Sempre gli stessi errori

di Corrado Truffi

Una decina di anni prima, in una nazione un po’ periferica, che per di più aveva raggiunto l’unità nazionale solo di recente, prese il potere un dittatore dall’aspetto e dai modi un po’ folcloristici. Le grandi democrazie liberali lo snobbarono o, comunque, non gli diedero soverchia importanza. Certo, non si comportava molto bene in società, e bisognava pur dare asilo a un po’ di intellettuali e e quegli scomodi comunisti e socialisti, ma alcuni affari si potevano sempre continuare a fare…

C’era un altro Paese che, sconfitto duramente in una recente guerra, era stato costretto a pagare ingenti danni e, quindi, faceva fatica a risollevarsi e covava un notevole risentimento. Ma lo sviluppo e la ricchezza sempre più diffusa, tutto il ferro, l’acciaio, il carbone e la chimica, tutti i nuovi beni di consumo, stavano lì a dimostrare che anche quelle ferite si sarebbero rimarginate, e che tutto sarebbe continuato per il meglio per i ricchi finanzieri, e così tanto per il meglio da riuscire a contentare anche un po’ dei dannati della terra. Qualche briciola era assicurata anche a loro.


Un martedì, però, il cielo cadde sulla terra, la gente corse impazzita a ritirare i propri soldi, improvvisamente privi di valore, da tutte le banche. La banche non si prestavano più soldi a vicenda, le azioni crollavano, l’intero castello di carta che aveva rapidamente moltiplicato la ricchezza dei pochi, che aveva spinto un po’ tutti i governi a ridurre le tasse ai ricchi, che aveva illuso molti sulla fine della povertà, era crollato.

Il contagio di quel martedì si diffuse un po’ dovunque, e le soluzioni per uscirne furono in fondo simili in economia, ma davvero molto diverse per la vita e la libertà della gente.

I terribili tempi di ferro, fatti di povertà e disoccupazione, di masse di persone che perdevano la casa e vagavano alla ricerca di un lavoro, furono affrontati un po’ dovunque con misure pubbliche eccezionali, e gli stati presero, quale più quale meno, direttamente in mano le redini dell’economia e della produzione.

Ma quel paese sconfitto si affidò a un dittatore feroce, perché in lui vedeva la rivincita, l’orgoglio, la rinnovata potenza, la difesa dalla povertà e dal contagio giunto da fuori. E la periferica nazione guidata dal dittatorello folcloristico trovò normale avvicinarsi al nuovo e ben più potente dittatore il quale, del resto, aveva imitato molti dei modi e delle idee di quell’altro, che lo aveva preceduto.

Invece, dopo un periodo di turbolenza, la più grande potenza di allora, l’epicentro del contagio, si affidò a un democratico che aveva una visione, e riuscì pian piano non solo a ricostruire l’economia, ma anche a farlo con un minimo di giustizia e un poco di libertà. Distribuendo meglio quel poco che c’era, e lasciando libere le persone.

Questi due mondi finirono per scontrarsi in una sanguinosa guerra, la peggiore fino ad ora, ma questa è un’altra storia. Che interessa nel nostro racconto solo perché dopo, quando il paese del grande dittatore fu sconfitto per la seconda volta, le grandi democrazie non fecero di nuovo il grande errore di infierire ma, anzi, lanciarono la più grande – e purtroppo finora unica – operazione di dono a guadagno condiviso che la storia di quel pianeta azzurro ricordi.

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Poco più di dieci anni fa, un ometto che all’estero considerano buffo, e che spesso imbarazza i governanti del mondo intero, ma con il quale quegli stessi governanti non disdegnano di fare affari, ha conquistato stabilmente le menti della maggioranza degli abitanti di quella piccola nazione periferica. Si è associato senza difficoltà agli eredi del dittatorello di un tempo, perché ne condivide le idee profonde ma, poiché i tempi sono cambiati, non usa le maniere forti e non è certo un dittatore. Solo, è lo stesso inamovibile dal potere, sia che stia al governo sia che stia all’opposizione, perché, appunto, ha costruito una solida egemonia gramsciana sulle menti della maggioranza del suo popolo. Governa, quando governa, con la duplice arma della paura e delle veline.

C’era anche un altro paese, sconfitto in una guerra non guerreggiata, una guerra fredda, che si era ritrovato povero e pieno di orrende ingiustizie, rapinato da una casta di ricchi satrapi che dicevano di essere i rappresentanti del mondo libero. Ma quel paese ha poi scoperto di avere, nella sua grandissima pancia pianeggiante, grandi ricchezze da vendere, ora che l’epoca del ferro e del carbone è stata sostituita da quella del petrolio, del gas e del silicio.

E così, ancora una volta, lo sviluppo e la ricchezza sempre più diffusa, tutto il petrolio, la plastica, il silicio e la chimica, tutti i nuovi beni di consumo, stanno lì a dimostrare che tutto sarebbe continuato per il meglio per i ricchi finanzieri, e così tanto per il meglio da riuscire a contentare anche un po’ dei dannati della terra. Qualche briciola è assicurata anche a loro.

Un giorno recente, però, il cielo è di nuovo caduto sulla terra, le azioni improvvisamente sono crollate, assieme al valore delle case e dei mutui, e grandissime banche e grandi istituzioni finanziarie, considerate il massimo della solidità e della serietà fino al giorno prima, sono fallite o sono state salvate coi soldi degli stati. La nazione più ricca, poiché era ricca grazie ai mostruosi debiti fatti dai suoi abitanti e dal suo stato, si è ritrovata improvvisamente povera e smarrita. Le banche non si prestano più soldi a vicenda, le azioni crollano, l’intero castello di carta che aveva rapidamente moltiplicato la ricchezza dei pochi, che aveva spinto un po’ tutti i governi a ridurre le tasse ai ricchi, che aveva illuso molti sulla fine della povertà, è crollato.

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Non è chiaro come e se ne stiamo uscendo. Anche questa volta, come è inevitabile, sarà l’azione dello stato, o degli stati, insomma le istituzioni della politica, ad accollarsi il problema generato dalla cecità dell’economia.

Ma anche questa volta, gli effetti sulla vita e sulla libertà delle persone possono essere molto diversi.

La nazione forse ancora per poco più potente potrebbe forse uscirne in un modo simile ad allora, se sceglierà un grande democratico con una visione per guidarla fuori dalla palude. E’ abbastanza probabile che lo faccia, perché, in fondo, è quella una delle due nazioni che, ormai tre secoli fa, hanno fatto le due uniche vere rivoluzioni democratiche della storia del piccolo pianeta azzurro.

La piccola nazione periferica e la grande nazione che ebbe il feroce dittatore, potrebbero fare una fine peggiore. Tanto la prima che la seconda, abbacinate dalla paura dell’invasione dei dannati della terra, potrebbero illudersi che rinchiudendosi dietro alte mura armate si possa resistere al contagio. Nella prima, uno dei sodali dell’ometto già mette in pratica questa idea. Alla periferia della seconda, gente che parla la medesima lingua si sta affidando allegramente a inquietanti epigoni del grande dittatore.

Perché davvero sembra che le persone e i popoli rifacciano sempre con pervicacia gli stessi errori. E per quanto si tenti, con la storia, con l’esercizio della memoria, di tramandare ciò che è stato, sembra che bastino poco più di sessant’anni per far dimenticare l’essenziale.

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Non so quanto questo piccolo racconto sia realistico. Sono certo che le due situazioni sono profondamente diverse per due motivi almeno. Il primo, è che ora esiste una cosa che si chiama Unione Europea, una potente assicurazione contro la guerra. Il secondo, è una questione di EROEI: ora abbiamo un problema in più, e davvero un grosso problema. Ma, forse, proprio l’esistenza di questa altra variabile potrà cambiare il corso degli eventi perfino in modo positivo, rispetto al solito deprimente corso e ricorso storico.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti

5 Commenti

  1. antonio g.

    Bello il racconto,l’epilogo non si conosce.

    Tu sei in fondo per la speranza,io temo molto l’egoismo degli uomini e degli stati.

    Nel frattempo,dalle parti nostre, Epifani viene lasciato solo a fronteggiare gli attacchi di Confindustria sull’ipotesi di nuovo contratto di lavoro.

    La questione non è evidentemente nell’agenda del PD.O forse meglio stare per il momento alla finestra,facciamo poi sempre in tempo a darci dei meriti se si rimedia qualcosa per i lavoratori.

    Mah!!!

    Ciao

  2. bravo corrado!

    ( oramai faccio solo complimenti piu che interventi :P )

  3. luigi f.

    Il pezzo è bello, ma avendo trovato altri racconti su altri blog, tutti sospesi tra futuro e presente, comincio a preoccuparmi sul serio.
    Quando tante persone “sentono” un futuro, credo che ormai questo sia fin troppo vicino.

  4. @luigi f.
    …il problema è che in economia se tante persone “sentono” un futuro quel futuro accade veramente, anche senza alcun appiglio razionale…

  5. Filippo l'altro

    Questo dovrebbe convicerci ancora di piu’ di creare un unione sempre piu’ stretta fra stati europei, fosse anche in un piccolo gruppo, che permetta di far fronte insieme alle sfide presenti e futuri. C’e’ fretta, bisogna muoversi.

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