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20-20-20: piccola storia dell’emission trading

28.10.08 | 6 Comments

000014b4.pngdi Luca Baccarini

Per prima cosa, vorrei chiarire che il mio intervento non vuole contribuire al dibattito scientifico sul cambio climatico e sui metodi per ridurlo. Lascio questo compito ad altre voci – ben più credibili della mia su questi temi. Il mio background è quello di un operatore di mercato, di un trading manager sui mercati dell’energia e dell’ambiente. E lo scopo del mio intervento è di cercare di spiegare gli elementi essenziali che si celano dietro le terminologie quali “diritti di emissione, emission trading, certificati verdi, certificati bianchi” ed offrire il mio punto di vista sulle discussioni in corso a livello nazionale, europeo e mondiale.

Un’ultima questione di preambolo, prima di entrare nel vivo del soggetto.
Credo ed ho fiducia nei meccanismi di mercato qualora siano previsti ed inseriti in un quadro regolamentare esplicito e controllato. In parole povere, credo che i meccanismi finanziari, il gioco degli attori di mercato, rappresentino un sistema efficiente se avvengono in un campo di gioco definito, seguendo regole chiare ed uguali per tutti e sotto il controllo di arbitri indipendenti! La crisi attuale e la perdita di credibilità della finanza nascono in primis dalla debolezza della regulation.


Emission Trading e dintorni
In maniera generale, si possono distinguere 3 gruppi di strumenti di mercato legati alle problematiche ambientali.
1/ Quelli aventi come oggetto le emissioni di CO2 ed altri GHG Greenhouse Gases;
2/ quelli relativi alle energie rinnovabili;
3/ infine quelli relativi all’efficienza energetica.

Evidentemente i tre temi sono tra loro collegati, e in parte significativa ruotano intorno alla produzione e distribuzione di energia: le emissioni di CO2 sono il frutto in primo luogo della produzione elettrica e possono essere ridotte tramite un maggior ricorso alle energie rinnovabili e grazie ad una migliore efficienza…
…ma come vedremo non sempre esiste una totale coerenza tra i vari meccanismi e le azioni che ne derivano.

1/ Protocollo di Kyoto, diritti di Emissione, Emission Trading
Il protocollo di Kyoto è entrato in vigore nel 2005 e implica l’impegno da parte dei paesi industrializzati che lo hanno ratificato (non gli USA) a ridurre a orizzonte 2012 le loro emissioni di CO2 e di 5 altri gas a effetto serra. Nei prossimi mesi assisteremo ad un aumento delle discussioni relative al post-Kyoto, cioè ad un nuovo trattato internazionale che per essere credibile dovrà essere ratificato anche dagli USA e dovrà contenere degli obblighi anche per le grandi nazioni in via di sviluppo.

Il protocollo di Kyoto attualmente in vigore prevede che gli stati industrializzati non in grado di rispettare i propri impegni di riduzione possano acquistare delle quote di emissione da stati eccedentari o provenienti da progetti sviluppati in paesi emergenti.

Inoltre, il protocollo permette ai paesi industrializzati di creare dei meccanismi di Emission Trading col fine di trasferire l’obbligo di riduzione direttamente alle entità private. Si tratta cioè per determinati settori industriali di ottimizzare la riduzione delle proprie emissioni utilizzando eventualmente dei diritti di emissione negoziabili. In soldoni: un’impresa può ridurre le proprie emissioni o emettendo meno o comprando dei diritti di emissione ad altre imprese (che grazie a progressi tecnici hanno ridotto le emissioni oltre i propri bisogni). Lo scopo di questo meccanismo di mercato è di far si che le riduzioni di emissioni si facciano là dove sono più facili e meno onerose da realizzare.

Dal 2005 esiste un Emission Trading europeo,  denominato European Emission Trading Scheme (EU ETS), basato sull’attribuzione di diritti di emissione alle imprese del settore energetico e dell’industria di base (cementifici, siderurgie, etc.). Questi strumenti sono detti EUAs, European Unit Allowances. Siamo attualmente nella Fase 2 dell’ EU ETS (2008-2012) e le discussioni attualmente in corso a Bruxelles riguardano le regole per la Fase 3 (2013-2020).  
Un Emission Trading esiste anche in Giappone e l’Australia dovrebbe lanciare il suo nel 2010.     

Infine, il protocollo di Kyoto ha previsto la creazione di certificati di reduzione di emissioni (CERs e ERUs, chiamiamoli collettivamente “Kyoto Units” per semplificare) che sono generati da progetti in paesi in via di sviluppo (CDM – Clean Development Mechanism) o in paesi industriali con economie in transizione quali la Russia ed i paesi dell’Est Europa (JI – Joint Implementation).  
Queste Kyoto Units possono essere acquistate dagli Stati industrializzati e possono essere “importate” negli schemi di Emission Trading dei paesi industrializzati secondo modalità da definire caso per caso. Ad esempio In Europa, le imprese possono utilizzare queste Kyoto Units per coprire il 10-15% dei propri bisogni.
Fino ad ora sono stati emessi certificati che rappresentano riduzioni di emissioni pari a 200 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (e sono previste 2,1 miliardi di tonnellate per il periodo fino al 2012). Il sistema è quindi un successo.

Ma vorrei sottolineare anche alcuni altri aspetti che mi sembrano estremamente positivi riguardo a queste Kyoto Units:

- ufficialità e robustezza del sistema
Questi certificati sono emessi da 2 organismi, CDM Executive Board e JI Supervisory Board, che dipendono dalle Nazioni Unite, secondo regole estremamente dettagliate. Un progetto industriale che permette la riduzione di emissioni deve in primo luogo essere registrato, in seguito le riduzioni di emissioni devono essere certificate ed infine i certificati sono emessi. (vedi http://unfccc.int/2860.php/ per approfondimenti).
Il successo di queste Kyoto Units, che sono quindi dei certificati negoziabili, cioé delle securities, degli strumenti finanziari che possono e sono trattati anche da operatori quali banche e fondi, rappresenta un ottimo esempio di come un’attività finanziaria possa essere efficiente e virtuosa se si sviluppa in un quadro politico e regolamentare ben strutturato (rivengo alla definizione di “regole ed arbitri” che citavo all’inizio).

- ottimizzare gli sforzi
Il fondamento teorico del concetto dei Clean Development Mechanism e dei Joint Implementation è che il CO2 non ha frontiere. Se è più semplice e meno oneroso ridurre le emissioni in Cina piuttosto che in Italia, ha senso farlo e “importare” queste riduzioni in Europa. Il risultato a livello ambientale sarà lo stesso. Ma si otterrà permettendo dei trasferimenti di tecnologia dai paesi industrializzati ai paesi emergenti ed una riduzione dei costi per le imprese.

- non frenare la crescita
Queste Kyoto Units possono essere il risultato non solo di diminuzioni delle emissioni presso impianti industriali già in servizio (ad esempio ridurre il gas flaring realizzato su un campo petrolifero), ma si possono applicare anche a nuove istallazioni industriali. Non sono cioè un vincolo allo sviluppo delle economie emergenti, ma al contrario possono esserne uno stimolo economico.

Il meccanismo è sottile: la costruzione di un parco eolico (diciamo in India) permette di produrre dell’elettricità che altrimenti sarebbe stata prodotta da una centrale a carbone, quindi di evitare l’emissione di CO2. È quindi considerato come un progetto idoneo per un Clean Development Mechanism. In funzione di quanta elettricità il parco eolico produrrà effettivamente, esso riceverà delle Kyoto Units che eventualmente delle imprese occidentali potranno comprare per soddisfare i loro vincoli di Emission trading (favorendo perciò sia lo sviluppo dell’energia rinnovabile in India che l’abbattimento dei costi per un industriale europeo).
       

2/ Certificati Verdi
L’espressione Certificati Verdi – versione italiana dei RECs Renewable Energy Certificates – indica dei certificati negoziabili che sono parte di politiche di incentivazione dell’energia rinnovabile.
Per stimolare lo sviluppo dell’energia rinnovabile (eolica, solare, biomassa) l’Unione Europea non ha seguito lo stesso approccio che sul CO2. Laddove – come visto – sul CO2 si è messo in piedi un Emission Trading unico per tutta l’Unione, per l’energia rinnovabile si è scelto un approccio nazionale.
Ogni paese ha dunque deciso di effettuare delle politiche di incentivazione proprie.
Alcuni paesi (ad esempio la Francia e la Germania) hanno deciso di utilizzare degli incentivi tariffari, garantendo prezzi fissi ed elevati per periodi di tempo definiti al fine di favorire la costruzione di unità di produzione.
Altri paesi (quali la Gran Bretagna e l’Italia) hanno optato per i Certificati Verdi. Il sistema si basa su due principi: a/ riconoscere ai produttori “verdi” un certificato per ogni MWh prodotto; b/ obbligare i produttori di elettricità a produrre una percentuale minima a partire da fonti rinnovabili o ad acquistare i Certificati Verdi corrispondenti. Questo sistema fa si che un produttore da fonti convenzionali (carbone, gas, olio combustibile) possa scegliere tra sviluppare nuove centrali “verdi” o acquistare Certificati Verdi sul mercato.  <
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In Italia dal 2002 è stato istituito l’obbligo per i produttori di avere almeno un 2% (livello poi in aumento anno per anno) di energia prodotta da fonti rinnovabili. Ed i produttori possono quindi usare questo meccanismo dei Certificati Verdi (mercato gestito dal Gestore Mercato Elettrico) per soddisfare questo obbligo.

3/ Certificati Bianchi
Ci troviamo qui con una problematica esclusivamente italiana.
I Certificati Bianchi – o piuttosto i TEE – Titoli di Efficienza Energetica secondo la terminologia ufficiale, sono stati istituiti nel 2004 e sono anch’essi oggetto di uno specifico mercato gestito dal Gestore Mercato Elettrico-GME.
Ogni Certificato Bianco emesso dal GME certifica la riduzione dei consumi conseguita attraverso interventi e progetti di incremento di efficienza energetica.
I distributori di energia elettrica e di gas naturale con utenze superiori alle 100.000 unità possono conseguire gli obiettivi di incremento di efficienza energetica sia attraverso la realizzazione di progetti di efficienza energetica sia acquistando Certificato Bianchi da altri soggetti.
Un’ultima informazione su questa parte descrittiva prima di passare ad una serie di considerazioni personali.

4/ Attività Finanziaria
Per quanto riguarda l’attività sui mercati finanziari, il CO2 ha acquisito in pochissimi anni un livello di attività estremamente significativo. Questo sia per quanto riguarda l’European Emission Trading che le Kyoto Units. Per gli specialisti, si tratta di prodotti che sono ora trattati anche su Borse (sia come prodotti spot che futures) e che hanno attirato l’attenzione anche di operatori finanziari (banche, fondi d’investimento, hedge funds, private equity) oltre che delle imprese del settore.
Il volume d’affari per il 2008 per l’insieme dei Carbon Markets è stimato dell’ordine di 100 miliardi di USD.
Invece i vari Renewable Energy Certificates (tra cui i Certificati Verdi italiani) ed ancora di piu` i Certificati Bianchi sono per ora trattati quasi esclusivamente dalle imprese energetiche del settore e sono – dal punto di vista della finanza internazionale – quasi insignificanti.

Considerazioni

A/ Il post Kyoto
Come accennato in precedenza, il protocollo di Kyoto copre solo il periodo fino al 2012. È quindi di attualità il dibattito sul post Kyoto.
I negoziatori internazionali indicano il Climate Summit dell’ONU di fine 2009 a Copenhagen quale data obiettivo.
L’evoluzione della situazione internazionale presenta dei fattori positivi ed altri negativi.
In positivo mi sento di mettere gli USA e la Cina.
Le elezioni US (e la probabile vittoria di Obama) dovrebbero portare gli USA su posizioni più costruttive, dopo gli oscuri anni di W. In particolare Obama si è manifestato a favore di un sistema di Emission Trading, ma senza definirne i contorni. Sembra probabile che gli USA siano attori di un nuovo protocollo o di un’estensione di Kyoto, a condizione però che anche le maggiori economie emergenti (in particolare Cina, India e Brasile) accettino di avere degli impegni sui livelli di emissione o non di essere (come è il caso ora) solo beneficiarie del sistema.

Ora questi paesi – ed in particolare la Cina – sembrano progressivamente accettare questa posizione, anche in virtù di una progressiva acquisizione di credibilità ed egemonia a livello internazionale.

La grande “nuvola nera” che mi sembra invece oggi pesare sul post Kyoto è la crisi finanziaria ed ancor più il rischio di una recessione globale. In tempi come questi, è naturale che l’attenzione dei governi e delle opinioni pubbliche si allontanino dalle tematiche ambientali e che nuovi impegni climatici vengano visti con sfavore in tempi di recessione. Temo che l’effetto psicologico della crisi si tradurrà in dei termini dell’accordo che potranno essere meno costrittivi per la riduzioni delle emissioni.

Soprattutto mi sembra importante che sia preservata l’infrastruttura esistente (mi riferisco in particolare alle Kyoto Units), migliorandola se possibile, ma senza stravolgerla o senza crearne una del tutto nuova (con gli inevitabili errori e ritardi).  

B/ La posizione dell’Europa
E veniamo quindi all’Europa. L’Unione Europea ha sempre mantenuto una posizione costruttiva e direi di avanguardia per quanto riguarda le azioni contro il cambio climatico.
È in questa ottica che vanno viste le discussioni attualmente in corso a Bruxelles. Definire oggi gli obiettivi per una Fase 3 (2012 – 2020), significa continuare ad esercitare una leadership internazionale. Fare pressione sugli altri paesi in vista di Copenhagen 2009 ed oltre.
Mi sembra molto meglio che non fare nulla nell’attesa della discussione di un post Kyoto. Oltretutto l’Europa ha un’arma di negoziazione – che ha già iniziato ad usare – almeno nei confronti dei paesi emergenti. È la capacità di importazione delle Kyoto Units nell’Emission Trading europeo: è previsto che se non ci sarà un post Kyoto, questi certificati non saranno accettati, con evidenti danni soprattutto per la Cina.

C/ La posizione dell’Italia
Essendomi appena espresso positivamente nei confonti delle proposte dell’Unione, non posso che essere critico con le posizioni del governo Berlusconi.
A parte la confusione con la quale la posizione italiana è stata presentata (una volta si parla di ETS, un’altra di Kyoto, etc), è sulle questioni di fondo che non condivido le critiche del governo. Fondamentalmente mi sembra di capire che il governo dice di cercare delle condizioni meno penalizzanti per l’Italia che ha un tessuto manifatturiero più importante in termini relative che altre nazioni europee. E che quindi le imprese italiane esposte alla concorrenza extra-europea sarebbero maggiormente colpite. Ma questo mi sembra non tener conto che le imprese industriali ricevono gratuitamente un’allocazione di diritti d’emissione equivalente alla maggior parte delle loro emissioni storiche e che devono quindi cercare di aumentare la propria efficienza (o comprare diritti) solo per una parte ridotta dei loro bisogni. E comunque questa problematica è comune a tutta l’Europa e mi sembra vada piuttosto considerata nelle future discussioni Europa vs Resto del Mondo per il post Kyoto.  

D/ Le sfide energetiche ed ambientali dell’Europa
Ciò che temo di più è il rischio di incoerenza e confusione che si può manifestare tra uno schema sul CO2 gestito a livello continentale e delle politiche energetiche che rischiano di rimanere nazionali.
In particolare non mi piace il fatto che le politiche sulle energie rinnovabili siano lasciate ai governi con possibili distorsioni della concorrenza ed inefficienze. Si dovrebbe a mio avviso stabilire un sistema unico a livello europeo (di preferenza sulla base di Recs – Certificati Verdi, magari integrandolo nell’Emission Trading) e lasciare agli operatori di mercato il compito di sviluppare progetti nei luoghi e con le tecniche più appropriate.
Ed a proposito di luoghi e tecniche, mi sembra che 3 temi abbiano il maggior potenziale e non debbano essere lasciati ai dibattiti nazionali: l’energia eolica sulla facciata atlantica ed il Nord Europa (soprattutto grandi parchi off-shore); l’energia solare nelle regioni mediterranee (e Africa del Nord); lo stoccaggio di CO2 (il CCS – Carbon Capture and Storage).  

Infine è secondo me importantissimo che le imprese (soprattutto quelle energetiche) abbiano una visibilità a lungo termine per programmare i loro investimenti.L’incertezza sulle politiche energetiche ed ambientali frena (o rende impossibili) lo sviluppo di nuovi progetti, il che non farà che rendere la situazione più critica in futuro. Ancora una volta ricadiamo sul concetto di “regole ed arbitri” che è condizione necessaria al buon funzionamento dell’economia di mercato.

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