritorno non esiste. Sapendo che il patrimonio di cultura che abbiamo ereditato dalla società che ci ha fatto crescere, gli anni di scuola e di licei dall’eccellenza inimmaginabile in altri paesi, saranno ora a disposizione di un’altra società. Tutto sarebbe diverso se fossimo capaci anche di attrarre studiosi, oltre che di lasciar partire i nostri: saremmo solo parte di un mondo più largo. Invece non viene nessuno in Italia, e la crisi dell’università diventa fatalmente una delle cause più profonde e importanti della ormai lunga e pronunciata crisi economica, sociale, culturale, del nostro paese. Un meritorio libro che Roberto Perotti ha scritto per Einaudi, “L’università truccata”, racconta tutti i dettagli di questa storia. La sostanza è che gli accademici italiani hanno governato l’università con le regole del peggior feudalesimo meridionale. Esistono eccezioni, naturalmente, esistono isole felici. Ma chi oggi in Italia continua a fare ricerca, con uno stipendio bassissimo, in condizioni di forzato asservimento culturale nei confronti del proprio barone, un atteggiamento nei confronti della ricerca che rappresenta il più esteso accordo bipartisan della storia d’Italia, è da considerarsi un eroe. Gli studenti, strumentalizzati in questi giorni da baroni di ogni colore politico, saranno ancora una volta coloro che pagheranno il prezzo più alto dei tagli del governo, come accade sistematicamente in Italia da ormai quasi vent’anni: meno risorse e minori opportunità per i più giovani. Ma bisogna anche aver presente, superando l’ignavia bipartisan della classe politica, che questa scure non arriva a colpire un’organizzazione sana, per quanto migliorabile, ma una struttura impermeabile ad ogni riforma profonda, un luogo che ha perso il rispetto e la stima non tanto dei colleghi di altri paesi, ma dei cittadini che all’università non vanno, che fanno fatica a capire a cosa serva alla società mantenere in cattedra persone con zero pubblicazioni, che non scrivono nulla di significativo, che gestiscono l’università come fosse cosa loro e non un patrimonio di tutti. Roberto Perotti ha ricordato che Frati è il terzo rettore di seguito ad avere figli nello stesso ateneo. Mentre era preside della facoltà di Medicina, un incarico che ha conservato per 17 anni come se ne fosse, appunto, il padrone, suo figlio è stato chiamato in cattedra nella stessa istituzione. Anche sua moglie, già professoressa di lettere al liceo, ha una cattedra da ordinaria di storia della medicina nella stessa facoltà. Che cosa insegna questa università, il suo corpo docente, ai suoi studenti? Il governo di centrodestra con ogni sua politica punta ad allargare le spaccature della società italiana perchè su queste spaccature costruisce il suo consenso, come dimostrano i sondaggi e gli ultimi dieci anni di politica italiana. Non possiamo certo aspettarci un sostengo alla formazione pubblica, che per sua natura ricuce le spaccature, e rende una società più coesa. Bisogna ricordare tuttavia, e magari su questa consapevolezza costruire una politica di cambiamento, che l’università è stata già umiliata ripetutamente proprio da coloro che avevano il dovere di proteggerne e tutelarne la reputazione, la autorevolezza e la dignità.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Daje! Daje! De più! De più!
Bellissimo articolo.
Il grande problema non è in sé la “fuga dei cervelli”.
Il problema è che nessuno viene da noi.
La ricerca vive da tempo in una grande osmosi: le menti girano, le idee circolano, le università delle varie nazioni ricevono e cedono di continuo, i ricercatori vanno e vengono.
Solo che da noi non viene nessuno. Per fortuna che c’è internet, altrimenti saremmo già fuori dal mondo. Noi produciamo da almeno 10 anni un eccesso di talenti indesiderati. In un’epoca di risorse scarse, la priorità va ai “figli di”, agli amici e alleati, alle logiche relazionali. E’ un sistema ferreo, che conosce solo parziali attenuazioni in alcune aree disciplinari, le più estranee al potere accademico.
Chi mai dovrebbe venire in Italia, quando i talenti sono indesiderati, se poi i posti e le cattedre invariabilmente spettano tutte o quasi tutte ai soliti noti?
Nessuno aspira a fare dottorati di ricerca in Italia. Siamo tagliati fuori. Nelle università europee si trovano quasi ovunque comunità composite, italiani, cinesi, americani, tedeschi, e così via. Che senso avrebbe spostarsi per fare dottorati che spesso sono in realtà del tutto privi di ricerca di livello tollerabile, e che consistono casomai di attività di segreteria al capobastone?
Ci sarebbe poi molto da ridire su una certa parte del cosiddetto “precariato” della ricerca, in buona misura composto da tirapiedi e portaborse che docilmente stanno in coda e accettano ogni sorta di mansione, pur di aspirare un giorno a uno strapuntino, ciascuno “quando sarà il suo turno”.
5 o 6 0 10 anni di diligenti leccamenti, sbobinamenti, appunti, di stesura di articoli firmati da chi casomai neppure ci ha messo mano, o magari di libri o saggi poi firmati dal capobastone. Mugugnando, tirando la cinghia, senza però fiatare, senza denunciare, senza dire no, senza dissociarsi nel miraggio di fare un giorno un dottorato o magari una specializzazione in un reparto. Condannati poi al vassallaggio intellettuale e morale, alla gratitudine perenne verso il benevolo protettore, a dovere un giorno ripetere ancora, per sempre, lo stesso ritornello, una volta ottenuta l’eventuale sistemazione. Una sistematica selezione avversa, un’iniziazione che mirabilmente allontana i meritevoli e trattiene chi è funzionale alla perpetuazione della morta gora.
A meno che non succeda di essere moglie o figlio di. In quel caso le cose accadono piuttosto in fretta. I concorsi spuntano fuori come funghi, una meraviglia della sorte. Se ti capita di essere moglie di Frati o figlio di Berlinguer, stai sicuro che intorno ai 30 anni sei ordinario. Un’università che elegge Frati rettore andrebbe commissariata moralmente. E’ un sistema involutivo ormai da molti anni.
Ho quindi prima di tutto un po’ di pena per quei ragazzi che, con idee vaghe, con linguaggio consunto, si trovano di fatto ad allearsi, a prestare un volto presentabile, a quei pescicani che gli hanno spolpato l’anima.
http://il_cacciavite.ilcannocchiale.it
Un ottimo articolo, lucido e essenziale. Al rigurado volevo segnalarti che sul circolo Obama si sta provando ad articolare una discussione sul sistema educativo italiano: http://pdobama.ning.com/forum/topic/show?id=2003916%3ATopic%3A81429&page=1&commentId=2003916%3AComment%3A93041&x=1#2003916Comment93041
Quando il Prof Simoni si svincola dal giogo del “commento pseudo-analitico a contratto” e si lascia andare a liberi sfoghi prosaici riesce anche a scrivere qualcosa di convolgente anche se, come al solito, un po’ troppo moraleggianti in finale. Oggi riusciamo a leggere qualche nome nella denuncia del Simoni, ce ne rallegriamo. Chi sa’ se un domani prossimo riusciremo anche a leggere qualcosa di piu’ “appuntito”, come ad esempio un analisi del ruolo che la la nostra ( la mia !!!) sinistra storica e recente ha avuto nel naufragio del sistema universitario italiano ovvero “come e chi”, su questo lato del fiume, ha contribuito ad edificare un sistema feudale e baronale camuffandolo pero’ da “libero comune”.
La ricerca, questa sconosciuta. Quello che ferisce è che la maggior parte viene ignorata. NON C’è SOLAMENTE L’UNIVERSITà!
in questi giorni, grazie alla norma che punta alla impossibilità di avere contratti a tempo determinato per più di tre anni negli ultimi 5 con una amministrazione pubblica, molti ricercatori (e non solo loro) non sanno se avranno ancora un lavoro prossimamente.
Chi è coinvolto?
Circa 2500 ricercatori precari che lavorano negli IRCCS (istituti di ricovero e cura a carattere scientifico), i ricercatori precari dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità), dell’ISPRA(Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e così via.
Alcuni link:
http://www.precariirccs.org/
http://precariispra.blogspot.com/
Esempio di conseguenze dei tagli:
http://www.sanitanews.it/quotidiano/intarticolo.php?id=1705&sendid=433
INcapacità dell’Italia di attirare ricercatori:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/10/paese-esilia-giovani-talenti-distrugge-futuro.shtml?uuid=a3d3f7bc-9f78-11dd-98a2-3923c44dbd58&DocRulesView=Libero&fromSearch
Devo dire che rimango molto colpito di non leggere nulla a riguardo su questo sito. è vero che quantitativamente parliamo di poche persone, pero si rischia ormai di bloccare funzionalità di base del sistema paese. So benissimo che ci sono sprechi, però mi sembra che qui in alcuni casi si butterà il bambino e ci si terrà l’acqua sporca.
Solo per far corregere una svista di Francesco, quando parla di “mettere a fattor comune i nostri contributi”. Il termine giusto e’ “mettere a fattor comune i vostri contributi”, dato che nel suo intervento di contributi non se ne vedono. Semmai qualche condizionale e molta spocchia populistica. Magari poi passa.
intanto mi scuso per la riproposizione tripla del post precedente…
caro antonio,
il contributo di ciascun cittadino non è detto viva nei post del blog e davvero spero di riuscire a darne uno. spocchia populista io? forse non c’è bisogno di tanta aggressività. comunque ok, ci rifletto. ma per favore, rifletti anche tu su quello che ho scritto.
cari millini,
forse per errore è desaparecido il mio post (daccordo, poco utile) tra quello di andros e quello di antonio.