di Marco Simoni (da l’Unità)
Questo è il nostro tempo. La lezione che ci veniva ripetuta negli anni ’90 era sbagliata. Era sbagliato sostenere che la politica è debole e l’economia forte. Era sbagliato pensare che la nostra unica possibilità, l’unica strategia percorribile dalla nostra famiglia politica, fosse quella di adattarci a un mondo che non consente alla azione collettiva di mutare e indirizzare il corso degli eventi. Era una lezione sbagliata, comprensibile in quanto figlia della grande delusione del ventesimo secolo che si chiudeva col dominio ideologico della destra di Reagan e Thatcher. Ma era una lezione sbagliata.
Pietro Scoppola, indimenticato maestro di tanti di noi, amava spiegare che le due grandi illusioni del ventesimo secolo erano state l’idea della conservazione e l’idea della rivoluzione. Le relazioni umane, culturali, sociali, economiche, si trasformano di continuo, nessun argine che pretenda di conservare immutato il presente riuscirà nel suo intento. Allo stesso modo, la pretesa di modificare le strutture sociali ed economiche con un’azione subitanea e violenta ha come costante effetto quello di lasciare le redini del potere e delle risorse nelle mani dei più forti, spesso peggiorando le condizioni iniziali di giustizia ed eguaglianza sociale, e uno sguardo all’Italia quindici anni dopo l’inizio di Tangentopoli, sembra dare ancora una volta ragione al vecchio professore.
Sembra tuttavia che l’assunzione piena di questo insegnamento debba ancora fare breccia non solo nella nostra pratica politica, ma nella stessa concezione che la sinistra può avere del suo compito davanti al dispiegarsi delle vicende umane globali, come sempre imperniate su grandi questioni economiche, di distribuzione di risorse, di ingiustizie e disuguaglianze. Rinunciare ad attese messianiche, essere consapevoli non solo che la rivoluzione non accadrà mai, ma che è bene che non accada, non significa rinunciare agli ideali di uguaglianza economica e sociale, non significa rinunciare al desiderio di giustizia, significa al contrario liberarli e dispiegarli al massimo, lasciando a terra la zavorra della ideologia preconfezionata, delle soluzioni meccaniche ad ogni problema concreto, dell’illusione di voler comprendere ogni complessità dentro una formula preparata. L’epoca che viviamo è quella della globalizzazione, dove i confini hanno una importanza sempre minore, a cominciare dai più prossimi, dove non scompare di certo l’identità delle nazioni, ma ad essa si aggiunge uno strato nuovo, quella dell’identità meticcia e cosmopolita che arricchisce di un nuovo livello le interazioni umane.
L’economia è da ormai oltre due decenni diventata globale, di modo che la comunanza di destino degli esseri umani assomiglia sempre meno ad una profonda verità filosofica, e sempre più ad una verità di fatto. Esiste ormai una vasta società fatta di associazioni, centri studi, organizzazioni non governative, e di volontariato, che costituisce una vera comunità di cittadini globali. Milioni di persone scelgono per necessità o passione di passare lunga parte della propria vita in un paese diverso da quello dei loro natali. Esiste una economia globale, dove grandi aziende coesistono con piccolissimi esperimenti di commercio, grazie a cui gli artefatti di singole regioni sperdute raggiungono con relativa facilità le nostre bancarelle, aggiungendo una piccola speranza di reddito a chi produce gli oggetti, ed arricchendo le scelte di chi compra. Esiste dunque un’economia globale ed una società globale. Quello che manca, il futuro in cui dobbiamo entrare, è la forza della politica, che cominci finalmente, con metodo democratico, ad orientare la direzione delle scelte, ad orientare la soluzione dei problemi, sapendo che – ed è l’ultima parte della lezione sbagliata degli anni novanta – non esiste sempre una sola soluzione ottimale, ma sulle questioni di fondo le scelte dipendono interamente dai valori che si vogliono perseguire.
Il mondo oggi è straordinariamente caratterizzato da problemi globali cui non si offre alcuna soluzione: non per mancanza di conoscenza, ma per un vuoto di politica e democrazia. La mancanza di governo della globalizzazione finanziaria, con i disastrosi effetti che sta avendo in queste settimane, è balzata in cima alla lista. Ma ad essa si possono facilmente aggiungere i problemi ambientali e dei cambiamenti climatici, quelli relativi alle grandi ondate migratorie che stanno caratterizzando il mondo; il dramma della povertà, in particolare dell’Africa ma non solo, che decenni di aiuti allo sviluppo, privi di una strategia complessiva, non hanno nemmeno scalfito. Sono temi che possono essere risolti solo in un’ottica globale, ma soluzioni tecnocratiche non esistono. Sono necessarie scelte difficili per orientare le risorse limitate di cui il nostro pianeta dispone. Allo stesso tempo, come appare chiaro con la crisi che ha colpito il sistema del credito, non sono questioni eludibili e se non sono affrontate, le conseguenze non tarderanno. Non si può mettere la testa sotto la sabbia, come suggerisce di fare il governo Berlusconi sui problemi del clima. Non serve, se non a lucrare benefici elettorali miserrimi, affrontare il tema delle migrazioni attraverso la propaganda di sentimenti razzisti da soddisfare con l’uso indiscriminato e nefasto della retorica sulla sicurezza. Non serve, ma soprattutto, è sbagliato e incivile. Non serve, ma anche se servisse, anche se la povertà di milioni di persone non ci riguardasse e fosse un accidente che potessimo permetterci di ignorare, a noi non andrebbe bene, perché non siamo contenti di vivere in un mondo squilibrato ed ingiusto. E il “noi” è composto dalle persone che condividono la scelta di questo pensiero.
E allora si può forse cominciare a trarre la lezione giusta, proprio dai disastri recenti legati al sistema finanziario globale, che oltre vent’anni fa diede il primo ed essenziale stimolo ai fenomeni di globalizzazione in cui oggi siamo immersi. Tuttavia bisogna far attenzione a non cadere in tic antichi, anche questi, come quelli del ministro Tremonti che riscopre il ruolo dello Stato in prossimità della terza età, meglio tardi che mai, generalmente motivati dalla necessità di sobillare, pro domo propria, paure e timori dell’elettorato. La crisi di questi giorni, che avrà ripercussioni diffuse molto presto, non è dipesa da una semplice mancanza di regolazione, o da comportamenti immorali di operatori finanziari che, negli anni passati, hanno anche consentito a tantissime famiglie di accedere a mutui a costi contenuti, e non si risolve certo dando le chiavi delle nostre economie nelle mani dei governi nazionali. La crisi di questi giorni chiama la politica ad intervenire nei piani in cui non è mai intervenuta, in decisioni globali a problemi globali, assumendosi fino in fondo anche la responsabilità dei problemi nazionali, senza alibi.
Se l’Italia soffrirà la crisi economica prima e più seriamente degli altri paesi, è perché il suo sistema universitario non produce sufficiente conoscenza; la crisi colpirà perché il mercato del lavoro precario ha depresso la produttività e mortificato la preparazione e la formazione dei giovani lavoratori; perché il livello intollerabile di evasione fiscale ha, di fatto, modificato il contratto sociale che consente ad una società di produrre e crescere armoniosamente: il federalismo di Maroni non farà altro che approfondire i molti solchi del nostro paese, ritardando la nostra capacità di uscire dalla crisi. Per queste e molte altre ragioni, io credo, molti stanno manifestando oggi a Roma. Perché il futuro è del pensiero democratico, dell’ottimismo sia della volontà che della ragione, perché oggi è pensabile e concepibile di battersi per dare un senso politico e giuridico al concetto di umanità. Allo stesso tempo, in una politica che non è solo buona amministrazione ma orientamento consapevole dei destini collettivi, ci si prepara, pensandola e praticandola, a un’Italia più unita e più giusta.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti





Marco usa la frase “Non si può mettere la testa sotto la sabbia, come suggerisce di fare il governo Berlusconi sui problemi del clima” per sottintendere una relazione tra le emissioni diCO2 ed il cosiddetto (ed affatto dimostrato) Global Warming. In un altro post ho fornito i riferimenti ai quattro enti mondiali che misurano la “febbre” al pianeta, qui mi limito a segnalarvi che il tema della conferenza internazionale 2009 sul cambiamento climatico è “Global Warming Crisis: Cancelled”. Probabilmente per i motivi sbagliati Berlusconi sta facendo la cosa giusta.
The 2009 International Conference on Climate Change will serve as a platform for scientists and policy analysts from around the world who question the theory of man-made climate change. This year’s theme, “Global Warming Crisis: Cancelled,” calls attention to new research findings that contradict the conclusions of the latest Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) report.