Sulla rotta del Titanic

currentcovereu.jpgdi Marco Simoni, portavoce dei Mille
(su l’Unità, 1 ottobre 2008)

Come ogni attività umana collettiva, il mercato è un fenomeno profondamente politico. Lo svolgimento della crisi finanziaria che, a partire dalla singola famiglia americana troppo indebitata, sta ormai contagiando le borse europee e asiatiche, ce lo mostra chiaramente. La crisi ha raggiunto l’apice nel momento peggiore: a un mese dalle elezioni americane, con i dibattiti presidenziali in corso, e la corrente amministrazione nella tipica situazione di «anatra zoppa».

A gennaio George W. Bush non sarà più presidente e dunque, come è noto, la sua capacità di leadership e la sua influenza politica sono già fortemente ridotte. Ieri Bush si è appellato al senso di responsabilità del Congresso, sostenendo che le conseguenze sull’economia americna saranno “dolorose e durature” se la camera dei rappresentanti continuasse a non approvare la manovra di emergenza proposta dalla amministrazione e sostanzialmente appoggiata anche dai due candidati presidenti.

La misura, dal valore complessivo di 700 miliardi di dollari (490
miliardi di euro, il doppio del prodotto interno lordo del Belgio)
viene considerata da tutti gli analisti come necessaria, anche se non
risolutiva, ed è congegnata per sgravare gli istituti finanziari dalla
massa enorme di crediti dal dubbio valore in loro possesso. Il fine
principale è quello di consentire un recupero di fiducia reciproca tra
le banche che al momento sono paralizzate, appunto, da una reciproca
sfiducia e tengono chiuse le linee di credito. Si tratta di una manovra
dalle dimensioni stratosferiche, che richiede una forte leadership che
se ne assuma la responsabilità. Infatti, non soltanto una retorica
libertaria esasperata ha spinto lunedì metà dei Repubblicani a votare
contro la manovra, ma anche ragioni elettorali. Infatti a novembre si
vota anche per il Congresso e molti elettori conservatori potrebbero
considerare il piano di Washington come un mero salvataggio con soldi
pubblici (mentre è qualcosa di più complesso) di banche che farebbero
bene a fallire. Con una logica speculare, se metà dei deputati
Repubblicani non vota la manovra per ragioni elettorali, i Democratci a
loro volta non vogliono prendere sulle loro spalle la responsabilità
della gestione Bush che, dopo oltre un anno di crisi latente, ha
certamente aspettato troppo per intervenire, vittima di un eccesso di
fiducia nel sistema. In questi ultimi giorni stiamo dunque assistendo
ad una situazione veramente particolare, caratterizzata dall’assenza di
leadership politica nel momento in cui essa è maggiormente necessaria.
I mercati temono soprattutto l’incertezza, causa principale del panico
che si registrava ieri nelle borse asiatiche ed europee, con perdite da
record, che si sono ridotte dopo il richiamo di Bush, nella speranza
che il piano verrà alla fine approvato.

Anche da questa parte dell’Atlantico le decisioni poltiche stanno
assumendo una importanza decisiva. Questa è la prima crisi finanziaria
da quando è stato introdotto l’Euro, e in molti sono preoccupati
dall’assenza di un organismo di supervisione bancaria che corrisponda
ai Paesi della moneta unica. In altre parole, mentre il controllo della
moneta, i tassi di sconto, la gestione della liquidità nel sistema
interbancario sono prerogativa della Banca Centrale Europea (Bce), la
supervisione degli istituti di credito è rimasta competenza delle
banche centrali nazionali. Tuttavia, questa crisi ha dimensioni globali.

Fortunatamente, l’assenza di una struttura sovranazionale non ha
impedito, lunedì, un evento che potrebbe entrare nei futuri libri di
storia: uno stretto coordinamento politico-economico tra i governi di
Belgio, Olanda e Lussemburgo, per evitare il fallimento della Fortis,
una banca a forte connotazione multinazionale, con sedi legali sia in
Belgio che in Olanda. I ministri delle finanze, le rispettive banche
centrali, il coordinatore dei ministri delle finanze dell’area Euro, il
presidente della Bce, hanno tutti cooperato a questo salvataggio, primo
nel suo genere.

Tra i Paesi dell’area Euro sarà inevitabile un coordinamento sempre
più stretto nella gestione economico-finanziaria della crisi tra
governi, banche centrali, e Bce, inaugurando obtorto collo una stagione
di maggiore coesione nelle scelte economiche continentali. Similmente
inedito, per quantità e peso degli interventi, il coordinamento tra le
banche centrali nelle misure a sostegno dei mercati, in particolare tra
la Fed (americana) e la Bce. Val la pena ricordare che in maniera
altrettanto episodica ed emergenziale era iniziato quello che poi
diventò il massiccio intervento pubblico nell’economia che risollevò
l’occidente dalla crisi del ’29.

Questo per dire che prevedere o auspicare sic et simpliciter un
pesante ritorno dello Stato nella gestione economica e finanziaria
manca di gran lunga il bersaglio confondendo la sostanza dei problemi
che vengono fronteggiati, con la forma e il luogo in cui questi
problemi possono essere affrontati e risolti. Non c’è dubbio che la
crisi dei mercati finanziari ha messo in luce alcuni problemi
strutturali del capitalismo finanziario americano. Tuttavia, gli
effetti sistemici, globali, della crisi, in un mondo caratterizzato
dalla crescente interdipendenza economica, culturale, esistenziale,
suggeriscono che non solo dallo Stato può arrivare la soluzione. Questa
crisi mostra in maniera drammatica, e stavolta sotto gli occhi diretti
dell’Occidente, come la globalizzazione non governata da poteri
pubblici, sostanzialmente svincolata dal controllo democratico, lasci
irrisolte questioni fondamentali per la vita delle persone. Ora siamo
davanti ad una crisi di sfiducia che ci sta portando sull’orlo di una
crisi economica epocale. Ma ragionamenti simili su problemi noti che
non vengono risolti possono svolgersi sul tema del riscaldamento
globale, della povertà, delle migrazioni.

Non si tratta dunque di chiedere un ritorno dell’antico Stato del
dopoguerra, o di reintrodurre barriere protezionistiche (è utile
ricordarsi che il protezionismo storicamente ha condotto alla guerra).
Anche nell’epoca globale il ruolo dell’attore pubblico è
indispensabile, le forme, i modi e anche gli obiettivi che questo
attore assumerà saranno terreno di discussione e negoziazione. Un
terreno che riapre alla sinistra un grande spazio di azione politica.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Giancarlo

    Temo che per i libri di storia il salvataggio di Fortis dovrà aspettare parecchio: http://www.repubblica.it/ultimora/24ore/FORTIS-IL-GOVERNO-OLANDESE-SI-E-PRESO-LA-SUA-RIVINCITA/news-dettaglio/3343477

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